Sulle tracce del Boss

Bruce SpringsteenQuanto è vecchio il nuovo Springsteen? Quanto è nuovo il vecchio Springsteen? Quello del rocker del New Jersey rimane un corpo poetico tra i più originali di tutta la canzone americana, un corpus nel quale tutto si allaccia, tutto si richiama, tutto mostra assonanze e echi, tutto è nuovo e vecchio, vecchio e nuovo allo stesso tempo.  

Outlaw Pete: Di fuorilegge è piena la discografia di Bruce: ovunque spuntano uomini che tentano di resistere alla vertigine dell’illegalità (Atlantic city), che lottano per non varcare quel confine e si trattengono sull’orlo (Straight time), che lo infrangono inconsapevolmente (Johnny 99) o consapevolmente (Nebraska), che difendono la legge senza assolutizzarla (Highway Patrolman, The line), che la fuggono (State trooper) o che le oppongono una norma diversa (The new timer). Qui siamo però nella terra del mito dove già scorazzano Jesse James e Billy the kid. Il West si affaccia con sempre più insistenza nel mondo di Bruce. Eppure quel grido nel vuoto – Can you hear me? – che sembra riecheggiare dalle frequenze di Radio nowhere ha qualcosa di metafisico.

Lucky day: Dopo l’uomo fortunato (Lucky men) e la città fortunata (Lucky town), il giorno fortunato. Il primo brano era la celebrazione altezzosa della solitudine  (“viaggia meglio/ chi viaggia da solo// mio padre è passato dall’esercito alla fabbrica al campo che ti spezza/ io mi guadagno da vivere con le mani dietro un volante”), nel secondo trovava posto la ricerca di una comunità che “liberi dai blues”. Ora è il giorno ad essere celebrato (come sarà in Kingdom of days), la vita nella sua dimensione precaria effimera e fortunata, baciata dalla grazia di un sorriso. Ricompare la figura del giocatore che ha conosciuto solo sconfitte (come in Roll of the dice, quando al tavolo ammiccava lady luck), e che ora dice di aver perso tutte le sue scommesse. “Ma per vincere bisogna pagare”.

Working on a dream: Non c’è America senza retorica del sogno. E del sogno – della sua inafferabilità – Springsteen è imbevuto fino al midollo. L’uomo di Adam raised a Cain è intrappolato nel suo cuore nero, quello di The promise fa i conti con la promessa infranta, quando qualcosa di profondo nella tua anima ve persa. Il sogno può trasformarsi in menzogna, o in qualcosa di peggio (The river).  Ha scritto Greil Marcus: “Essere americano vuol dire sentire la promessa come un diritto di nascita, e sentirsi da solo e perseguitato quando la promessa svanisce”. Ora c’è un uomo che impugna un martello (in The long goodbay serviva a rompere le catene del passato e delle menzogne che esso si trascina) per lavorare a un sogno, che sale le scale (come non sentire l’eco delle Seeger sessions, quando si saliva le scale di Giacobbe). Ancora ascensioni dunque, in cerca forse di una “dolce benedizione” (“salgo le scale/ apro la porta” – Leah ). Come in I’ll work for yuor love, Bruce offre l’impegno, la lotta, la fatica quotidiana. C’è sempre un prezzo da pagare.

Queen of a supermarket: un’altra workin girl si aggiunge al repertorio del Boss. Un’esistenza non troppo lontana da quella inchiodata all’assegno di disoccupazione di Point black, e da quella che si trascina stancamente con tanto di figli al seguito in I wanna marry you. Ma i legami non si possono tagliare, c’è sempre una connection da ripristinare (The ties that bind) e i pezzi di ricambio alla fine fanno girare questo mondaccio (Spare parts).  L’uomo giura il suo amore agli occhi annoiati di una donna.  La queen of Arkansas è seduta ora dietro una cassa di un supermercato.

What love can do: Bruce sembra chiederlo dai tempi in cui imboccò il tunnel dell’amore. Cosa può fare l’amore? Non può fermare treni o la pioggia, non può dissipare le nuvole. Cosa può fare l’amore quando tutto sembra dissolversi “in polvere e cenere”? Se gli amanti di Cover me sceglievano la reclusione, da allora altri si sono messi in cerca del real wordl. Se altrove l’amore non depositava che shadows e vapor (All the way home), ora è ciò che può far splendere la luce su chi porta il marchio di Caino. 

This life: L’universo in un bottone che si slaccia, come in Tunnel of love quando è “la seta di una camicia” a seminare “dolci brividi”.

Good eye: Di fiumi è piena zeppa la discografia di Bruce. E non solo. Un’occhiata veloce alla letteratura a stelle e strisce: ecco un testo fondativo come Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain. Il fiume scorre in Uomini e topi di John Steinbeck o nel racconto omonimo di Flannery O’ Connor. Un fiume ancora appare in Beloved di Toni Morrison e ne La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe. Il fiume in Springsteen è polisemico: ora è lavacro battesimale (The river), ora è problematico (Trouble river), ora è denso e fangoso (The big muddy), ora è tentazione di morte e occasione di rinascita (Spare parts). Qui l’uomo che si accosta alla sua riva, confessa di averle avute porprio tutte le earthly riches, le ricchezze della terra. Per chi come Springsteen ha cantato la vita degli ultimi e dei reietti, dei clandestini e delle fabbriche, dei common people è un tema ostico. Un tema peraltro già affacciatosi in Ain’t got you. Ma se qui prevaleva la spacconeria ironica (“ho case sparse in ogni angolo del paese”) è in Lucky town che compaiono i riferimenti più espliciti alla ricchezza. Il protagonista di Better days sa di essere un uomo ricco che si traveste negli indumenti del povero. In 57 channels spunta un cofano pieno di bigliettoni, una casa borghese e una parabola lanciata verso il grande vuoto. In Local hero irrompe la più potente demistificazione che Springsteen abbia mai fatto di se stesso (e della sua immagine). “Prima mi hanno fatto re, poi papa, poi mi hanno appeso a una fune”, dice l’uomo con la faccia a metà tra “Bruce Lee e un doberman”. In My beatiful reward, golddiamond rings sono un lenitivo al dolore che la vita porta con sè, ma la “magnifica ricompensa” rimarrà un piatto vuoto. Ne sa qualcosa allora l’uomo di Good eye con il suo occhio buono puntato verso il buio e quello cieco verso la luce. Ma a guardare che? Cosa accade quando le luci si spengono?

Tomorrow never knows: l’incertezza del domani e il futuro che si accorcia. Chi si aspetta le ricchezze del giorno si perderà. L’uomo di Brilliant diguise, l’uomo che invocava la pietà di Dio per chi non è più sicuro di nulla, sembra ora affidarsi. Dietro l’angolo ci sarà sempre un giorno di sole.

Life itself: “Perchè le cose più preziose ci scivolano via dalle mani? Perchè diventiamo sordi dinanzi alla musica, ciechi dinanzi alla bellezza di Dio?”. I cuori “di fuoco” di No surrender avevano promesso di non buttare la spugna. Mai.

Kingdom of days: C’è ancora “qualcosa da provare tutta la notte”. Sullo sfondo ci sono i minuti che ticchettano via, le ore che volano via, l’estate che svanisce. Anche i rocker invecchiano. Con il sorriso.

Surprise, surprise: Padri e figli. Non basterebbe un libro a richiamare uno dei temi più densi dell’intera carriera di Bruce,  e quello nel quale il Boss tocca le vette poetiche più alte della sua produzione. Basti dire che il bambino che guardava dal basso verso l’alto la Mansion on the hill, che ha abbandonato le mura traboccanti del rancore paterno (Adam raised a Cain), che un giorno è ritornato in quella casa per scoprire che era deserta (My father’s house) o che nessuna di quelle stanze era sua (My beatiful reward), ora “ce l’ha fatta” (“Long time comin’) e a costo di qualche dolce banalità, tra una torta e le candeline da spegnere, può augurare a suo figlio/a ogni benedizione. E’ la prova vivente della pietà di Dio (Living proof). Ora quella prova dovrà camminare da sola. Si prepara il tempo di nuovi addii.

The last carnival: un altro circo, un’altra carovana, ma catturata nel momento in cui si smontano le tende, e le acobazie non riescono più. La morte e il lutto, il lutto e la morte. Accompagnano ormai stabilmente Bruce: basti pensare al dolore della scomparsa di You’re missing o al rimpianto per la perdita di Gypsy Baker, agli amici che scompaiono  e “agli stampi di una volta che non esistono più” (Terry’s song). Rimane il dolore mischiato alla malinconia. E le ossa: ossa che sembrano ossessionare Bruce se solo si contano le loro apparizioni negli ultimi anni. Le ossa asciutte che arrivano da Ezecheiele e finiscono in Black Cowboys, quelle del clandestino che trova la morte in Matamoros banks, del campo di battaglia in Devils and dust, di un corpo che fa i conti con la malattia in I’ll work for your love. Ha scritto Gary Laderman: “Malgrado l’opinione diffusa che l’America sia una cultura che nega la morte, la nostra storia è intricata di esempi di un esplicito culto per le ossa dei morti”. “Where are you now my handsome Billy?”.

The wrestler. Queste storie di uomini presi a pugni dalla vita devono proprio piacere e tanto a quel “vecchio bastardo di Bruce Springsteen” (parola di Boss). Vi deve risuonare qualcosa di familiare, di intimo, un’antica consetudine in un uomo che ha riempito stadi in ogni parte del mondo, venduto dischi  a palate, che è stato osannato come nessuno, un uomo che ha dato del tu al neo-presidente degli Stati Uniti (“Corro per fare il presidente perchè non posso essere Bruce Springsteen”, parola questa volta di Barack Obama). Pugni sangue lividi ossa spezzate e il senso della sconfitta: l’uomo di The wrestler sembra davvero il fratello gemello del pugile di The hitter. L’uno e l’altro tornano a bussare alla porta, con le loro facce maciullate. Bruce inanella immagini – un trick pony, uno spaventapasseri, un one legged man – che ci dicono soprattutto una cosa: che la vena poetica non è esaurita. È il rovello di chi non riesce a tornare a casa,  di chi si ritrova scippato di ciò che ama, di chi ha fede solo “nelle ossa spezzate”.