Mary Gray, lo splendore del grigio

Uomovivo, di ChestertonRiceviamo e volentieri pubblichiamo questa intervista di Donatella Cerboni ad Annalisa Teggi[1] – traduttrice delle opere di Gilbert K. Chesterton –  che all’incontro del primo giugno scorso sul tema “Un’avventura chiamata famiglia” (organizzato da “La Civiltà Cattolica”, The Chesterton Institute e l’ Associazione BombaCarta) ha tenuto un’interessante relazione dal titolo “Mary Gray, lo splendore del grigio domestico”.

Annalisa, il titolo del tuo intervento mi ha fatto venire in mente un piccolo brano del primo capitolo del romanzo “Uomovivo” che riporto di seguito: “Nella pienezza di questo silenzioso splendore tutte le cose ripresero nuovamente i loro colori naturali: i tronchi grigi ridiventarono d’argento, e la ghiaia grigiastra ridiventò d’oro“: lo splendore della vita quotidiana domestica in famiglia da dove trae la sua forza secondo il pensiero di Chesterton, che ama alzare lo sguardo in alto quando pensa al sacramento del matrimonio?

Una delle cose che mi ha colpito maggiormente quando traducevo “Cosa c’è di sbagliato nel mondo” è stato constatare la semplicità con cui Chesterton sgretola il pregiudizio in base a cui un uomo (o una donna) si aspetta di vivere ogni sorta di avventura meravigliosa non appena mette un piede fuori di casa. Di fatto, è esattamente l’opposto, perché in realtà è il mondo esterno a essere il regno dell’abitudine e delle regole, mentre la casa è il regno della libertà: infatti, dice Chesterton, io a casa mia posso mangiare sul pavimento – se voglio – ma proviamo a farlo al ristorante …

L’esempio semplice sottende una verità fondamentale, perché la forza della famiglia è proprio l’idea di libertà che essa sostiene, una libertà radicale: quella di essere stati voluti così come siamo. L’ipotesi della Creazione è che ogni cosa guardata da Dio era buona. Niente esami o prerequisiti. Buona punto e basta: buona in se stessa, anche se toccata dal peccato. Questo è il fortino di famiglia, dice Chesterton: la casa non è un rifugio in cui allontanarsi dal mondo, ma è l’unico punto solido da cui affacciarsi al mondo. Ecco lo splendore domestico. La legge della meritocrazia, che tanto si sbandiera oggi (anche giustamente) va bene per il mondo esterno, ma in casa regna la carità e la gratuità: vale tutto quel che tu sei, il tuo sufficiente e il tuo insufficiente, il tuo buono ma anche il tuo scarso. Tutto di te serve. Insomma, è un criterio opposto all’idolatria dell’efficienza, perché in casa – si sa – dobbiamo rimboccarci le maniche, siamo all’opera e aggiustiamo, ripariamo, cuciniamo, puliamo anche senza qualifiche specifiche. E, pur sbagliando, non si viene licenziati: si resta sul pezzo, umili e soprattutto lieti.

Mentre ci raccontavi del fecondo rapporto di coppia tra Gilbert Chesterton e l’amata moglie Frances Blogg (da lui definita, in una delle sue lettere, come capace di portare sul suo volto una relazione con tutto ciò che è vivente), ci fai notare che l’autore de “La sfera e la croce” definisce il rapporto uomo-donna con la metafora del coltello e la forchetta: ci puoi spiegare meglio cosa intendesse e cosa può insegnare a noi donne e uomini del XXI secolo, a volte tentati dai falsi miti dell’indipendenza e dell’autosufficienza?

Sì, Chesterton tirò fuori l’immagine del coltello e della forchetta per replicare alla protesta di una Suffragetta che lo aveva accusato di deridere il loro movimento femminista. Il più grande alleato di Chesterton è sempre stato il senso comune: diceva ad alta voce le evidenze che tutti abbiamo sotto gli occhi e non vediamo più. Per mangiare, noi tutti usiamo coltello e forchetta: due posate diverse, che sono appunto diverse perché hanno uno scopo comune. Dell’uomo e della donna, che costruiscono una famiglia, va ribadito proprio questo, se non si vuole cadere nella trappola ideologica di trattare i sessi in modo indistintamente uguale. Va ribadito che è proprio il loro scopo comune (la famiglia) a dar loro pari dignità, e dà loro un’altrettanto chiara distinzione. Essi sono soci alla pari in nome di un’impresa concreta e straordinariamente necessaria, in cui occorre un coltello che incida le cose e occorre una forchetta che le trattenga. Nel momento in cui non si mette più a fuoco lo scopo comune, anche l’uomo e la donna non sono più a fuoco. Si finisce nel labirinto di rivendicazioni sterili, per cui, ad esempio, la donna può oggi rivendicare la gloria di tante supposte conquiste e può finalmente vantarsi di “portare i pantaloni”. Anche a questo Chesterton rispose che, a ben vedere, quando gli uomini vogliono sottolineare la solennità del proprio ruolo spesso indossano una gonna (vedi la tonaca del prete e la toga del giudice).

Questa non è solo una facile battuta, ma è la lama del paradosso. In che termini e su quali basi si può parlare di progresso se l’immagine classica di famiglia si sta frantumando? Quell’immagine classica (e qualcuno direbbe desueta, se non sorpassata) del padre e della madre, del marito e della moglie – del coltello e della forchetta – sta ancora a indicarci qualcosa di costruttivo, operativo, dirompente e coraggioso. In un tempo di crisi come il nostro, la famiglia è l’unica impresa a cui vale la pena votarsi. E non perché sia un’isola felice. Chesterton pose a fondamento del matrimonio quello che per la maggior parte della persone è il classico motivo di divorzio: l’incompatibilità di carattere. E scrisse: «Se un americano può divorziare ‘per incompatibilità di carattere’, mi chiedo come mai non siano tutti divorziati. Io conosco molti matrimoni felici, ma nessuno che sia tra persone compatibili. Lo scopo complessivo del matrimonio è combattere e sopravvivere fino al momento in cui l’incompatibilità è fuori discussione. Perché uomo e donna, in quanto tali, sono incompatibili».

Il coltello taglia, la forchetta punge: ci sta che sia un duello, ma è «un duello mortale a cui nessun uomo d’onore dovrebbe sottrarsi» – come dice Michael Moon in Uomovivo. Non c’è niente di così comico e profondamente commovente che constatare che per gustarsi una buona bistecca (e la vita) occorre la collaborazione di due strumenti così affilati e opposti. Personalmente, io non scambierei mai queste posate con le educate, asciutte e perfettamente identiche bacchette del ristorante cinese.

Mary Gray, la moglie di Innocenzo Smith in “Uomo Vivo” di cui ci incanta la definizione data dall’autore <aveva il talento di dire tutto con il volto, e il suo silenzio era come un applauso ininterrotto> è la chiave di lettura di questa tua chiacchierata chestertoniana: ci puoi raccontare, alzando il velo di una prima apparente lettura ed andando in profondità nel testo, quali figure e valori richiamino i due termini “Mary” e “Gray” (grigio) ?

Queste due parole a ben vedere sono proprio sinonimi che si rafforzano a vicenda. Maria è il grigio. Il grigio visto ovviamente con gli occhi di Chesterton, che ci ha insegnato a considerarlo come un colore tutt’altro che insignificante. Il colore grigio è spento perché è capace di accendere tutti gli altri colori: solo su uno sfondo spento come il grigio si può percepire lo splendore degli altri colori. In questo senso anche il bianco, come sfondo, è meno efficace del grigio. Dare alla donna il cognome di Grigio, significa attribuirle il ruolo principale della scena, senza metterla alla ribalta. Il nostro criterio comune e prevalente sembra suggerirci che più uno è visibile più è importante. Ma ogni madre sa che è vero l’opposto: non c’è posto più bello e attivo che stare dietro tuo figlio a braccia spalancate quando lui tentenna nel fare i suoi primi passi da solo. In quel caso sei al settimo cielo nel vedere che apparentemente non devi fare niente, eppure sei pronta ad afferrarlo se inciampa.

Maria, nel  Vangelo, è questo: è lo sfondo che accoglie e raccoglie tutto. Non è una “prima donna”, ma è la prima attrice. Lei è il motore di tutto, presente anche quando apparentemente invisibile. Tutto è cominciato dal Sì che disse all’Angelo, ed è stato un Sì, spesso silenzioso ma assolutamente ininterrotto, fino a quando ha accompagnato suo Figlio sul Calvario.

Chiamando Mary Gray la moglie di Innocenzo, Chesterton ha dato un nome al vincolo affettivo con sua moglie Frances, una donna di cui lo colpì l’intelligenza acuta e mai ostentata e, soprattutto, la praticità domestica con guardava le cose del mondo: «Aveva un goloso appetito per tutto quel che produce frutti, i campi, i giardini. Era dedita al giardinaggio, sarebbe stata pronta a coltivare i campi. Amava la letteratura, soprattutto Stevenson. Ma se Stevenson fosse entrato nella stanza e avesse espresso i suoi dubbi sull’immortalità, lei si sarebbe rincresciuta per il suo sbaglio, ma, per il resto, non avrebbe mostrato turbamento alcuno».

(intervista a cura di Donatella Cerboni)


[1] Per chi volesse saperne di più sul mondo di Annalisa, rimandiamo alla visione del suo blog: http://www.tempi.it/blogs/tremende-bazzecole

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