L’allenatore lo vedi dal coraggio

10462559_666888793400132_8305972709233344862_nNella mia vita agonistica sono stato un pessimo nuotatore e un mediocre pallanuotista. Durante questo percorso ho incontrato gli allenatori più svariati. Alcuni erano più giovani e improvvisati, altri di consumata esperienza; alcuni erano più bonari, altri ti inseguivano urlando negli spogliatoi. Uno di loro era particolarmente aspro e più volte avevo avuto l’impressione che serbasse, per me, un trattamento più rude di quello cui erano oggetto i miei compagni di squadra. Dopo un episodio più fastidioso dell’usuale, mi decisi a chiedergli il motivo. Immaginavo che avrebbe negato, o che si sarebbe inquietato ancora di più. Invece, la sua risposta mi stupì a tal punto da ricordarla ancora parola per parola. “Tu puoi essere molto più forte di così”, mi disse, “per questo da te pretendo di più. Quando smetterò di parlarti, lì si che ti devi preoccupare”. Non smise mai di parlarmi, ma io non diventai più forte. Ancora oggi mi chiedo se credesse veramente nelle mie potenzialità o fosse solo un modo per tranquillizzarmi. In entrambi i casi, l’episodio ci mostra come un allenatore sia, innanzitutto, un maestro.

Tuttavia c’è una differenza essenziale tra l’insegnante e l’allenatore. Per comprenderla, affidiamoci alla crudele semplicità del vocabolario. Il primo è “colui che si dedica all’insegnamento” (mi viene da aggiungere: con tutto ciò che l’insegnamento comporta, o dovrebbe comportare). Il secondo, invece, è un “tecnico specializzato preposto alla direzione degli allenamenti di un atleta o di una squadra, con il compito di svilupparne le possibilità e capacità fisiche, di curarne la preparazione anche psicologica, di insegnare la tecnica dello sport e le tattiche di gara”. Le definizioni provengono dal Vocabolario edito da Treccani; ciò che salta immediatamente agli occhi è la differente lunghezza delle due voci. Sembrerebbe quasi che l’allenatore altro non sia che una species dell’insegnante. In realtà, c’è un aspetto che la voce tralascia. L’allenatore deve vincere.

Anche un insegnante può ambire alle sue vittorie: un allievo che mostra autentica passione per la materia; uno studente che recupera le sue insufficienze; un ragazzo che torna dopo anni col cuore colmo di gratitudine. Tuttavia si tratta di successi personali, segreti. Non ci sono trofei o record. Quello dell’allenatore è un mestiere da equilibrista; deve insegnare, ma deve anche vincere. L’uno e l’altro sono due fini solo parzialmente conciliabili, poiché, in realtà, appartengono a due diverse nature. Il primo è un atto gratuito, il secondo, invece, si muove nel contesto del funzionalismo. Come coniugare questa dialettica è una risposta che varia da caso a caso.

L’episodio citato mostra, poi, un altro genere di dialettica, che vive della relazione instaurata tra maestro e discepolo. In questo rapporto l’allenatore è, di volta in volta, un mentore, un esempio da seguire, un fastidio da sopportare, un idiota; ovvero può racchiudere in sé tutti questi tratti. Generalmente, in giovane età si vive una sana discrasia tra la necessità di essere guidati e l’ansia di libertà. Il primo impulso spinge verso la continua ricerca di figure di riferimento; il secondo, in senso opposto, comporta una repulsione nei confronti dell’autorità. Da ciò una fiorente casistica, anche letteraria e cinematografica, di rapporti travagliati, allievi che se ne vanno sbattendo la porta, ma che immancabilmente, alla fine, tornano all’ovile.

Anche sotto questo aspetto le differenze tra allenatore e insegnante si assottigliano. Tuttavia esistono. Perché il mondo sportivo è una terra molto più primitiva, che vive di irrazionalità e immediatezza. Lo spogliatoio, in questo contesto, assume una connotazione tribale con regole proprie, che, al di fuori, in un mondo che è andato (troppo?) avanti, risulterebbero inaccettabili. E l’allenatore è lo sciamano, l’anziano, il capo villaggio.

Proprio un’immagine irrazionale è quella che, più di tutte, si presta a esprimere il mio concetto platonico di allenatore. È il novantaduesimo minuto di un Brescia – Atalanta di fine settembre, partita che non vale nulla; non una coppa, né uno scudetto, né la salvezza. Una punizione calciata da sinistra con la palla che taglia tutta l’area di rigore, senza che nessuno la tocchi. È un pallone maledetto, di quelli che sembrano destinati alla testa di ogni giocatore e che, invece, nessuno osa toccare. Alla fine la traiettoria incrocia il capo sfortunato di uno dei difensori dell’Atalanta, che devia nella propria rete. È autogol e pareggio in extremis per il Brescia. Un uomo anziano, con pochi capelli candidi, intralciato da un pesante giubbotto blu, inizia a correre in mezzo al campo. Viene trattenuto da un suo collaboratore in giacca, si divincola, continua la sua goffa corsa, urlando improperi, fino ad arrivare sotto la curva dell’Atalanta, che lo ha insultato durante tutta la partita. È Carletto Mazzone, allenatore del Brescia.

Il calcio di oggi ci ha abituato ad allenatori – filosofi, più attenti alle conferenze stampa che non al campo, vestiti con giacche e cravatte inappuntabili, simili a manager di alta finanza che si siano ritrovati casualmente seduti in panchina. Mazzone ci ricorda, invece, l’umanità del lavoro, di anni trascorsi su campi di provincia, di pomeriggi fangosi e carriere prive di vittorie. Per l’Officina di ottobre possiamo partire da questa umanità. Un buon inizio.