I segni della speranza

(…) Ci vorrebbe una buona notizia
di quelle che fanno esplodere nel cuore la gioia (…).

Giovanni Gastel, Milano 2020

 

“Vorrei conoscere l’odore del tuo paese, camminare di casa nel tuo giardino”, vorrei “che l’oggi restasse oggi senza domani o domani potesse tendere all’infinito”. Così canta Francesco Guccini in una stupenda canzone del 1996 (Vorrei, F. Guccini in D’amore, di morte e di altre sciocchezze) esprimendo il desiderio che quel suo amore si compia sempre più.

Speranza che la presenza della sua donna non svanisca mai, che l’oggi (ancorché un oggi ipotetico – tutta la canzone è costruita infatti al condizionale) non conosca domani, sottraendo così quell’esperienza di bene alla corruzione del tempo.

Come possiamo non temere che ciò che amiamo finisca? Il tempo viene, prima o poi, a riprendere tutto quello che ci ha dato in prestito (o che non ha fin qui concesso – altra faccia della stessa medaglia), e il nostro impeto è quello di puntare i piedi contro un muro invisibile per impedire che tutto torni indietro lasciandoci soli ancora una volta.

C’è però un interrogativo che, come un fiume carsico, scava dal di dentro: perché speriamo che accada qualcosa di migliore (o che il bene vissuto non ci venga sottratto)? Come mai ci troviamo addosso questa spinta che ci fa percepire il limite e la vertigine di una condizione mai totalmente nelle nostre mani? Il pericolo di un nemico che ci tiene costantemente in bilico sul bordo di un precipizio? Forse siamo venuti al mondo con un certificato nel quale ci è stato garantito che avremmo ottenuto un mondo più bello di quello presente? Si pone questo interrogativo in maniera tagliente Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere: “Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?”. Forse si tratta di un dato biologico, di un istinto primordiale inciso nel nostro DNA, un disagio che né le piante né le ruote delle macchine percepiscono (pur essendo anch’esse sottoposte alla tirannia del tempo); ma perché noi uomini ci ostiniamo in quest’esercizio dagli esiti sempre incerti?

Sempre Pavese descrive mirabilmente questa dinamica della speranza: “Domattina parto per Roma. … Questo viaggio ha l’aria di essere il mio massimo trionfo. Premio mondano, D. (oris) che mi parlerà – tutto il dolce senza l’amaro”. Sta partendo per Roma per andare a ritirare il Premio Strega, uno dei massimi riconoscimenti che uno scrittore possa ricevere. Eppure, qualche pagina più avanti annota: “A Roma, apoteosi. E con questo? Ci siamo. Tutto crolla. L’ultima dolcezza l’ho avuta da D. (oris), non da lei. Lo stoicismo è il suicidio. Del resto sui fronti la gente ha ricominciato a morire”.

Tutto si rivela deludente; conosciuto l’apice della propria realizzazione, tutto torna al punto di partenza. Si pongono allora alcune domande che non possono essere eluse: davanti a questo continuo decadere, sperare ha realmente senso? L’oggi e il domani sono realmente due tempi contrapposti, il primo da sigillare rispetto ad un futuro che minaccia, o al contrario, il secondo da liberare da un presente troppo ingombrante? È possibile un’ipotesi che non elida uno dei due termini?

E infine, quale è il nostro ruolo nei confronti della speranza? Siamo condannati ad essere in balia di altro o siamo noi gli artefici della nostra fortuna?

Vaclav Havel, dissidente cecoslovacco degli anni del regime sovietico, nelle conclusioni del suo saggio Il potere dei senza potere, ammette: “Noi non conosciamo la strada per uscire dal marasma”, ma invita a riflettere “… se proprio qui, nel nostro quotidiano …non vi siano dei suggerimenti cifrati che attendono in silenzio il momento in cui saranno letti e compresi”. Continua “Ci si domanda cioè: «un futuro più luminoso» è sempre veramente soltanto il problema di un lontano «là»? Non è, invece, qualcosa che è già qui da un pezzo e che solo la nostra miopia e la nostra fragilità ci impediscono di vedere e sviluppare intorno a noi e dentro di noi?”

Havel scrive queste cose nel 1978, durante il periodo di internamento. Eppure, in un modo sorprendentemente libero, ci testimonia che la speranza è possibile anche in quella condizione; che essa non riguarda solo il domani perché già oggi ci sono degli elementi positivi che attendono solo di essere sorpresi. La nostra responsabilità – sembra volerci dire – inizia dall’accorgerci di quei segni, da una scoperta attenta del reale più che da un nostro attivismo o dalla nostra capacità di mantenere vivi i sogni. La speranza in un domani migliore, quindi, è possibile a partire da un presente. Così anche il rapporto tra l’oggi e il domani può iniziare ad essere meno contraddittorio e subentra il “sospetto” che il tempo tutto sia lo spazio necessario al compiersi del nostro desiderio.

Resta, però, ancora aperto un interrogativo: la nostra speranza è puro meccanicismo o è la spia di qualcosa di più profondo che è radicato in noi? Ognuno potrà rispondere onestamente guardando alla propria vita, agli incontri fatti – perché per sperare non possiamo essere soli – e magari prestando attenzione, come ci ha indicato Havel, a quei piccoli suggerimenti cifrati che tante volte ancora non vediamo e che, invece, hanno già iniziato a vincere il buio.

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