Il cimitero di Praga

Esiste una raccolta di brani di Frank Zappa, intitolata Have I offended someone?, pubblicata postuma nel 1997. Sfogliando le pagine del libretto, è possibile leggere un elenco di popolazioni, classi sociali e minoranze etniche e religiose, attaccate dal musicista durante la sua carriera. Il nome dell’antologia ha qualcosa in comune con questo libro di Umberto Eco, i cui i personaggi, immersi in un clima antisemita, finiscono in realtà per dare vita ad un romanzo caotico e confuso; l’attenzione del lettore viene concentrata non di rado su massoni, gesuiti, mazziniani o semplicemente rivoltosi. Ciò che lega gli eventi è il bisogno di individuare un nemico, che contribuisca a formare la coscienza dei popoli, prima ancora che si sia sviluppato forte e vivo l’attaccamento al colore della bandiera.

Occorre un nemico per dare al popolo una speranza. […] Il senso dell’identità si fonda sull’odio, sull’odio per chi non è identico. Bisogna coltivare l’odio come passione civile. Il nemico è l’amico dei popoli. Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria. L’odio è la vera passione primordiale. […] L’odio riscalda il cuore.

Le vicende sono ambientate nel XIX secolo tra Torino, Palermo e Parigi all’epoca in cui l’Italia sta nascendo e l’intera Europa sta prendendo una forma. Tempi delicati in cui un uomo come il capitano Simonini, falsario abilissimo, ha di che guadagnare: in un clima di spionaggio e controspionaggio, i suoi sono “falsi autentici” (… copie di un documento che è andato perduto o, che per banale accidente, non è mai stato prodotto, ma che avrebbe potuto e dovuto esserlo), in grado di influenzare il corso degli eventi secondo il vantaggio di chi ne paga i servigi (Se mi metto anche a pensare che il cliente mi possa mentire allora non faccio più questo mestiere, che si regge sulla fiducia). I falsi di Simonini ricordano le menzogne del Baudolino o il piano a cui lavorano Belbo, Casaubon e Diotallevi; non è la prima volta infatti che i personaggi di Eco mostrano uno strano diletto nel giocare con la storia. Su questo versante il capitano fa qualcosa in più; non si limita ad inventare cose che prenderanno poi forma (come accade ne Il pendolo di Focault o nel Baudolino, spesso ad insaputa o addirittura a discapito dei protagonisti), ma nella sua costante ricerca di informazioni, egli ascolta tante storie e si assume la responsabilità di scegliere quali particolari, o quale versione dei fatti, siano degni di memoria. È ciò che accade ad esempio in Sicilia, quando Simonini al termine del racconto di due giovani giubbe rosse decide che il loro ritratto del Garibaldi è troppo passionale ed entusiasta per conservare un valore concreto.

Quanto devo fidarmi di questi due entusiasti? Sono giovani, sono stati i loro primi fatti d’arme, già da prima adoravano il loro generale, a loro modo sono romanzieri come Dumas, abbelliscono i loro ricordi e una gallina diventa un’aquila.

Nasce qui la mia riflessione. Chi è costui Simonini, che si arroga il diritto di scegliere quali pagine riportare nei libri di scuola, che decide quali storie debbano un giorno formare la Storia? Quanti e quali delicati meccanismi ruotano intorno al passaggio dalla s minuscola alla maiuscola? E cosa si può dire di uno scrittore che gioca con il passato del nostro continente come con dei burattini? Senza voler togliere valore ai suoi romanzi, mi viene da chiedere se Eco non abbia in qualche modo tradito quella stessa Storia, presso cui ha sicuramente un debito di riconoscenza come fonte di ispirazione. Più in generale un paio di domande mi frullano per la testa: quali responsabilità ha lo scrittore che si avvicina al romanzo storico? Provare a raccontare tutte le storie che incontra o correggere la disparità evidente nella bilancia dei testi scolastici? Cosa raccontare insomma e soprattutto come raccontarlo. Pensando al primo quesito, mi viene in mente Manituana, il romanzo di Wu Ming sulla nascita degli Stati Uniti d’America, a spese delle Sei Nazioni irochesi; a detta degli stessi autori, una storia dalla parte sbagliata della storia, il tentativo di dare voce ai vinti, una volta tanto, piuttosto che ai vincitori. Ma Manituana, che pure apprezzo molto, rimane sempre e solo una versione dei fatti, benché scritta con l’intelligenza necessaria a rendere simpatici al lettore gli indiani estromessi dai propri terreni. Raccontare quindi tutte le possibili storie o dare alla Storia tutte le possibili voci? È quello che si chiede infine Simonini, intuendo che il suo racconto del cimitero di Praga deve comparire in tante versioni se vuole raggiungere diversi lettori, di differente cultura o classe sociale; nascono così i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, il frutto di una vita spesa ad odiare gli ebrei. Un po’ come vedere germogliare i fiori del male.

Certo non si può definire Simonini un eroe positivo: a tratti appare pesante e farraginoso ed è buffo scoprire che la pagina più bella del romanzo, a mio parere, giunga proprio quando l’avanzare degli anni costringe il capitano ad abbandonare la scena principale, quando il protagonista si sente in qualche modo svuotato del progetto a cui ha lavorato da sempre.

Spesso di primissima mattina, passo a vedere che cosa fanno i raccoglitori di mozziconi. Ne sono stato sempre affascinato. Di prima mattina li vedi andare intorno col loro sacco puzzolente legato con una corda alla vita, e un bastone con la punta di ferro, con cui arpionano la cicca anche se sta sotto un tavolo. È divertente vedere come nei caffé all’aperto vengono cacciati a calci dai camerieri, che talora bagnano con il sifone del selz. Molti hanno passato la notte sul lungo senna e li si può vedere al mattino, seduti sui quais, a separare l’erba ancora umidiccia di saliva dalla cenere o a lavarsi la camicia intrisa di succhi di tabacco attendendo che si asciughi al sole mentre continuano il loro lavoro. I più arditi non raccolgono solo mozziconi di sigaro ma anche di sigaretta, dove separare la carta bagnata dal tabacco è impresa ancor più disgustosa. Poi li si vede sciamare per place Maubert e dintorni a  vendere la loro mercanzia, e non appena hanno guadagnato qualcosa entrano in un’osteria a bere dell’alcool venefico. Guardo la vita degli altri per passare il tempo. È che sto vivendo da pensionato, o da reduce.

5 commenti a “Il cimitero di Praga”

  1. Andrea Monda ha detto:

    Speranza… O potere? “ll potere si concentra attorno a un nemico” (Carl Schmitt)

  2. Tiziana Albanese ha detto:

    “Quanti e quali delicati meccanismi ruotano intorno al passaggio dalla s minuscola alla maiuscola?”

    I “delicati meccanismi” che conducono dalla “storia” alla “Storia” sono, secondo me, gli esseri umani che in ogni tempo e in ogni luogo lasciano quei segni che i posteri (ossia altri esseri umani) dovranno “decifrare” e trasformare nel racconto più affascinante di tutti: la Storia, appunto.
    Quella storica è la più coinvolgente di tutte le ricerche scientifiche, per la materia che tratta, ossia l’Uomo nel suo “essere” nel tempo e nello spazio. E conoscendo il passato si può anche in qualche modo prevedere il futuro (pensiamo alla frase che campeggia all’ingresso di Auschwitz: “Chi non conosce la storia è condannato a riviverla”). Ma ai fautori dell’assunto “Historia magistra vitae” molto spesso si fa osservare che sì, la Storia è veramente maestra di vita, ma purtroppo gli uomini sono pessimi allievi. E però, aggiungo io, ciò non toglie che l’insegnamento resta, come monito o come esortazione.

    Giungiamo dunque all’altra questione sollevata da Federico, ossia: ma chi ci racconta questa “Storia”, come lo deve fare? In che modo ci vengono tramandate queste lezioni di vita?
    Beh, ci sono almeno due metodi. Uno l’ho appreso all’Università, studiando appunto scienze storiche: data una tesi, si va alla ricerca di quelle prove che la possano suffragare o negare. Forse un po’ noioso come approccio, d’accordo, ma comunque inattaccabile, perché ci offre una “verità storica” fondata su mere prove materiali, valida almeno fino a… prova contraria.

    Il secondo modo, invece, l’ho imparato da mio nonno. Certo, detta così, può sembrare un’ilarità.
    Ma in realtà mio nonno è stato il mio primo, e forse più importante, “libro di storia”: pomeriggi interi trascorsi a raccontarmi la sua esperienza da partigiano nella seconda guerra mondiale. Facile immaginare che questo modo di raccontare la storia abbia maggiore fascino, soprattutto quando chi ascolta non mette mai in dubbio la veridicità delle parole del narratore. In quei momenti, mentre mio nonno mi descriveva l’orrore della guerra e le difficoltà degli anni a seguire, avevo come l’impressione di ricevere degli insegnamenti importanti.

    Naturalmente oggi so che la sua era comunque una visione “di parte”, perché era un soggetto coinvolto nei fatti che raccontava, e quindi di certo la sua “versione dei fatti” non poteva che essere parziale.

    Bisogna trovare una via di mezzo, allora. Lo scrittore che ci propone un romanzo storico dovrà essere come un equilibrista che si muove su un ideale filo teso, in bilico tra questi due metodi, basando il suo racconto sulle fonti storiche, che offrono alla narrazione certezza e solidità e, allo stesso tempo, mettendo nel racconto quella “passione” da cui è animato chi, come mio nonno durante quei pomeriggi, sa che il suo dire sarà una lezione di vita per chi verrà dopo di lui.

  3. Emanuela Scicchitano ha detto:

    Le riflessioni di Tiziana sul metodo storico e sul racconto storico mi riportano alla distinzione fra “macrostoria” e “microstoria”: la prima riguardante i grandi eventi politici e militari; la seconda riguardante i piccoli eventi, le vite singole o le abitudini popolari dimenticate. La storiografia occidentale ci ha abituati a pensare che contasse solo la macrostoria, ma la letteratura ci ha sempre permesso di entrare dentro la microstoria e di completare il quadro delle nostre conoscenze arricchendolo di sfumature psicologiche o antropologiche, che altrimenti sarebbero andate perdute.
    Ho da poco terminato di leggere “Canale Mussolini” di Pennacchi e lì la macrostoria è tutta filtrata dalla microstoria e dalla soggettività assoluta della voce narrante, struggente nel racconto come sicuramente era quella del nonno di Tiziana o come lo era quella del mio, soldato in Grecia durante la Seconda Guerra Mondiale ma ma morto prima che io potessi trascrivere la sua esperienza, i suoi aneddoti.
    E il suo racconto, come quello degli altri protagonisti, dovrebbe affiancarsi nella memoria collettiva alla ricostruzione scientifica, che da essa non esce sminuita ma semmai rafforzata.

  4. PASQUALINA RAMOGIDA ha detto:

    L’evento è un divenire in movimento, è qualcosa che prima non c’era e adesso c’è. L’evento è qualcosa che accade ad un certo punto in un certo momento e che modifica il corso delle cose. La storia è dunque il susseguirsi di innumerevoli eventi. Ogni evento viene accolto da numerose prospettive ed è suscettibile delle più svariate interpretazioni che mutano in base alle inclinazioni e alle condizioni dei soggetti che lo accolgono. Dunque, esistono molteplici vesioni del susseguirsi degli eventi ( e cioè della storia). La versione che arriverà più lontano è forse quella più corretta, quella più logica, oppure quella che saprà resistere di più allo scorrere del tempo. Quale sia la vera versione non è dato saperlo. In fondo, la verità dipende dagli occhi di chi guarda. Allora, che senso ha chiedersi se è proprio quella la verità? L’importante è sapere che è una delle tante verità possibili.

  5. Maurizio ha detto:

    quindi tutte le possibili storie o dare alla Storia tutte le possibili voci?

    la seconda

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