Senza libertà non c'è arte

Leggo nel post precedente a proposito di una artista dal nome esotizzante che definisce le sue sculture “uomini-rettile”, in quanto rappresentano figure che si contorcono. Ciò significherebbe, secondo l’artista, la negazione del libero arbitrio. Ella sarebbe convinta che tutto sia già stabilito, che ci sia una predestinazione in tutte le cose. Tutto sarebbe programmato, regolato da un rapporto causa-effetto, come se il mondo, la vita non fosse altro che un gioco di incastri, una sorta di puzzle in cui ogni parte trova una collocazione ben precisa nel tempo e nello spazio. E invece no. Il libero arbitrio è l’essenza dell’arte e la predestinazione è la negazione dell’espressione. Non esisterebbe più non solo il bene, ma neanche il male o le scelte. Ma senza bene, senza male e senza scelte da fare non c’è più niente che interessi. Ecco, il post di Katia mi fa pensare. Mi fa capire che la Rabarama, se veramente pensa questo e se veramente la sua opera intende significare ciò che dice, allora non può veramente credere nell’arte. L’arte, ha affermato lo scrittore A. Yehoshua, “può diventare pericolosa e ribelle, se non altro perché l’ossigeno che l’alimenta è la libertà: senza contare che essa necessita di un’alta concentrazione di questo ossigeno, in altre parole di una grande misura di libertà”. Un’arte di predestimazione e senza libero arbitrio non è arte ma puro gioco di forme, perchè, aggiungerebbe Flannery O’Connor, non c’è vero narratore (e noi possiamo allargare il discorso ad ogni artista) che sia “interessato a scrivere di un mondo popolato da gente sottoposta a rigida determinazione. Sebbene scriva di personaggi che per lo più non sono liberi, egli sa che è l’azione libera e subitanea, l’aperta possibilità, la sola in grado di illuminare la scena e darle vita”.

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  1. Stas' ha detto:

    Mi sembra che la rigida determinazione a cui è sottoposta la storia di alcuni personaggi della letteratura e la predestinazione entro limiti inevitabili (ne parlavo alcuni giorni fa con un mio collaboratore della redazione di CultBook a proposito del protagonista di “Memoria del vuoto” di Marcello Fois il cui destino di bandito viaggia, appunto, su un binario ineluttabile dalla prima all’ultima pagina) mi sembra abbia origine proprio da un’erronea percezione di ciò che definiamo “limite”. E, forse, proprio dal rifiuto di esperire questo limite, bevendo l’amaro calice fino in fondo, e di prendere coscienza che quel limite è soprattutto in noi, attiene alla propria persona (e non alla dimensione sociale, politica, culturale) e ci riguarda fino in fondo.
    A questo proposito, mi sembra d’aiuto questo stralcio di dialogo tra Giovanni Testori e Don Giussani:

    TESTORI: (…) Dovrebbero esserci dei momenti, anzi dovrebbe essere così tutta la vita, ma noi siamo talmente miseri o claudicanti, dovrebbero esserci dei momenti nella vita di ogni uomo che dice “sì”, in cui la massima percezione del dolore e dell’impotenza, la massima sensazione di non riuscire a reggere, la massima percezione di sciaguratezza e di morte, finiscono per coincidere con la massima felicità; e qui intendo felicità proprio come coscienza.

    DON GIUSSANI: Proprio come un bambino impotente che si rilassi del tutto, quando la madre lo prende in braccio.

    TESTORI: Quando tu avverti intero e totale il tuo niente, quando senti la tua caduta, la tua cenere, le tue ossa, la tua stessa bara, in quel momento hai la percezione del massimo grado di conoscenza concessaci, quindi della massima felicità; se la felicità è, come credo, coscienza.

    DON GIUSSANI: E’ una possibilità di gioia. Dice San Paolo: “Sovrabbondo di gioia nella mia tribolazione”. Ma tu dici un’altra cosa. Dici che anche l’esperienza più tragica del mio niente, del mio male, se la riconosco, diventa un grido di dolore che coincide con la certezza della presenza. E perciò diventa speranza.

    TESTORI: Diventà felicità. Felicità in un senso completo, totale. Mentre non credo che lo stato di felicità sociale porti alla conoscenza del tuo limite; lo fugge continuamente proprio per non volerlo riconoscere e considerare.

    Insomma, si rischia di cedere alla tentazione di vedere e rappresentare la realtà e la propria vita come predeterminazione ogni volta che non si dice “sì” alla realtà e non si ha il coraggio di guardare nelle proprie ferite e di riconoscersi inchiodati alla croce dei propri e personalissimi limiti?

  2. Marica ha detto:

    Vero. Senza libertà non c’è Arte. Con la Libertà, invece, l’Arte non può morire come alcuni (arrivati e funesti) annunciarono. L’Arte è uno scettro nelle mani dell’uomo, per questo mi affascina, mi rapisce, mi uccide e altro. Modalità. L’Arte è un discorso di enorme portata. E’ il pensiero che si materializza. Se trasmette qualcosa di utile non è mai casuale, come in alcuni casi quando si accontenta solo di trasmettere. Quando ero bambina l’Arte era Tutto, poi passai alla Natura ed infine all’Uomo. Vivere con Arte è straodinario, qualcosa che alimenta continuamente. L’immaginazione intesa come Oscar Wilde nel “De Profundis” è l’intelligenza dell’amore di cui parlò Andrea Riccardi durante uno degli incontri di Sant’Egidio in una parrocchia dell’Eur. Un incontro tra i tanti. Questa artista probabilmente ha trovato un suo stile, una sua dimensione, quella particolare filosofia. L’Arte in senso totale è Libertà, ed essendo scettro dell’Uomo, possibilità. Pochi artisti, pochi pensatori, pochi ribelli ma soprattutto: pochissimi uomini liberi.
    M.

  3. Marica ha detto:

    Credo fermamente nel libero arbitrio, poi per il resto prego di riuscire a rimettermi alle decisioni che giungono dall’alto. E’ più facile pensare a qualcosa di determinato, meno faticoso vivere in uno schema. E’ terribilmente faticoso agire secondo il proprio sentire e toccare le intoccabili situazioni di stasi deleteria. Credo che le nostre azioni sono grandi, credo nel potere delle parole ma soprattutto dei fatti. Fatico ad accettare gli insicuri, i relativisti e gli ignavi che forse sono grigi per incoscienza o vigliaccheria. Credo fortemente nel libero arbitrio ma intorno vedo miliardi di cultori del destino. In fondo è giusto che la canna si pieghi al vento (ho imparato anche questo) ma poi è sempre necessario portare avanti un’idea, un discorso, la propria vita. E’ straordinario essere artefici del proprio destino, o forse mi dispero se vedo l’incapacità di provare e riprovare. Lasciarsi cullare dal determinismo è morte dell’Anima. Tutto può essere. Per Tutti (dall’interno).

  4. Maurizio Cotrona ha detto:

    “Mentre non credo che lo stato di felicità sociale porti alla conoscenza del tuo limite; lo fugge continuamente proprio per non volerlo riconoscere e considerare.” grazie stas’ per questa frase (che spiega, secondo, me moltissimo dell’italia contemporanea)

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