Colori come desideri

Provo a riflettere sulla “realtà” non come essa mi appare e la percepisco, ma come la descrive quel ramo della fisica che studia i fenomeni luminosi, l’ottica. Quest’ultima definisce un determinato colore come un’onda radio-magnetica che possiede una determinata frequenza e lunghezza d’onda (parole di un mio collega di scienze). Ora, sappiamo che quando la luce investe un oggetto, se questo ci appare bianco, significa che riflette tutte le onde luminose il cui fascio costituisce la luce, se risulta nero significa che le assorbe tutte (come fosse in una stanza buia), se ci sembra, ad esempio rosso, significa che il rosso è proprio l’onda riflessa: Cioè, dico io, il colore che noi vediamo è proprio ciò che non appartiene alla cosa. IL COLORE ESPRIME UN TIPO DI MANCANZA DELLA COSA. Ontologicamnte esprime una precisa mancanza.

Passo ora a considerare le forme degli oggetti. Le cose e noi stessi abbiamo dei contorni, dei confini spaziali che sono anche dei limiti. Grazie ad essi noi entriamo in relazione con la realtà circostante e con gli altri; senza limiti saremmo tutti una gelatina indistinta. È il limite, dunque, che concorre a definire la nostra identità. Se dai contorni passiamo ai colori, si può forse dire che il colore è anch’esso il loro confine, il loro limite cromatico. Mi piace pensare che le creature invochino una relazione proprio attraverso i loro limiti e le loro mancanze. I COLORI COME DESIDERI…