Scusa, non ho capito, cosa hai detto?

Pare sia l’estate più calda da 50 anni a questa parte, dal 1962 (la mitica estate di American Graffiti, di Blowin’ in the wind e di Love me do). E il caldo debilita, impedisce qualsiasi azione, qualsiasi “fare“. Forse è questo il bello dell’estate, che non si “fa” niente. E quindi finalmente si può “fare” altro.

Prendiamo ad esempio il parlare. D’estate il parlare prende il sopravvento, finalmente si parla, perché invece nelle altre tre stagioni prevale il comunicare, ordinare, chiedere, richiedere…insomma tutto quel parlare che parlare non è ma è solo comunicazione funzionale, di servizio. Il parlare, il dire, invece, ha qualcosa di “creativo” (In principio era il Verbo) e questa dimensione creativa ha forse bisogno di tempi lunghi, di tempi morti (e poi vedremo che anche qui la morte è, come sempre, importante), insomma di maggiore rilassatezza e distensione. Ed ecco la vacanza, il vacuum, il vuoto pneumatico in cui il Pneuma (che aleggia sulle acque) può agire e vivificare.

La forma più semplice di questa parola che d’estate si distende e si espande è il pettegolezzo. Lo sport preferito sotto l’ombrellone. Si riempie il vuoto con altro vuoto. Però è già qualcosa. Innanzitutto la parola, anche così misera come la chiacchiera, è qualcosa che tiene insieme, fa stare insieme. Su questo “stare” il poeta Davide Rondoni ha scritto un bell’articolo in questi giorni su Avvenire dove osservava che: “Cosa c’è dentro questo “stare” che sembra vuoto, inutile ? Li vedi, per esempio fuori dagli stabilimenti balneari, al mare: i ragazzi abbarbicati intorno ai tavolini. Stanno lì. Chiacchierano. Spesso un dire niente. Ma un tenersi con i fili delle parole. Pur di stare insieme. Discorsi che non vanno da nessuna parte. Si fermano, riprendono, aspettano di nuovo l’onda” e concludeva: “La vacanza, il tempo vacuo, vuoto, è uno spazio: in tale spazio, stare insieme può significare riaccorgersi della prodigiosa presenza dell’altro. Un miracolo senza fare niente, dicendo solo: vieni qui, siediti qui un po’.”

Tempo miracoloso l’estate. Tempo meraviglioso, tempo stupendo. E anche stupido. Tutti e tre gli aggettivi hanno a che fare con lo stupore, con l’aprire, spalancare la bocca. Il parlare è un’apertura. Il parlare è un rischio. E il rischio principale del parlare/dire è l’incomprensione. Il fatto che la tua voce sia fra-intesa, risulti equi-voca. Se il rischio si corre, negli equivoci si cade. A volte fa anche molto male, la caduta. Il rischio è grosso, e ricorrente: non c’è parola esente da questo pericolo dell’incomprensione. Quanti sono stati gli equivoci in cui siete caduti nella vostra vita? Nell’ultimo anno, mese, settimana, giorno?

Ma forse la povertà dei nostri mezzi espressivi sono proprio la base di partenza per poter parlare, correre il rischio di entrare in contatto con gli altri, come dice George Bataille nel suo saggio sull’amicizia (riportato di recente da Antonio Spadaro nelle sue navigazioni cyberteologiche): ?“Sono il non compimento, la ferita, la miseria a essere la condizione della ‘comunicazione’. La comunicazione non è compimento. Affinché la comunicazione sia possibile occorre trovare un difetto, una mancanza, un punto debole, un’incrinatura. Una lacerazione in se stessi, una lacerazione nell’altro (…). La morte di Dio sulla croce è la ferita per mezzo della quale si rende possibile alla mente umana la comunicazione con Dio”.

Insomma per parlare e comunicare si deve morire, essere pronti a correre questo rischio, ad attraversare i tempi e i luoghi morti, a “discendere agli inferi” dell’incomprensione.

Parlare, comunicare… facciamo un passo indietro: tra i due, prima ancora della comunicazione, c’è l’espressione. L’uomo parla perché così esprime qualcosa che trova dentro se stesso, oppure perchè “si” esprime, esprime se stesso. E qui entra in gioco un’altra vexata quaestio sull’arte: espressione o comunicazione?

A questo punto un passo in avanti: parola, espressione, comunicazione, comunione. Forse è questo, la comunione, lo scopo, il fine di tutto? Così sembra pensare lo scrittore americano Allen Tate, secondo la riflessione (recentemente pubblicata su Il Foglio) di Edoardo Rialti: “Molti scrittori sono ossessionati dal problema di quanto riescano a comunicare, ma per Tate “il dilemma sparisce se si comprende che la letteratura non ha mai comunicato, che essa non può comunicare” e che “la comunicazione che non è anche comunione è incompleta“. Col termine comunione qui non si intende niente di piamente sdolcinato, ma la mera partecipazione ad “una comune esperienza“.

Il vacuum della vacanza sta proprio ad indicare la condizione umana dell’incompletezza di cui l’incomprensione verbale è segno ricorrente, quotidiano. Il non capirci sembra essere, in fondo, la nostra più “comune esperienza”. Non disperiamo: con una base così fragile si può costruire davvero tanto (pensiamo solo per un attimo a tutti i libri che sono stati scritti, una torre di Babele che arriva fino al cielo), per cui, per questa lunga estate calda, diamoci sotto, stiamo insieme parlando, chiacchierando, spettegolando pure.. ricordandoci che per Aristotele l’uomo è uno ζοον λογον εχων (zóon logòn échon = animale che possiede la parola ). Ipse dixit.

6 commenti a “Scusa, non ho capito, cosa hai detto?”

  1. ti si scurdato a vilienza d’a vacanza!

  2. Lorenzo ha detto:

    Potrebbe essere un ottimo argomento per ottenere più ferie!! :D
    A parte gli scherzi, articolo davvero bello; molto interessante la frase di George Bataille!

  3. Carlo Motta ha detto:

    Grazie, bellissimo articolo!

  4. KRIS 50 ha detto:

    grazie grazie in un caldiss primo pom ci voleva questa lettura… l’ho segnalata nel mio blog kristinfigliadilavrans.blogspot.com

  5. Giovanni Antonio Locanto ha detto:

    Mitico Andreone. E’ sempre bello leggerti come ascoltarti. Forse e’ proprio il tempo ozioso e notturno o almeno serale della vacanza che nobilita la parola. Il caldo eccessivo ti schianta con la dolcezza della sua vilienza .
    Gio’

  6. Pietro ha detto:

    L’altro dà senso. Anche dentro di me l’Altro che mi abita crea Comunione e mi spinge all’incontro con te. Il silenzio parla. Ascolto pieno di incanto la voce della natura, delle forme dei colori. Immagino i volti
    degli amici che prima di me ( di noi) hanno commentato l’articolo di Andrea Monda. Penso, mi rattristo
    vedendo la distruzione sistematica del nostro Paese. Alzo gli occhi al Cielo. Vorrei urlare, mi viene da piangere. Abbasso la testa e prego. Preghiamo!

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