La frontiera americana tra realtà e immaginario

  • Non si può parlare dell’avventura se non si ha una idea della «frontiera». Leggo nel classico The liberation of American Literature (1932) di Calverton: It was the frontier which … released energies of impulse and aspiration.
  • Parlare di avventura significa parlare di qualcosa che ad-viene da «altrove».
  • E parlare di altrove significa riferirsi a un limite che separa e congiunge due territori.

La letteratura statunitense ha una delle sue più profonde radici proprio nella figura della frontiera. Già nel 1784 John Filson invitava nel suo Kentucke a non perdere l’occasione di raggiungere «la terra della promessa, dove scorre latte e miele (the land of promise, flowing with milk and honey)». Da Filson a Jack Kerouac si sviluppa l’archetipo culturale legato alla frontiera e la figura del Nuovo Adamo che cerca di mantenere intatta la propria innocenza nell’Eden del Nuovo Mondo, fuggendo dalla civiltà verso la wilderness. In Filson è il Kentucky, in Kerouac – cioè nel mezzo dell’era industriale e della motorizzazione di massa – è il viaggio on the road lungo la raw land that rolls in one unbelievable huge bulge over to the West Coast (terra nuda che si srotola in un’unica incredibile enorme massa).
La letteratura statunitense dunque vive, sin dalle sue origini, di una sensibilità di confine. I suoi elementi sono la frontiera, la prateria, la dimensione del selvaggio e dell’ignoto (wilderness), il viaggio inteso come esplorazione, come avventura e come esposizione a un indefinito dispiegamento del paesaggio.

In fondo, le mappe sono un modo di organizzare la sorpresa.

Questi elementi hanno plasmato e plasmano non solo una sensibilità, ma anche un linguaggio, una letteratura e un’interiorità. Ai panorami esteriori fanno eco e corrispondono dei panorami interiori. Esiste una frontiera interiore, una prateria dell’anima, l’ignoto e selvaggio dello spirito umano, un viaggio interiore.

Il movimento locale, il viaggio, diventa dunque una figura dell’anima.

Esiste una prateria interiore che vive in comunione di spirito con la prateria esteriore. Anzi spesso è la seconda a generare la prima. Così ha scritto il poeta Wendell Berry: «È impossibile osservare a lungo la vita della terra senza trovarla analoga alla vita dello spirito». La terra e lo spirito, la prateria e l’anima si corrispondono in maniera in certo senso analogica.

In che cosa consiste la «frontiera» interiore? O meglio: che aspetto assume la frontiera intesa nel suo riflesso e nel suo sviluppo interiore? Ci aiutano a scoprirlo i sentieri di tre poeti che rappresentano in maniera particolarmente efficace l’anima statunitense.

La frontiera come attesa: Walt Whitman
Il primo è Walt Whitman (1819-1892), poeta al centro del «canone» letterario statunitense.
L’immagine-prototipo dell’uomo (o, meglio, del self-made man) sembra essere quella di Adamo nel primo mattino, che usciva di sotto il riparo di fronde, ristorato dal sonno (Figli d’Adamo). L’umanità sembra brillare di una felicità mattutina, ingenua.
L’io del poeta rompe i confini del labirinto della coscienza e si allarga a contenere un mondo, cioè lo spirito di un popolo intero e di una terra: Entro me la latitudine s’amplia, la longitudine si allunga (Salve, mondo!). Whitman si sente spinto all’avventura come un vascello che gonfia veloce le vele (Un canto di gaudi). I polmoni hanno bisogno d’aria e la richiamano con avidità: Aspiro lunghi sorsi di spazio (draughts of space),/ l’est e l’ovest sono miei e il nord e il sud sono miei./ Sono più vasto, meglio di quel che pensassi,/ non sapevo d’aver tanta bontà. Tutto mi sembra bello (Canto della strada).
La vera poesia deve confrontarsi con la vita e con il reale nella loro «maestà». Whitman stesso, primo testimone di questa tensione, chiede ai poeti d’America: L’opera vostra sa resistere al paragone dei campi aperti, sulla riva del mare?/ Posso assorbirla come assorbo cibo, aria, che poi riappaiono nella mia forza, nel passo, nel volto? Se la risposta fosse negativa, la loro poesia sarebbe nient’altro che soil of literature, sporcizia di letteratura.
Ma la vera cifra per comprendere questa «Genesi Yankee», come la definì C. S. Lewis, non è tanto l’entusiasmo, quanto l’attesa: ecco la vera «frontiera» interiore. Si fa riferimento all’Eden perché si riconosce in esso la condizione che l’uomo ha iscritta nel profondo di se stesso, originariamente. Il vero genio di Whitman, quello che genera le sue pagine migliori, esprime non una cartolina oleografica di un paradiso terrestre ed attuale, ma il desiderio e l’attesa di una pienezza della vita umana, al di là di ogni compimento.
Alla fine il poeta saprà anche vestire i panni di Cristoforo Colombo, colui che ha oltrepassato la frontiera, il pioniere per eccellenza, e si inginocchia in una preghiera che è una delle sue più belle composizioni: Prossima è la mia fine,/ Le nubi già si serrano su me,/ Il viaggio è contrastato, dubbio, smarrito il corso,/ I miei vascelli ecco li affido a Te./ Le mani, le mie membra son divenute inerti,/ Il mio cervello, sotto le torture si smarrisce,/ Si sfasci pure la vecchia mia carcassa, io non mi sfascio,/ Mi stringo stretto a Te, mio Dio, mi colpiscano pure le onde,/ Te, Te almeno so. E ancora: La fine, che non so, riposa tutta in Te (Preghiera di Colombo). Gli occhi adeguati per guardare la frontiera sono quelli lucidi di attesa con cui l’Eden è guardato da Cristoforo Colombo morente.

La frontiera come ponte interiore: Emily Dickinson
Con Withman, la grande scrittrice del canone americano è Emily Dickinson, nata nel 1830 ad Amherst (Massachusset), dove vive per quasi tutta la sua esistenza.
Chiusa nel suo paese e per molti anni nella sua casa, la Dickinson sceglie come mezzo di trasporto il libro: Nessun Vascello c’è che come un Libro/ possa portarci in Terre lontane/ né Corsiere che superi la Pagina/ d’una Poesia al galoppo (P 1263). La poesia autentica per la Dickinson è prancing Poetry, poesia che salta, al galoppo, capace di far viaggiare e di condurre l’anima «altrove». Cioè dove?
Il respiro della sua vicenda artistica è sintetizzato da pochi versi che offrono le coordinate spaziali della sua vita e della sua ispirazione: Dietro me – strapiomba l’Eternità -/ davanti a Me – l’Immortalità -/ Io – la loro frontiera (P 721). La frontiera, cioè the Term between, è Myself, me stessa. La frontiera non è in un luogo distante, ma scorre dentro l’anima della poetessa, esponendola al limite tra eternità ed immortalità. Così, con una vitalità che nulla ha da invidiare a quella di Whitman, pur essendo di tipo diverso, esclama nella stessa poesia: Perciò – vi è Miracolo davanti a me – / e Miracolo dietro – in mezzo. Il Miracolo è davanti, dietro e in mezzo. Non si sfugge: tutto esso circonda. In realtà qui la Dickinson sta intuendo che se stessa è frontiera e ponte, o meglio: è frontiera in quanto è in mezzo e unisce, cioè fa da ponte.
In questa profondità non sono possibili maschere o vane coperture mistificanti: Se in una Grotta tentavo di nascondermi,/ le Mura si mettevano a gridare -/ il Creato sembrava un potente Spacco (Crack) -/ per lasciarmi scoperta (P 891). Su questo «spacco» si staglia l’immagine di un ponte che si protende con Braccia d’Acciaio oltre il Velo (P 915). La frontiera, dunque, è il ponte interiore sul potente Crack del mondo. Verso dove è teso questo ponte? Nell’anno cruciale 1862 la poetessa scrive decisa: Questo Mondo non è Conclusione./ C’è un seguito al di là -/ invisibile, come Musica -/ ma forte, come il suono -/ accenna, e quindi sfugge (P 501). In una lettera scrive che questi «contatti con l’Immortalità» sono come un lampo che «apre un paesaggio straniero (foreign Landscape)» (L 641). Vi è una particolare wilderness costituita dal foreign Landscape.

L’Antologia di Spoon River del poeta statunitense Edgar Lee Masters (1868-1950), prosegue insospettabilmente questa linea e dà corpo al ponte intravisto dalla Dickinson. Masters pone la domanda sul senso della vita raccontando le pieghe della vita ordinaria degli abitanti del cosiddetto Midwest. Ma lo fa assumendo un espediente efficace: condensa le loro vite in poche manciate di versi che egli attribuisce agli epifatti incisi sulle loro tombe. Per porre questa domanda Master deve parlare da un «aldilà», deve stabilire una frontiera e oltrepassarla. Per veder bene il senso di una vita deve varcare la frontiera della sua fine. La poesia dell’Antologia coglie la vita umana nella condizione di assoluta autenticità di chi ha oltrepassato la frontiera del compimento.

Una luce più avanti: Bruce Springsteen

Il suo punto di partenza sono le «“baracche” esistenziali» piantate nella sua terra di origine, popolata di ceto medio come anche di gente alla deriva.
Sin dal suo primo disco del ‘73, Greetings From Asbury Park, N.J., gli scenari sono composti di drammi on the road ritmati dalla fuga. Il suo secondo disco, The Wild, The Innocent And The E Street Shuffle (1974) canta la sopravvivenza dei disperati alla ricerca di un approdo, di un futuro migliore, di una redenzione. In quel capolavoro che è New York City Serenade canta: Scrollati allora, scrollati di dosso la tua vita di strada/ scrollati di dosso la tua vita di città e afferra il primo treno.
In Born To Run (1975), il disco della maturità musicale, è chiara la direzione: il Nord-Est, cioè Manhattan attraverso l’Holland Tunnel. Ecco il simbolo della frontiera: il tunnel. La tensione espressa nella potenza dell’auto, nella magia della notte e nella direzione infinita della strada si muove verso una liberazione vagheggiata in termini teologici: Springsteen usa parole come faith (fede), redemption (redenzione), promised land (terra promessa), fino a invocare un salvatore (saviour): che da queste strade si levi un salvatore. Se la notte è buia, il marciapiede è illuminato/ e foderato dalla luce e nella notte è possibile trovare un varco/ per l’anima. La direzione resta verso quel posto/ dove veramente vogliamo andare/ E finalmente cammineremo nel sole/ Ma fino ad allora i vagabondi come noi/ Sono nati per correre.
Sono un uomo e credo in una terra promessa, afferma ancora in The Promised Land del disco successivo, Darkness On The Edge Of Town (1978).
Nel doppio album The River (1980) i sogni prendono la forma di un’inquietudine inesauribile come in Hungry Heart, dove notiamo il contrasto tra l’affermazione che Ognuno ha bisogno di un posto in cui riposare/ ognuno vuole avere una casa e, d’altra parte, il fatto che il protagonista della canzone, pur avendo moglie e figli, esce per un giro e poi non torna più a casa e va come un fiume che non sa dove scorre.
Nel 1982, quando sul mercato dominano videomusica ed elaborazioni postmoderne e frizzanti, Springsteen esce con l’album Nebraska, dalla musica essenziale, lenta e disadorna. Qui la frontiera è quella canadese, la frontiera della fuga. Dopo tragedie della follia, immagini di vuoto, desolazione, galera ed esecuzioni, in State Trooper l’ultima preghiera è Signor poliziotto la prego non mi fermi (Mister State trooper please don’t stop me) e quindi un urlo secco e acuto: liberami dal nulla (deliver me from nowhere).
I ritmi forti e duri del disco Born In The USA (1984) celano un testo che dice rabbia, disillusione, frustrazione: Sono dieci anni che brucio per la strada/ Nessun posto dove correre, nessun posto dove andare. Ancora una volta Springsteen racconta storie di tempi duri dove appaiono le immagini di un vento rabbioso, di una foschia piovosa, di un treno che trascina in basso.
Ecco nel 1987 riapparire l’immagine del tunnel in Tunnel Of Love (1987) e nel clima più aperto e esereno di Human Touch e Lucky Town (1992), che portano i segni del riassestamento affettivo avvenuto con il matrimonio con Patti Scialfa e la nascita di due figli tra il ‘90 e il ‘91. Sono dunque l’espressione di un uomo che a 43 anni riavvia la sua esistenza. Giorni migliori stanno cominciando a splendere […] Mi sento come se stessi tornando a casa (Better Days).
Nel disco successivo, The Gost of Tom Joad del 1995, Across The Border apre scenari di salvezza, immaginata con le metafore bibliche dei pascoli erbosi e delle acque limpide del Salmo 23: E tra le tue braccia sotto il cielo terso/ Bacerò la tristezza via dai tuoi occhi/ Lì oltre il confine/ […] E possa la grazia dei santi benedetti / Portarmi tra le tue braccia sano e salvo / Lì oltre il confine. / Perché che cosa siamo noi / Senza la speranza nei nostri cuori / Di bere un giorno dalla sorgente benedetta del signore.
Le vicende dell’11 settembre 2001 fanno evidentemente scattare nel Boss una molla creativa e morale. In pochi mesi, dopo aver registrato quindici canzoni in otto settimane, esce il nuovo disco The Rising. In una delle canzoni, Further On Up The Road, leggiamo: Sono stato nel / deserto a scontare i / miei anni/ a frugare nella / polvere, a cercare / un segno/ se c’è una luce più / avanti, fratello,/ non lo so/ ma ho questa febbre/ che mi brucia / nell’anima (I got this fever,/ burning in my soul) / perciò prendiamo i / tempi buoni così / come vengono/ e ci ritroveremo più / avanti lungo la strada/ Più avanti lungo / la strada/ / Una mattina ci / alzeremo col / sole, lo so/ e ci ritroveremo / più avanti, / lungo la strada.
E la strada prosegue in Devils & Dust del 2005 la tensione è verso l’alto, dove l’amore sia l’unico suono/ in alto su questa strada piena di ombre e di dubbi (Leah) Un riscatto è sempre all’orizzonte, dove si trova una casa, un sogno, una donna, una luce come in Maria’s bed: metafore di una sweet salvation (una dolce salvezza), a light that shines (una luce che brilla), a blessing at the riverhead (una benedizione alla fonte del fiume).

***

La letteratura americana è dunque veramente una letteratura di frontiera. Ma il modo di intendere questa frontiera non è univoco: esso fa appello non solo a una dimensione esteriore e geografica, ma anche a una dimensione interiore, a un profounder site che vive in un orizzonte di compimento.
La frontiera è segno di un limite e di un oltrepassamento o, come canta Springsteen, di «una luce più avanti (a light up ahead)». Essa ha a che fare con questa «febbre che brucia nell’anima».

17 commenti a “La frontiera americana tra realtà e immaginario”

  1. Kosta ha detto:

    Antonio, come stimolo genericamente culturale la tua lettura dei versi dei tre può andarmi anche bene. Ma sei consapevole (probabilmente sì o probabilmente no) che la tua è una sottile manipolazione? Un convogliare il tutto in una direzione che hai stabilito “a priori”. Come se fosse non un naturale corso del tuo dire, ma una necessità.
    Sicuramente c’è “frontiera” nei due che hai citato. (Springsteen lo conosco meno, come versi, la musica, a orecchio, sì), Ma, in chi scrive poesia, per chi non c’è quella che tu chiami frontiera?
    A che pro si scriverebbe poesia se non per esplorare l’oltre frontiera?
    Oddio, solo la poesia di maniera, quella celebrativa e quella di perduto amore quasi canzonettistico forse si salvano da questo ostacolo- trampolino obbligato.
    Il fatto invece è che c’è chi sa misurarsi per bene con Dio o con l’Infinito e chi no, che questo conflitto -affetto nello sporgersi oltre non lo sa esprimere con parole “saporite”.

    Emily Dickinson poesia 769.

    Uno e Uno – fanno Uno –
    Il Due – basta, non serve –
    per le scuole può andar bene –
    non per le scelte – davvero –

    Vita – così – o Morte –
    oppure il Senzafine –
    il Due, sarebbe troppo vasto
    perché l’anima lo confini.

    Kosta.

  2. Antonio Spadaro ha detto:

    Costantino, ciò che tu consideri “manipolazione” (termine un po’ forte, direi) io la definirei meglio “lettura”. Sì, certo! E’ la mia lettura alla luce della lettura di TUTTA l’opera degli autori citati. Io ho convogliato la mia lettura semplicemente perchè sentivo questo respiro e l’ho assecondato. Non mi sono dato un tema e poi l’ho ricercato, ma viceversa: leggendo i versi ho sentito il tema imporsi con decisione.
    E hai ragione da vendere quando affermi: “A che pro si scriverebbe poesia se non per esplorare l’oltre frontiera?”. Ma non credere sia così ovvio. Perchè ci sia frontiera occorre il riconoscimento di un altrove/altro. Spesso i nostri viaggi contemporanei sono inveece fin troppo autoreferenziali. Si viaggia nell’io. Si parte da sè per tornare a sè. Prevale l’esperimento sull’esperienza…

    Antonio

  3. andrea b ha detto:

    La lettura del testo, però, sortisce l’effetto contrario. Sembra che tu volessi ricercare nei tre autori la frontiera. Forse è questo che ha spinto Kosta a parlare di “manipolazione”. Io non ho letto “TUTTA” l’opera dei tre autori, per cui non so, non posso sapere, Antonio, come è successo che tu abbia convogliato la tua lettura su quel tema. Diverso sarebbe stato se si fossero presentati prima gli autori, e la scoperta della frontiera fosse venuta di conseguenza, credo. Comunque, Antonio, tendo a fidarmi, almeno un po’, di chi scrive, anche se non ha letto “TUTTA” l’opera dei vari autori che cita. Ciao.
    andrea

  4. Antonio Spadaro ha detto:

    E’ un po’ complesso fare il processo alle intenzioni. Nessuno è così neutro da leggere l’opera di un autore senza alcun filtro o senza porsi da una certa ottica. Questa è sempre flessibile e si corregge man mano che si procede. La frontiera non è l’unico tema che caratterizza gli autori citati, questo è ovvio. Tuttavia è uno dei temi forti che la mia visione sintetica (opninabile, per carità!) si ma cogliere. L’esito finale è il testo che avete letto (che è la sintesi di una sintesi). Ma vuole essere comunque una forte proposta ermeneutica di cui sono convinto e di cui mi assumo tutta la responsabilità culturale.

    Per presentare prima gli autori e poi la conseguenza della scoperta avrei impiegato pagine e pagine. Ed è cosa che ho già fatto in 4 saggi di 14 pagine ciascuno, che poi confluiranno in un volume più ampio che spero di riuscire a chiudere entro il prossimo inverno. Qui mi son dovuto accontentare di una parte delle conclusioni. Del resto è un testo che doveva andar bene per un intervento di 20 minuti (e che poi, tra l’altro, si è distaccato abbastanza da quelle pagine).

    Ma credo che comunque sia compito della critica dare visioni, proporre prospettive, suggerire interpretazioni ampie. Ed è quel che ho cercato di fare. Ciao

  5. Elena Buia ha detto:

    ….abituati alla melassa soft di posizioni intercambiabili, ogni volta che ci si schiera succede un casino…non se ne può più…………..eppoi Spadaro è come la Roma….non si discute, si ama

    ###########################################

  6. Kosta ha detto:

    Elena e me lo vieni a dire proprio oggi a me che sono interista? D’accordo comunque che Spadaro si ama. Ma qualche volta si “sfreculeia” pure :-). Sì, Antonio, “manipolazioni” è un po’ troppo forte. Potrebbe far sembrare che metto in discussione la tua onestà intellettuale, cosa che assolutamente non metto in discussione. Come non metto in disciussione la tua vivacità intellettuale. Mi limito solo ad osservare quando mi sembri meno felice del solito nell’esprimere un concetto. Nel caso specifico ho considerato questa metafora della frontiera un po’ forzata. Prendiamo la Dickinson, che è quella che conosco meglio (ed il mio meglio sicuramente sarà anche la decima parte di quello che conosci tu, ma tant’è) sicuramente c’è l’idea di frontiera ( che poi sottende il desiderio di sapere dettato a sua volta dalla consapevolezza di una assenza, di una mancanza) Ma non mi pare l’elemento poetico più originale della Dickinson, donna che nel perbenismo dell’età vittoriana sembrò “posseduta” dalla poesia, come una strega o un’eretica. Questa idea di frontiera, come ti ripeto, io la trovo, e anche molto più caratterizzante, in moltissimi altri poeti.
    Non vedo perché “usare ” la Dickinson o Whitman per dimostrare questo piccolo o grosso teorema.
    Certo, sei partito dal presupposto della frontiera fisica americana,come dato geografico e storico per dimostrare che per i poeti americani (e lasceresti intendere soprattutto per essi) esiste una corrispettiva frontiera interiore. Secondo me molta poesia europea è anche più macerata dal desiderio di esplorazione, diciamo così, e non so se mi sono spiegato sufficientemente.
    Tu mi dirai, e giustamente, che questo era solo uno spunto di riflessione e discussione. Ed infatti la discussione, in quaalche modo si è accesa.

    Kosta.

  7. Antonio Spadaro ha detto:

    E difatto, caro Kosta, io parlo così della Dickinson perchè ormai quello della Emily “posseduta” dalla poesia, come una strega o un’eretica è diventato un clichè. Emily è diventata un’icona di se stessa o, meglio, del suo ruolo. Per non parlare poi del delicatissimo rapporto dialettico col puritanesimo… I suoi ritmi sono quelli dell’innologia calvinista, per non parlare della precisissima terminologia teologica, piallata e rasa al suolo dalle traduzioni italiane… (e che dire della purgazione dell’espistolario nell’edizione Einaudi?).
    Insomma collegando in maniera così rapida la Dickinson a Masters e sposandola al suo antitetico (secondo i manuali) Whitman ho cercato di dire la mia, uscendo dai soliti canali, che pur qualche verità dicono, ovviamente, ma che rischiano di rinchiudere la “suora ribelle” (così si definiva, lei di origine protestante – dove le suore non ci sono) in una nuova prigione.

  8. andrea b ha detto:

    non volevo processare le intenzioni. era solo l’impressione che mi sono fatto leggendo, che fossi partito con un’idea e che tu avessi cercato quello che serviva per confermarla. sintesi di una sintesi, capito. e comprendo la difficoltà. tuttavia, come finisci “Ma il modo di intendere questa frontiera non è univoco: esso fa appello non solo a una dimensione esteriore e geografica, ma anche a una dimensione interiore” ecco, questa “frontiera” non è solo, prettamente, statunitense. Mi verrebbe quasi da dire che tutti i buoni romanzi, racconti, sono di “frontiera”. Oltrepassano, o tentano di farlo, limiti. Forse però i modi cui giungono ad esprimerla gli americani è diversa da quelli cui arrivano gli europei, o gli asiatici, o gli africani, o i mediorientali e così via. Mi viene in mente, mi chiedo, come cambia la letteratura in rapporto al paese in cui viene fatta? Proprio, alle caratteristiche fisiche del paese? E quali sono i saggi che poi confluiranno in un lavoro più ampio entro la fine dell’anno? (ci darai ogni tanto qualche piccola anticipazione? eh? spero…). dopo la sintesi della sintesi, in ogni caso, mi è venuta voglia del resto. ecco. ciao a tutti.

    andr

    p.s. per elena: ma dov’è il casino? si cerca di capirsi a vicenda. spero di non aver usato brutti toni nel commento precedente. ciao a tutti di nuovo.

  9. Antonio Spadaro ha detto:

    Hai presente Nazim Hikmet, il famoso poeta turco che scrive sull’amore? Bene. Tutti i romanzi (Promessi Sposi, madame Bovary,…) parlano di amore. E per questo non bisogna dire che Hikmet parla d’amore? No! Bisogna invece articolare il modo in cui ne parla. Ecco ciò che importa! Idem per la frontiera.

    L’altra domanda (ome cambia la letteratura in rapporto al paese in cui viene fatta?) è formidabile. Io sono convinto dell’osmosi tra ambiente esteriore/interiore, come si è capito.

    Ciao!

  10. Kosta ha detto:

    E dunque,Antonio, posso dire in tutta coscienza (e non per orgoglio personale, credo) che, per quanto è possibile, provo a evitare i cliché quanto te. Diciamo, meglio, che provo a mediare il senso comune con la libertà d’una interpretazione originale. Anche perché riconosco i miei limiti, in termini di attrezzatura culturale, che non mi consentono di avere un’ assoluta autonomia di giudizio.
    Nel mio piccolo, tuttavia, mi offro alla lettura d’una poesia ed alla interpretazione d’un poeta senza pregiudizi e senza finalizzazioni (cosa, la seconda, che voi critici professionisti siete necessitati a fare) Per entrare anch’io in metafora, faccio come l’ape che, mentre succhia il polline – voglio sperare – non pensi già al miele che dovrà produrre. Che poi, ti do atto: il miele è una cosa tangibilmente utile, la succhiata di polline un bene quasi voluttuario.
    Adesso però, che succede? Che alla luce di questa mini rottura di corna tra me e te (io che ti considero un’ amichevole autorità nel campo) io prenda a rileggermi la Dickinson, privilegiando quell’angolo di osservazione che tu mi suggerisci.
    Questo, e questo tipo di discussioni mi sono sempre salutari.

    Con affetto. Kosta.

    PS. Il mio piccolo “vademecum” della Dickinson è dell’edizione Garzanti e la traduttrice è della Virgillito.
    Com’è, secondo te?
    Nella poesia 721 il tuo ” frontiera” (The Term between) lo traduce letteralmente “termine in mezzo”. Il mio scarsissimo inglese non mi consente di argomentare quale sia la migliore tra la sua letterale e fedele o la tua più simbolista.Io di per me – ma sono un irresponsabile, tutto l’avrei tradotto così:
    Dietro di me s’inabissa l’Eternita (scompare all’improvviso lasciandoti quella sensazione di mistero di cui essa stessa è fatta) Davanti a me l’Immortalità.
    Io in mezzo (cioè uno stato coattivo , come a dire con una espressione che usiamo e che può rendere bene per capire, “tra l’incudine e il martello” la mia esistenza.
    Ora, un piccolo ragionamento che mi consentirai.
    Per chi crede, Eternità ed Immortalità possono essere sinonimi di uno stesso “esserci” dopo la fine dei “giochi” terreni.
    Per un poeta non credente o, comunque nel dubbio possono diventare addirittura dei sostantivi contrapposti, quasi un necessità di scelta tra i due. L’una scelta a discapito dell’altra.
    La Emily,( il dubbio interpretativo si pone, Antonio,) non sa se conquistarsi un “oltre” immanente (l’immortalità) con la sua poesia libera e ribelle dagli schemi utilitaristici e ipocriti del calvinismo imperante nell’america dei suoi tempi , o un “oltre” trascendente, (l’eternità) assoggettando la sua poesia alle sue aspettative estremisticamente religiose (di religione naturale e comunque più vicine all’estremismo fideista cattolico che a quello pragmatico calvinista, per dire)
    Cioè, in un certo senso, la poesia della Dickinson, tiene più a dire la sua parola sconcia ma efficace al mondo o cercarsi una uscita di sicurezza dal mondo per l’aldilà.
    Boh, ci rifletto ancora.

  11. andrea b ha detto:

    ehm, sì, mi ero spiegato male. volevo dire che, ecco, ci sono temi che percorrono tutta la letteratura, in ogni paese, diverso è il modo di affrontarlo. ma non era una critica allo scritto. oh insomma, non sono stato chiaro. su quella domanda, credo che, in quello che uno scrive, finisca tutto il contingente che gli è intorno, così che alla fine il racconto, il romanzo, la poesia, ma persino i saggi, siano fotografie degli attimi in cui sono stati scritti. Come se un racconto fosse il film dei momenti in cui è stato scritto. Munch non avrebbe mai dipinto un ponte ne L’urlo, se non fosse stato quello che lo portava a trovare la sorella. L’autore è una sorta di filtro. Non mi spiego ancora troppo bene, devo rifletterci ancora.
    E comunque non credo riesca a spiegare tutto di un’opera. O meglio, c’è tutta la questione della ricezione dell’opera, altrettanto importante. Perché, ad esempio, mi piacciono gli autori americani? Mica ho lo stesso ambiente esteriore. Il fascino di ciò che non si conosce, dell’esotico. Ops, faccio tardi. ciao.

  12. Antonio Spadaro ha detto:

    Per chi crede Eternità e Immortalità non sono sinonimi, in realtà. Eterno dura da sempre e per sempre, Immortale significa che non muore. L’uomo muore, anche per chi crede. Per chi crede però l’uomo risorge in corpo e anima, e non certo per virtù propria. L’uomo non è nè eterno nè immortale, comunque, almeno per il cristianesimo.

    La Dickisnon qui non credo abbia una visione ribelle, ma una visione cosmica talmente ampia da essere ontologica. Una visione alla Pascal, tutto preso da infinità che lo assorbivano, come scriveva lui…

    …ma prosegui pure la tua ricerca. E’ la cosa più interessante, del resto. Io non ho certo chiuso la mia, del resto.
    Ciao

  13. teresa ha detto:

    scusate, arrivo in ritardo, ma ‘in mezzo’ c’era il maelstrom, mi sembra, non il miracolo.

    Tis Miracle before Me – then –
    ‘Tis Miracle behind – between –
    A Crescent in the Sea –
    With Midnight to the North of Her –
    And Midnight to the South of Her –
    And Maelstrom – in the Sky –

  14. Antonio Spadaro ha detto:

    Cara Teresa, direi di no. Il maelstrom sta nel verso sucessivo, tanto che alcune traduzioni, per facilitare la comprensione, lo distaccano con un punto fermo.

    Io comuqnue mi fido abbatanza delle mie intuizioni, ma non di me stesso. Dunque cerco di verificare le intuizioni medesime. Così ho fatto per questo verso confrontando la mia personale traduzione con altre (Guidacci, Bacigalupo, Errante, Virgillito). Da questo confronto deduco con ragionevole sicurezza che in mezzo c’è proprio il Miracle.

    A parte le traduzioni letterali di Bacigalupo e di Rina Virgillito, equivalenti alla mia,

    1) la Guidacci, scopritrice italiana di Emily, traduce:

    Davanti a me il miracolo si estende,
    miracolo alle spalle e mi circonda,
    ed il mare s’inarca

    2) Guido Errante, autore della celebre edizione dello Specchio mondadoriano, traduce (notare il punto dopo circonda):

    E’ miracolo, dunque, innanzi a me –
    Il miracolo è dietro, e mi circonda.
    E’ un arco il mare

    Ecco. Dunque credo di poter confermare la mia lettura: in mezzo c’è il Miracle.
    Ciao

  15. teresa ha detto:

    ok, mi piacerebbe leggere le traduzioni Errante e Guidacci di tutta la terza strofa. (Io ho quella di Bacigalupo)
    Le potresti mettere qui?

    grazie :-)

  16. Antonio Spadaro ha detto:

    Errante:

    E’ miracolo, dunque, innanzi a me –
    Il miracolo è dietro, e mi circonda.
    E’ un arco il mare,
    Con mezzanotte al nord,
    E mezzanotte al sud,
    E voragine nel cielo.

    Guidacci:

    Davanti a me il miracolo si estende,
    miracolo alle spalle e mi circonda,
    ed il mare s’inarca,
    con mezzanotte a Nord
    e mezzanotte a Sud,
    mentre in cielo trascorre l’uragano.

  17. devo dire che la nova grafica mi piace di più della vecchia, complimenti!

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