Viaggio attraverso le Georgiche II

Dopo l’invocazione a Bacco, Virgilio entra in argomento con il trattare degli alberi in generale, la cui procreazione, già di per sé varia in natura, è stata ulteriormente arricchita dall’esperienza dell’uomo. Poi il poeta rivolge un pensiero a Mecenate, per assicurarsi che non venga meno la sua protezione, dato che questo personaggio è visto come l’ispiratore della poesia didascalica. Successivamente si sofferma sul fatto che l’ingegno e l’attività umani possano migliorare la cultura degli alberi per mezzo dell’innesto e dell’inoculazione, tecniche a riguardo delle quali dà indicazioni molto precise, assicurando sul successo dei risultati, pur nella consapevolezza dell’impegno e della fatica che richiedono.

La vite è cinta da una siepe perché non sia mangiata da bovi e capre selvatiche. (Georgiche II, 371-396)

La vite è cinta da una siepe perché non sia mangiata da bovi e capre selvatiche (Georgiche II, 371-396) è tratta da P. Vergilius Maro, Opera, Lugduni 1529 in Typographaria Officina Joannis Crespini

Dice infatti: Scilicet omnibus est labor inpendendus, et omnes / cogendae in sulcum ac multa mercede domandae (Per tutte le piante bisogna davvero impiegare fatica, e tutte / vanno costrette nel solco e domate con impegno). Spiega inoltre che uno stesso tipo di albero può offrire molte varietà di frutti, in particolare ciò è apprezzabile per l’olivo e soprattutto per la vite, le cui varietà forniscono una gran diversità di vini. Piante differenti provengono da terreni e da regioni diverse, ma la terra favorita dal cielo è l’Italia, della quale il poeta intesse un ampio elogio. Questa lode all’Italia è dovuta in quanto “terra del giusto mezzo che la natura ha coperto di doni e tenuto protetta dagli eccessi e dai pericoli che affliggono il resto del mondo” (G.B. Conte), ma non sono solo le sue terre, le sue mandrie, i suoi mari, i suoi laghi, le sue ricchezze a meritare attenzione, in quanto ben di più se ne devono  ai suoi figli, a  cominciare dai Marsi, dai Sabini, dai Liguri, dai Volsci, per giungere agli esponenti delle grandi gentes Romane: Decios, Marios, magnosque Camillos, / Scipiadas duros bello et te, maxime Caesar (i Deci, i Marii, i gloriosi cavilli, / gli Scipioni forti in guerra, e te, grandissimo Cesare). Così Virgilio supera il topos della lode della terra natale, di tradizione greca, per costruire un discorso dagli echi politici, in perfetta armonia con la nascente ideologia augustea che esaltava il primato dell’Italia sulle altre parti dell’impero. Dopo la descrizione delle varie nature dei terreni, il poeta si sofferma a dare consigli molto precisi e dettagliati sulla viticoltura, a proposito della quale spiega i criteri per la scelta e la preparazione del suolo più adatto, la tecnica del piantinaio e le modalità della disposizione delle piante per il vigneto. Seguono poi numerosi e dettagliati precetti sulla maniera migliore di piantare, far crescere una volta messe a dimora, potare e curare le viti. Successivamente si occupa della coltivazione degli olivi, che presenta minori difficoltà, così come quella degli alberi da frutto e delle altre piante dai molti usi. Infine un’esaltazione appassionata della vita campestre chiude il libro. Il poeta esclama infatti: O fortunatos nimium, sua si bona norint, / agricolas! Quibus ipsa procul discordibus armis / fundit humo facilem victum giustissima tellus (O troppo fortunati, se comprendono i loro beni, / gli agricoltori! A loro lontano dalla discordia delle armi / la terra giustissima produce agevole vitto dal suolo). Al centro del poema viene quindi a trovarsi un vero e proprio elogio della vita agreste: Virgilio tende a definire questo tipo di esistenza, proprio del contadino e dell’agricoltore, come il migliore, quello eticamente preferibile ad ogni altro e più di qualunque altro capace di garantire una vita felice. In particolare in questi versi troviamo un’opposizione tra il mondo campestre, qui fortemente idealizzato in una dimensione irenica, e le vicende politico-militari di Roma, apportatrici di affanni e angosce. Soprattutto, secondo il poeta, il pio agricoltore è felice quanto il saggio epicureo, cioè colui che potuit rerum cognoscere causas / atque metus omnis…/ subiecit pedibus (ha potuto investigare le cause delle cose e mettere sotto i piedi tutte le paure).  Il canto si conclude quindi con un elogio a Lucrezio, ma anche con la velata affermazione dell’uguale importanza della poesia filosofica e di quella didascalica.

a cura di Maristella Garofalo

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