Decameron, la civiltà delle novelle

boccaccio_mdQualche settimana fa, un articolo di padre Ferdinando Castelli su “La Civiltà Cattolica” indagava le istanze religiose presenti nell’opera di Giovanni Boccaccio, del quale ricorre il settimo centenario della nascita (1313). Lo scrittore di Certaldo, infatti, sebbene sempre riconosciutosi cattolico, visse intorno ai quarant’anni un profondo ripensamento che lo portò a ritrattare le sue opere giovanili. Tra esse anche il “Decameron”, il capolavoro di novellistica che gli diede la fama tanto agognata in gioventù: un’opera, scrive padre Castelli, non edificante in senso religioso, ma nemmeno «immorale».

Non si può tuttavia negare che il “Decameron” conservi nelle sue strutture fondamentali un intento di edificazione civile. La petizione di principio che funge da incipit – «Umana cosa è aver compassione degli afflitti» – viene messa in crisi fin dalle prime pagine attraverso la descrizione della peste che si abbatte su Firenze nel 1348. L’epidemia scatena ogni genere di «proponimento bestiale» all’interno della città: segregazione dei malati, cinico abbandono alle sfrenatezze, dilagante sospetto di tutti contro tutti, fuga verso le campagne con il rischio di propagare il contagio. La cittadinanza subisce un crollo civico vertiginoso, l’implosione morale conduce presto a quella sociale.

La «lieta brigata» dei giovani protagonisti imbocca però un’altra strada: ricostruiranno l’ordine sociale «novellando», cioè confidando nel potere ordinatore della parola. La varietà tematica dei cento racconti è la stessa “varietas” costitutiva del piccolo gruppo, quasi un nucleo rifondativo dello stare insieme: sette ragazze e tre giovani, differenti per convinzioni politiche (cfr. incipit di X,7), legati dalla sola fede nella convenevolezza del vivere comune. Uomini e donne reali, non cavalieri cortesi o angelicate idealizzazioni. «Noi [donne] – dice Filomena – siamo mobili, riottose, sospettose, pusillanimi e paurose»; al tempo stesso, però, sono questi stessi personaggi femminili a prendere l’iniziativa. Anche la società che racconteranno non conosce l’infingimento dell’edulcorazione, ma pungola vizi e indica virtù. E forse proprio passandone in rassegna i due rispettivi cataloghi possiamo intravedere l’immaginario sociale di Boccaccio.

Partiamo dai vizi. Vistosa assenza: abbondano tradimenti e incesti, mai l’accusa di lussuria. Anche verso gli eremiti, frati e suore che cadono nelle debolezze della carne, Boccaccio adopera una tolleranza che sfocia spesso in simpatia. Guai, però, a coloro che si ergono a giudici inflessibili verso quanti compiono le loro stesse colpe: la sferza contro «la malvagia ipocresia» calerà allora ineluttabile.

Ma i vizi detestati dall’autore sono ben altri. La meschinità, in primo luogo; poi l’avarizia e «lo ‘mpetuoso vento e ardente della ‘nvidia»; infine la spietata crudeltà, l’ingratitudine, la disonestà. Tutto ciò che rende l’animo piccolo, vile, gretto, chiuso in se stesso. Ben lontano da una visione vittimistica, Boccaccio fa rientrare tra queste colpe anche l’ottusità e una ingenua credulità. L’effetto che ottengono tali vizi è sempre duplice: sul piano individuale, la vergogna (l’arrossire del volto); sul piano sociale, il coro del biasimo.

Decameron

E veniamo alle virtù. Al primo posto la magnanimità: liberalità e generosità sono il sigillo dell’animo davvero nobile, capace di accogliere gli altri in se stesso (cfr. IV,1: Guiscardo e Ghismonda). Gli fanno da corolla la «donnesca pietà» e la cortesia del «gentile uomo», la fortezza d’animo, l’onore, la concordia e «la carità degli amici». Un posto speciale va alla gratitudine («secondo che io credo, tra l’altre virtù è sommamente da commendare e il contrario da biasimare», Proemio 7). E da ultimo la savia avvedutezza necessaria al vivere insieme, ravvivata da una spigliata prontezza di spirito, poiché sovente una «paroletta leggiadra» è l’unica difesa di cui può disporre il popolano davanti ai poteri istituzionali. Le virtù del Decameron sono, quindi, sempre legate a regolare le relazioni sociali, secondo canoni di convenienza e conformità. L’effetto individuale? Il savio conserva «lieto viso» sempre, anche nella prova.

Prova ne è quello straordinario Giobbe al femminile che è Griselda, la protagonista dell’ultima novella (X,10). La giovane guardiana di pecore scelta come sposa da un nobile e poi messa alla prova in ogni modo per saggiarne la pazienza, affronta tutte le avversità «senza mutar viso» perché colma di gratitudine. Se il Decameron si apre all’insegna dell’inganno con ser Ciapelletto (I,1) – il notaio che, grazie al raggiro, muore ammantato di una falsa aura di santità – ad avere l’ultima parola è invece l’umile Griselda, icona femminile di vera santità che chiude l’opera nel segno della verità che trionfa sulle apparenze.

La citazione

«Niuna corrotta mente intese mai sanamente parola […] Quali libri, quali parole, quali lettere sono più sante, più degne, più reverende che quelle della divina Scrittura? E sì sono egli stati assai che, quelle perversamente intendendo, sé e altrui a perdizione hanno tratto. Ciascuna cosa in se medesima è buona a alcuna cosa, e male adoperata può essere nociva di molte; e così dico delle mie novelle. Chi vorrà da quelle malvagio consiglio e malvagia operazione trarre, elle nol vieteranno a alcuno […]; e chi utilità e frutto ne vorrà, elle nol negheranno».