Pinguini di carne e papere di plastica

Ritornato in famiglia per il ponte di S. Pietro e Paolo gironzolo per canali – approfitto dell’opportunità della TV satellitare – e su Sky Cinema 2 mi imbatto sul profilo di un centinaio di pinguini in marcia dentro al gelo della notte polare. Sono mamme-pinguino in corsa contro il tempo per portare il pesce di cui sono colme ai loro pulcini. Folgorato, resto immobile fino alla fine del documentario e mio padre e mia madre, seduti ciascuno sulla propria poltrona, sembrano condividere il mio interesse dedicando alle immagini la loro muta attenzione. Si tratta del film-documentario “la Marcia dei pinguini”, di Luc Jacquet, che racconta le modalità riproduttive dei pinguini imperatore, i quali ovunque si trovino intraprendono contemporaneamente ogni anno un viaggio verso l’Oamok, un luogo sicuro e protetto in cui ogni esemplare cerca il proprio compagno, si accoppia e si alterna prima covando e poi accudendo un unico uovo fino alla nascita del piccolo in primavera. Nonostante la presenza di una voce narrante del tutto superflua, le immagini sono folgoranti: scene di massa da fare invidia al quarto reich, l’evoluzione di un sole appoggiato sulla lena dell’orizzonte, l’esattezza della curva che unisce la testa e la schiena dei pinguini, le vivaci macchie arancioni sul loro bavero che mi appaiono come atti di insubordinazione creativa nel bianco-nero dell’inverno in Antartide. E lo sguardo dei cuccioli appollaiati sulle zampe dei loro padri, la cura morbosa che hanno verso di loro i padri e le madri, il verso addolorato di una madre sul corpo senza vita del suo pulcino, il modo in cui cerca di scuoterlo e rianimarlo con il becco. Sui titoli di coda mi sento vicino ad un qualche tipo di estasi mistica e l’esclamazione che mi torna in testa è: Dio! Mi giro prima verso mio padre, poi verso mia madre, certo del fatto che la visione che abbiamo condiviso deve in qualche modo averci portato verso un livello più profondo di comunione, quando lei dice: “avete saputo delle paperelle di plastica che si stanno avvicinando alla costa inglese? Quanto le vuliss’ vdè (ovvero: quanto mi piacerebbe poterle ammirare)”. Dopo opportuna ricerca, posso dirvi che la storia a cui fa riferimento mia madre è la seguente:

Una flotta di quasi 30mila paperelle di gomma sta puntando verso le coste dell’Inghilterra. I primi sbarchi sono previsti entro i prossimi due mesi, dopo un viaggio di oltre 27mila chilometri, durato ben 15 anni e mezzo. Era, infatti, la fine di gennaio del 1992 quando la nave cargo che trasportava questi “Friendly Floatees” perse il suo colorato carico di pennuti di gomma (ma c’erano anche tartarughe, castori e rane) in pieno Oceano Pacifico a causa di una tempesta. La spedizione, appena uscita da una fabbrica di Hong Kong, era destinata alla “The First Years Inc.” di Tacoma, Washington, ma tre containers finirono in mare aperto e, rompendosi a contatto con l’acqua, liberarono i 30 mila animaletti di plastica e gomma che di solito fanno compagnia ai bambini durante il bagnetto e che da allora stanno, invece, vagando per il globo seguendo le correnti marine. Ma non sono soli in questo viaggio. Dalla sua base di Seattle, infatti l’oceanografo americano Curtis Ebbesmeyer li ha tenuti costantemente monitorati, seguendone gli spostamenti sulla cartina geografica e ricostruendo tutto il percorso compiuto fino ad oggi. (corriere.it)

Io, come farebbe ogni giovane mediamente brillante della mia generazione, mi allontano dal salotto stizzito comincio a fare pensieri “amareggiati” attorno all’episodio, mettendo in metafore e in antitesi tutta la mia delusione: la carne contro la plastica, la natura contro l’artificiale, il coraggio dell’amore contro una tranquillizzante anestetica degli affetti, la vita contro la morte.

Ora, assemblate le sue due parti – il mio entusiasmo per i pinguini di carne e quello di mia madre per le papere di plastica – dove porta questa storiella? A domande, ovviamente. Perché quello che non ho capito e se la fuga di mia madre dall’immaginario dell’Antartide alle paperelle di plastica possa autorizzarmi o meno a rappresentare una frattura tra me e lei, tra la mia generazione e la sua generazione, tra una visione del modo e un’altra. Non so dire se considerare le papere di plastica come simbolo di un mondo che stima l’artificiale, la superficie e l’immutabile sia una rappresentazione realistica oppure un’ipotesi figlia dello scetticismo in cui mi hanno allevato. Se le papere di plastica siano simboli di morte o la rappresentazione di una nuova frontiera della vita. Non riesco a dire se ci sia qualcosa di realmente diverso tra mia madre, che negli anni ha imparato a negare tutta la sua capacita di commuoversi di fronte a qualsiasi fenomeno che non sia perfettamente comprensibile e controllabile, e me, che mi illudo di tener vive le mie capacità di amare dirigendole verso il lontano Antartide, mentre papà e mamma muoiono da soli in salotto.

Nessun commento a “Pinguini di carne e papere di plastica”

  1. teresa ha detto:

    anche le papere di plastica hanno un’anima

Per inviare un commento devi effettuare il login.