Bronzo e Conditio Humana

startC’è qualcosa di estremamente “fisico” nell’opera di Lois Anvidalfarei che è stato definito un interprete, uno sperimentatore del corpo umano.

In un anno in cui BombaCarta sceglie come temi per le sue Officine i materiali, è impossibile non parlare di Conditio Humana, l’esposizione aperta dal 26 ottobre fino al 30 novembre alla Pelanda di Roma e dedicata alle opere in bronzo di Anvidalfarei.

In questo contesto il bronzo è protagonista incontrastato della scultura possente di Anvidalfarei, una scultura di forte impatto, che predilige materiali importanti, che racconta un vissuto percorso alla scoperta della corporeità.

Lois Anvidalfarei è uno scultore ladino che “arriva” allo spettatore in maniera totale ed immediata attraverso opere di “grande” presenza. Figure nude, dalla fisicità vigorosa, spesso di dimensioni “ciclopiche”, in pose drammatiche, non consuete, tormentate.

Alla Pelanda sono in mostra una ventina fra sculture ed installazioni che permettono di entrare in maniera immediata nel mondo di Anvidalfarei, che tratta il corpo “per quello che è”.

Nessuna astrazione e nessuna ricerca intensa di bellezza assoluta; solo contatto istantaneo e profondo con la forma. Il corpo è fisicità pura e non si inserisce in un contesto determinato. Basta a se stesso. La mancanza di un riferimento fuori dalla corporeità è, paradossalmente, il pretesto per la reale esistenza delle sue figure.

Ed è così che il bronzo “si anima” e prende vita.

Nel volume “Lois Anvidalfarei” di Peter Weiermeier (2002), Erri De Luca racconta l’incontro con l’opera di Anvidalfarei: “All’alba ho incontrato l’Adàm. Sul prato da poco falciato dove di notte scendono i caprioli, sta ferma la figura del capostipite scacciato. Il suo nome è Adàm da adamà, che in ebraico è suolo ed è femminile. Sta in punta di passo sul bordo del prato e si fascia la testa con due braccia. È in bronzo. Lois forma la figura in bronzo poi va in fonderia a Verona. Colare bronzo è da tremila anni il più perfetto modo di abbracciare una forma. Noi della stirpe di Adàm, che ci diamo arie di modernità per qualche presa di elettricità, siamo frutti caduti non lontano dall’albero, siamo da sempre ignudi […].”.

In queste poche righe c’è tutto: lo scultore, la sua arte, la sua tecnica, la sua poetica, il suo mondo.

Il modello di quell’Adàm è lo scultore stesso, quello il suo corpo originale e originario; il prato fresco di taglio è quello del maso in cui vive; il bronzo è la materia primigenia che libera la vita sulla terra, l’uomo-Adamo, nella perfetta tradizione cattolica da cui discende.

Eppure un velo di tristezza offusca gli Adàm di Anvidalfarei: forse la fatica di vivere, forse la dura semplicità del mondo contadino, forse la tensione di un’anima combattuta fra terra e arte, forse la punizione divina che ci ha allontanato dall’Eden.
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Come descrivono (quasi dipingono) i versi di Roberta Dapunt, moglie di Anvidalfarei:

Credo nelle anime sante,

nella loro indipendenza conquistata

sui sensi di una preghiera.

Credo nel lamento di un uomo in

agonia,

inaccessibile silenzio degli ultimi

istanti in una vita.

Credo nel lavaggio del suo corpo fermo,

nel suo vestito a festa e nell’incrocio

delle mani,

testimoni di un battesimo confidato.

L’incrocio delle mani, la testa fasciata da due braccia: l’abbraccio fra il creatore e la vita creata; l’eterna sfida fra la sofferenza e la gioia di vivere; la disperazione della colpa.

In sintesi, la condizione di essere uomo.