Dalle sponde del mare bianco

In Napoli Ferrovia Ermanno Rea invoca per Napoli un destino: il meticciato. Solo l’annacquarsi di un’etnia – scrive – può offrire alla città la possibilità di un riscatto. In un libro di qualche anno fa, ancora su Napoli, Raffaele La Capria impugna l’arma della nostalgia. Una nostalgia che non è – spiega – un arroccarsi o un mitizzare un passato che non è più, ma al contrario “serve ad armare la memoria contro la rassegnazione, è un combustibile per alimentare la non assefuazione”. Come conciliare queste due voci, quella che pretende un futuro diverso – di mescolanza – e quella che invece indugia sul dolore suscitato da un passato tradito, un passato che chiede la non-rassegnazione? Una via paradossale – forse – c’è: il sud ascolti la voce di ciò che sta ancora più a sud. Solo così – forse – potrà ritrovare se stesso, potrà riagganciare al contempo il suo passato e il suo futuro. La casa editrice di Messina Mesogea lavora da tempo a comporre, registare, recuperare queste voci. Voci del Meditteraneo, voci del sud, come quella del poeta tunisino Moncef Ghachem.

Una voce che nasce dal mare, invischiata di mare, che ha il sapore acre della lotta che il mare pretende . La poesia di Ghachem ci sfida: a recuperare il mare non come risorsa da sfruttare o cartolina da esibire ma come riserva di senso, come serbatoio simbolico che dice innanzitutto lo spalancamento dello sguardo (e dell’esperienza) opposto alle sirene della chiusura e del ripiegamento. Un ammonimento – quello che sale dalla voce del mare – già raccolto dal Montale di Meditterraneo: “tu m’hai detto primo/ che il piccino fermento/ del mio cuore/non era che un momento del tuo;/ che mi era in fondo/ la tua legge rischiosa: essere vasto/ e insieme fisso/: e scuotermi così d’ogni lordura/ come tu fai che sbatti sulle sponde/ tra sugheri alghe asterie/ le inutili macerie del tuo abisso”.

Dalle sponde del mare bianco ha anche un altro merito: di aver recuperato la parola poetica allo sfondo dal quale essa è nata, quello della musica. Nasce così l’incontro tra suoni e parole, tra il tappeto sonoro del gruppo musicale dei Dounia e i versi – ora urlo ora cantilena ora accusa  – di Ghachem.

C’è infine nelle parole del poeta tunisino una delle più belle dichiarazioni di amore per la scrittura che abbia mai incontrato: “Mi succede di scrivere, certo. Altrimenti come fare per vivere? Come diventare presente al mondo?”.

ROMANZA

sono nato tanto meglio/ sulle mie labbra nuotano fate/ e quando scrivo/ un corpo si alza dal mio corpo/ per dare al sogno/ il fulgore di un’infanzia/ su cui regnano/ uomini di mare/ donne di notte

mi sposto grazie alle stelle/ e agli uccelli/ ardo d’amore tanto meglio/ a volte piango quando ti abbraccio/ come l’ulivo sono carico/ di frutti di tenerezza/ e quando scrivo/ mi moltiplico nell’arena/ gladiatore di una luce riaccesa senza tregua

sono un uomo tanto meglio/ canto/ c’è n’è uno più bello/ c’è n’è uno più folle

Moncef Ghachem – Dounia. Dalle sponde del mare bianco – con CD musicale – MESOGEA

Nessun commento a “Dalle sponde del mare bianco”

  1. Stas' ha detto:

    Ti leggo da un treno che da Napoli mi sta riportando a Roma. Un’ora fa ho compiuto una visita lampo alla tomba di Leopardi, dimenticata in un giardino botanico difficilmente accessibile (Parco Vergiliano) che si inerpica tra la galleria stradale di Mergellina e il sovrastante cavalcavia su cui scorrono i treni che transitano dall’omonima stazione.
    Un posto incantevole che vive di un proprio silenzio pur tra lo sferragliare dei locomotori e le note cupe del cemento che lo contorna, ma la vera intimità è sorgiva ed è possibile anche in luoghi e situazioni apparentemente impossibili.
    L’impressione che ne ho avuto è di grande potenza. Non (solo) di memoria da recuperare (di una Napoli e di una letteratura che non c’è più), ma piuttosto la dimostrazione che la vita dello spirito ha una inafferrabile liquidità che filtra e trova una sua via attraverso ogni fessura, crepa o interstizio della materia, anche quella più dura e impenetrabile. Napoli è una città violentata dalla materia (intesa come realtà fisica e come orizzonte interiore), ma il Mistero che consente al poeta di essere un “gladiatore di una luce riaccesa senza tregua” si muove liberamente come una cellula clandestina di una resistenza che lotta per la vita e la tomba di Leopardi è uno dei suoi covi segreti. Ma Napoli, in fondo, come ricordavi tu, è una città più fortunata di altre, proprio perché ha questo mare straordinario tra il golfo e le isole, ma anche il Vesuvio che veglia come un monito e una sentinella.

  2. Luca Miele ha detto:

    “Un posto incantevole che vive di un proprio silenzio pur tra lo sferragliare dei locomotori e le note cupe del cemento che lo contorna, ma la vera intimità è sorgiva ed è possibile anche in luoghi e situazioni apparentemente impossibili.
    L’impressione che ne ho avuto è di grande potenza. Non (solo) di memoria da recuperare (di una Napoli e di una letteratura che non c’è più), ma piuttosto la dimostrazione che la vita dello spirito ha una inafferrabile liquidità che filtra e trova una sua via attraverso ogni fessura, crepa o interstizio della materia, anche quella più dura e impenetrabile”…..bello davvero, Stas’, quello che scrivi….mi ha colpito quello che hai scritto: la bellezza ha qualcosa di sorgivo, di aurorale, la capacità di dar vita a un nuovo Inizio, la bellezza è qualcosa di eruttivo nonostante le brutture nella quale annega…mi chiedo quante risonanze emotive e biografiche si intreccino nell’idea e nella percezione della bellezza che ognuno di noi ha, su quali misteriose sopravvivenze del tempo scomparso, su quali meccanismi della memoria essa si aggancia…

  3. lisa ha detto:

    C’è un altro libro di qualche anno fa in cui Napoli e le sue miserie viene presa fra le braccia con amore. “L’Albergo dei Poveri” ( qualche anno prima se non sbaglio Napoli aveva ispirato “Il labirinto dei sentimenti”) dello scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun è un libro delicatissimo su una Napoli sotterranea e umanissima, in cui le voci dei poveri si mescolano così come il Mediterraneo mescola le voci delle sue terre.
    lisa

  4. Silvia Geraci ha detto:

    prima volta che vi leggo..

    e quello che scrivono Antonio e Stas l’ho trovato subito istintivamente vero.

    Specie da siciliana, in una terra che quanto Napoli è violentata dalla materia, dalla luce e dalla morte, come diceva Bufalino.
    Ma riconosco anche qui schegge di qualcosa che può andare sotto la categoria dello “spirito”, bellezza misteriosamente indifesa ed eterna: sarà il mare – Montale me lo recito sempre proprio in quei versi – sarà il tempo e lo splendore qui divenuto pietre e rovine, o nascosto tra gli ulivi carichi di frutti di tenerezza come dice Ghachem.

    Scusate lo sproloquio, volevo solo dirvi che vi avevo letto con piacere,
    Silvia

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