L’eternità di Achille

Ho ricevuto in regalo il libro di Giuseppina Norcia.

Attirata da quel titolo così estremo, così definitivo e anche così intimo, ho iniziato a leggere immediatamente “L’ultima notte di Achille” (“L’ultima notte di Achille” – Giuseppina Norcia; Castelvecchi Editore, 2018, 160 pp.) 

Un titolo potente per un personaggio tanto noto. Un titolo che “parte” dalla fine.

[…] Un lampo fece a pezzi il cielo.
“Patroclo è morto”.
Non parlasti, non gli chiedesti nulla di come fosse accaduto. Soltanto, ti chinasti a prendere da terra cumuli di cenere e spargerteli sulla faccia, sulla testa, sui capelli che ti strappavi via insieme alla bellezza. Così fosti cenere prima ancora di lui.
Non piangesti subito, ma Antiloco ti strinse le mani temendo che potessi sguainare la spada e tagliarti la gola. Provo ad abbracciarti. “Ci sono io, Achille, sono con te”, ti diceva, ma schivasti persino le sue carezza, come fossero colpi, per allontanarti da tutti.
Lanciasti un grido, fu come un tuono tremendo. […]

Chi non conosce Achille? Chi non ricorda l’eroe della guerra di Troia, la sua natura semidivina, la sua bellezza, la sua forza, la sua ira?

Ma non è altrettanto immediato provare ad immaginare la sua fragilità, la sua sensibilità, i suoi pensieri reconditi, ad entrare in contatto con il suo dolore, con le sue speranze, con le sue gioie.

Giuseppina Norcia ha voluto offrirci un punto di vista che definirei ulteriore sulla figura di Achille. Non nuovo, non particolare: aggiuntivo.

Dopo aver letto “L’ultima notte di Achille” si ha la sensazione di conoscere più da vicino un eroe che i versi omerici ci hanno tenuto autorevolmente distante.

È proprio il linguaggio la chiave di volta di questo testo: la prosa della Norcia non è moderna nel senso corrente del termine. È naturalmente legata al contesto e all’atmosfera. Il suo è un linguaggio preciso, orgogliosamente al posto giusto nel momento giusto eppure semplice, immediato: si potrebbe anche dire epico, ma sarebbe riduttivo.

Mentre leggevo mi è tornato in mente un commento di un traduttore italiano di romanzi americani: scrive, parlando del suo lavoro e della lingua italiana, da lui definita una lingua dal lessico piuttosto impreciso e niente affatto frugale nella sintassi, “di aver scoperto che la sobrietà è nemica dell’esattezza, talvolta ne è l’esatto contrario”.

E la Norcia lo dimostra: il suo è un libro che non si può definire un romanzo né un poema (epico), non un racconto né un saggio. E il linguaggio nonché la forma stilistica sono la prova che la ricchezza verbale e il ricorso ad una terminologia esatta, pulita e autentica possono ancora (e sempre) offrire un pieno godimento alla “rilettura” di un classico. Senza diventare una scrittura da outsider.

Il lettore si trova a ripensare all’esametro dattilico come ad una forma espressiva che crea un contesto molto vicino a quello teatrale. Pagine rapide, quadri vividi ed immediati, attimi fotografati nella luce nitida di un racconto che riprende dal passato e cuce insieme mito e miti della classicità greca srotolando una teoria di immagini che ampliano e poi fissano lo sguardo sui legami fra uomini, divinità, luoghi e azioni.

Colpisce la fluidità e la naturalezza del passaggio dalla prima alla seconda e alla terza persona.

Dal prologo all’epilogo emerge ferma e distinta la figura dell’eroe che è, prima di ogni altra cosa, un uomo.

La voce narrante di Thanatos è la lucida espressione di quella morte che accompagna in ogni istante il giovane e fiero Achille, conscio di un destino che non perdona.

Non riusciamo a scorgere il mezzo dio figlio di Peleo e della ninfa Teti. Anche quando corre e si allena nei boschi sotto il vigile sguardo di Chirone o quando, nascosto sotto le mentite spoglie di Pirra, inganna il suo stesso cuore. Viene sempre prima il suo sentimento umano.

Come Omero restituisce alla figura di Achille la forza della volontà umana, così la Norcia ci regala un Achille “senza armatura”, esposto nei suoi sentimenti più reconditi, nelle sue paure, nelle sue lacrime, nei suoi entusiasmi.

Achille ama in modo incondizionato, proprio come odia. Ama l’amico Patroclo di un amore puro e assoluto; ama il padre Peleo di un amore rispettoso e smarrito; ama la madre Teti di un amore sconosciuto e imprevisto; ama la moglie Deidamia di un amore potente e giovanile; ama Chirone di una amore riconoscente.

La sua vita e il suo amore giungono a compimento nel momento esatto in cui Patroclo viene assassinato: un dolore che lo incenerisce.

Furia, vendetta, sangue. Un ultimo tramonto ancora in compagnia di Thanatos che ama Achille di un amore presente, attento: lo avvolge in un abbraccio.

Anch’esso ultimo. E finalmente eterno.