Senza libertà non c'è arte

Leggo nel post precedente a proposito di una artista dal nome esotizzante che definisce le sue sculture “uomini-rettile”, in quanto rappresentano figure che si contorcono. Ciò significherebbe, secondo l’artista, la negazione del libero arbitrio. Ella sarebbe convinta che tutto sia già stabilito, che ci sia una predestinazione in tutte le cose. Tutto sarebbe programmato, regolato da un rapporto causa-effetto, come se il mondo, la vita non fosse altro che un gioco di incastri, una sorta di puzzle in cui ogni parte trova una collocazione ben precisa nel tempo e nello spazio. E invece no. Il libero arbitrio è l’essenza dell’arte e la predestinazione è la negazione dell’espressione. Non esisterebbe più non solo il bene, ma neanche il male o le scelte. Ma senza bene, senza male e senza scelte da fare non c’è più niente che interessi. Ecco, il post di Katia mi fa pensare. Mi fa capire che la Rabarama, se veramente pensa questo e se veramente la sua opera intende significare ciò che dice, allora non può veramente credere nell’arte. L’arte, ha affermato lo scrittore A. Yehoshua, “può diventare pericolosa e ribelle, se non altro perché l’ossigeno che l’alimenta è la libertà: senza contare che essa necessita di un’alta concentrazione di questo ossigeno, in altre parole di una grande misura di libertà”. Un’arte di predestimazione e senza libero arbitrio non è arte ma puro gioco di forme, perchè, aggiungerebbe Flannery O’Connor, non c’è vero narratore (e noi possiamo allargare il discorso ad ogni artista) che sia “interessato a scrivere di un mondo popolato da gente sottoposta a rigida determinazione. Sebbene scriva di personaggi che per lo più non sono liberi, egli sa che è l’azione libera e subitanea, l’aperta possibilità, la sola in grado di illuminare la scena e darle vita”.