150 anni nel corpo della lingua italiana

Palazzo della Civiltà Italiana (o Palazzo della Civiltà del Lavoro, o Colosseo Quadrato); EUR, Roma

Nella lectio magistralis tenuta lo scorso 31 gennaio alla Sapienza di Roma, Luca Serianni constatò come – almeno per quanto riguarda la lingua – l’Unità d’Italia è un dato di fatto: oggi la quasi totalità dei cittadini italiani parla la stessa lingua. E la parlano con piena padronanza e la spontaneità «propria dei parlanti nativi» pure «coloro (purtroppo numerosi) che guardano con indifferenza o addirittura con ostilità all’imminente anniversario dell’Unità». La nostra letteratura ha svolto un compito imprescindibile nella formazione del parlato quotidiano, oggi segnato per lo più da neologismi televisivi e giornalistici, tanto che il Quirinale ha ritenuto opportuno esporre fino al 2 aprile i più importanti manoscritti autografi della nostra tradizione letteraria: dall’Orlando furioso di Ariosto alla La Gerusalemme conquistata del Tasso, dal Decamerone di Boccaccio ai Promessi Sposi di Manzoni, passando per L’Infinito di Leopardi.

Chi non avesse l’occasione di ripercorrere la nostra tradizione letteraria recandosi alla mostra romana potrà farlo scorrendo le pagine di Peregrin d’amore (Mondadori, pp. 412, € 20) di Eraldo Affinati. Viaggiatore incallito, romanziere e docente di lungo corso, Affinati condensa le sue caratteristiche in queste pagine che sono – appunto – un pellegrinaggio tra le città dove i maggiori scrittori italiani vissero e morirono. Le pagine più belle della nostra tradizione letteraria sono impresse nella memoria e portate in giro per il mondo «come talismani» capaci di rievocare lo spirito migliore del nostro Paese. Ma non si tratta di una semplice riproposizione di quel canone letterario che in troppi non hanno imparato ad amare sui banchi scolastici, anzi: Peregrin d’amore è una vera anti-antologia della letteratura italiana. Anti-antologia perché non ha nulla di didascalico, né pretese di esaustività, né desiderio di riscrivere la graduatoria degli autori più significativi. È invece un testo emotivo, caldo, impegnativo e allo stesso tempo segnato dall’umiltà di chi si riconosce perpetuo principiante nell’amore ai maestri. Le pagine procedono tra incontri lirici e sintesi fulminee, coaguli d’intuizioni raggrumate in anni d’insegnamento. Il racconto vagabonda liberamente e allo stesso tempo è teso, turgido, i periodi gonfi e traboccanti: non si sa bene come, ma nel giro di due frasi Affinati riesce a farci stare Gian Battista Vico, Salvatore Di Giacomo, Edward Said, un commendatore e un paio di supplì.

Ma la caratteristica più originale di questo volume è la sua coralità. Affinati gira per l’Italia con la cocciuta sicurezza di un rabdomante alla ricerca delle tracce lasciate dalla letteratura nelle vite di testimoni che spesso non sono neppure consapevoli del lascito ricevuto. E così ogni pagina diventa un dialogo a tre voci – quella dello scrittore “classico”, quella del luogo dove visse e quella di un italiano che abita lì oggi – tre voci che Affinati, come un abile medium tra passato e presente, permette d’incontrarsi. Ecco allora che a fianco di Dante, Petrarca, Machiavelli e D’Annunzio compaiono padri e madri, bulli di provincia su scooter strombazzanti, sindaci e politici, professori in pensione, commessi scettici e bonaccioni, mendicanti, prostitute, disabili, cinesine al banco caffè, cameriere tanzaniane, studenti turkmeni, suore e skaters, operai polacchi e rocker vagabondi. Una galleria pasoliniana – e non è un caso se proprio Pasolini è l’ultimo autore convocato in queste pagine – che restituisce carne e sangue alla definizione incisa a caratteri cubitali sulla facciata del Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR:

«Un popolo di poeti di artisti di eroi
di santi di pensatori di scienziati
di navigatori di trasmigratori»

Di “trasmigratori” Affinati – che insegna alla Città dei Ragazzi fondata da mons. Carroll-Abbing – ne ha conosciuti tanti. E a tutti ha insegnato la nostra lingua (della quale dobbiamo andare giustamente fieri), a sottostare al gioco delle regole (che s’imparano anche sulla grammatica) e ad amare il nostro Paese (facendo incontrare loro i suoi cittadini più memorabili). Perché i romanzi non sono soltanto serbatoi di belle parole. Al contrario, la letteratura – lo scriveva Carlo Ossola recensendo il presente volume – deve «offrire ragioni di vita; rispondere ogni giorno alle insidie della nausea […] alzare ogni giorno lo sguardo sopra la palude».

Un assaggio dell’opera

Stai tornando a Roma, in motocicletta, sulla statale che da Assisi sale al Monte Subasio. Hai ancora davanti agli occhi le torri rosa di Giotto. Procedi a velocità moderata, ma non tanto da poter distogliere lo sguardo dal nastro d’asfalto. Stacchi in fondo ai rettilinei, scali le marce, inclini e subito riapri il gas.
La ragazza ti appare sul gomito di una curva, mentre la moto ritrova il giusto equilibrio. Dev’essere nigeriana. Lo intuisci dai tratti del viso e dalla stessa positura. Non dovrebbe avere più di vent’anni. Una frazione di secondo basta per superarla.
Il suo volto resta dentro di te come impresso da un flash: ne ricomponi alla meglio i contorni sfocati. Te la raffiguri con le guance paffutelle, le unghie lisce, lo smalto rosso scheggiato. Immaginando di doverle illustrare il “Cantico delle creature”, inventi per lei un nome: Binah.
[…] Chissà se avrà mai dei figli, ti chiedi mentre aspiri il profumo dei gelsi della campagna ternana. Sei convinto che Binah nel profondo li desideri, anche se forse ora ci pensa soltanto a notte fonda, prima di andare a dormire. La terra è madre perché genera, come potrebbe fare lei, ci sostiene e produce tanti frutti, uno diverso dall’altro. L’erba cresce dove meno te l’aspetti: è sempre imprevedibile, eccentrica, vincente. Il frate guarda con occhio amoroso i paesaggi che attraversa e, facendoli suoi, li regala anche a noi. Così le diresti.
Sei tutt’uno con la moto. La sposti col sedere. I sorpassi sono punte di spilli. Basta un attimo e subito rientri. Fai cantare il bicilindrico. Ti godi l’elasticità del motore che vanta una coppia straordinaria. Su questa strada potresti addirittura scendere ai sessanta orari senza cambiare marcia e quindi accelerare fino a centosessanta. Accade quando scrivi una pagina intera e non stacchi nemmeno per un istante.
Francesco conosceva i profeti dell’Antico Testamento. Daniele racconta la storia di tre giovani gettati nel fuoco da Nabucodonosor perché si erano rifiutati di adorare una statua d’oro. Nella fornace i ragazzi lodano Dio in modi non dissimili da quelli che il poeta adottò per la sua preghiera. Ma nel cantico biblico non troviamo il sorprendente accenno di Francesco al perdono dei nemici: chi riuscirà a darlo sarà incoronato, dice.
Binah è cresciuta vedendo gli uomini scannarsi allo scopo di vendicare padri sulle cui ragioni o torti neppure avevano indagato. Vorresti guardare la sua faccia nel momento in cui leggesse questi versi.
La grande metropoli comincia a lampeggiare là in fondo coi suoi fanali intermittenti di insegne pubblicitarie, semafori, aerei, auto e finestre di condomini. Non dovresti creare confusioni nella tua scolara. Esistono due morti, sarebbe il caso di ricordarle: quella corporale, a cui nessuno può sfuggire, e quella spirituale, che è solo dei peccatori. Questi ultimi andranno all’inferno; gli altri si salveranno. Sì, proprio così: se fossi bravo, non avresti paura di danzare per lei intorno al nostro vecchio totem, che è sempre lì, anche se tanti fingono di ignorarlo: il registro dei meriti e delle colpe, del bene e del male, dei compiti svolti e di quelli disattesi. Francesco conosce la letizia: nessuno più di lui sa governare la potenza del desiderio. Eppure ci mette in guardia.
E poi, cos’altro avresti aggiunto se avessi presentato il testo a Binah, come hai fatto ora?
Provi a compitare una specie di decalogo mentre imbocchi il grande raccordo anulare. Sei un proiettile capace di andare a zigzag.
Questa è la poesia più antica scritta in lingua italiana.
Sta’ attento a quell’Alfa Romeo che sembra ferma!
Francesco significa francese, sua madre infatti non era italiana.
Perfetto! Ora torna in quinta marcia.
Nacque nel 1182 ad Assisi, dove adesso stanno Alì e Mansur, quelli che ti hanno portata qui.
Notizie essenziali, informazioni indispensabili: gliele daresti tutte, come carte da gioco.
Il padre, Bernardone, esercitava la professione di mercante.
Centoventi, centotrenta…
Francesco era un giovane istruito, abituato a vivere tra amici, feste e ricchezze.
Tagli il vento con la tua ascia.
Volle combattere in una guerra tra Assisi e Perugia e venne fatto prigioniero.
Immagini le bielle vorticare in una lucida follia dentro i cilindri.
Fu cavaliere: voleva imbarcarsi per l’Oriente, ma si ammalò subito dopo essere partito.
Questo curvone t’illude perché non finisce mai.
Cambiò vita: si ritirò in solitudine, vicino alla casa di Binah!
L’asfalto tiene.
Leggeva il Vangelo per imitare la vita di Gesù.
Qui puoi spalancare il gas.

(articolo comparso su ZENIT 08/03/2011)

  • mario

    Grazie Paolo per questa bella pagina. Non mi intendo di lettere, ma di km in moto ne ho tanti sulle spalle. Una volta una collega a scuola ha detto di me agli studenti che ero uno stilita su una kawasaki (non l’ho ancora perdonata per aver scambiato la mia mukka tedesca per un cartone animato del Sol Levante). Sai credo che alla fine non avesse torto; appollaiati sulla sella di una moto che corre su una lingua d’asfalto attraverso la nostra “lunga” e variopinta Italia osservi, ricordi e contempli; ed è quello che ha fatto il bravo Eraldo Affinati.

  • Ciaràn

    E’ un peccato che la diffusione di questa bella favella italica sia stata attuata a discapito delle lingue locali presenti prima dell’unità. Un peccato d’origine già presente in Dante e che si rispecchia nel ripetuto dileggio, se non proprio disprezzo, nei confronti di coloro che sono ancora orgolgiosi di essere “parlanti nativi” di lingue apprese dai propri padri e non tramite la televisione o le istituzioni scolastiche.

  • Emanuela Scicchitano

    Rispondo alle affermazioni di Ciaràn riguardo il dialetto e il suo rapporto con l’italiano. Se è pur vero che la lingua italiana /manzoniana è stata imposta agli “italiani” dall’alto attraverso le scuole, non è condivisibile l’opinione che tale diffusione (fra l’altro necessaria alla costituzione di una identità linguistica nazionale) sia avvenuta a discapito dei dialetti, i quali sono tuttora vivi e vivaci nei loro territori d’appartenenza e nella coscienza dei parlanti. La peculiarità linguistica italiana è, a differenza di altri paesi, proprio la ricchezza di questo serbatoio linguistico /dialettale che ha prodotto e che produce anche ora una fiorente letteratura, la quale spesso si interseca anche con la letteratura italiana. E credo che queste contaminazioni italiano/dialetto siano intrinseche a tutto il corso della nostra letteratura, a partire da Dante, il quale nella Commedia fa spesso uso di vari dialettismi, come gli studi continiani sul plurilinguismo hanno ampiamente dimostrato. E la lista dei nostri autori capaci di dominare lingua e dialetto è ampia e nutrita di nomi illustri (Belli, Porta, Pascoli, Pasolini, Zanzotto…), che ci stanno a dimostrare che il dialetto continua a esistere in pacifica convivenza con l’italiano.

  • Paolo Pegoraro

    La lingua è un organismo vivente e la sua storia è fatta di sistole e diastole. Un tempo si è sentita l’esigenza dell’unità linguistica, oggi, proprio perché l’unità linguistica è stata sostanzialmente realizzata, si può tornare ad avvertire l’importanza di non perdere le dfferenze. E anche le antologie scolastiche più autorevoli (Segre-Martignoni) propongono lo studio degli autori così detti dialettali, da Giacomo Noventa a Salvatore Di Giacomo.

    @ Ciaràn: varda che qua no ghe xe nisun che sganasa de drio chi che ciàcoła in diałeto. Xe ła ciapemo co quei quatro pandoj che dopara l’itajan par dir mae de l’itajan, o che dopara ‘l diałeto par darse arje e borje. Mai piazesti a mi j spua-in-tel-piato, e gnanca ai me noni e ai me avi, el Padreterno j gabia in gloria! parché j me ga insegnà do lengue, e a vołerghe ben ała me Patria e ała me tera come j fuxe me pare e me mare. E dir mae de un xe ver in disprisio tuti do.

  • Ciaràn

    Buongiorno, mi scuso se ho frainteso in senso polemico la prima parte dell’articolo. Quello che tuttavia vorrei far notare è che la questione non verrà mai trattata in maniera adeguata finché non si smetterà di continuare a considerare le lingue locali parlate nello stato Italia come dialetti dell’italiano (cosa che, nella maggior parte de dei casi, non sono nemmeno lontanamente).

    @ Paolo: Go capìt e sò decòrde (so mìå de Ciaràn, so Bresà!). Mè dìghe (per parlà ciàr) che le leghe le gà fàt piö dàn che bè e che töte le òlte che se slàcå de ferderalìsm o indipendenså se slàcå sùl de sghèi. Ol ghìa resù ol pòer Pier Pàol. {Spero lei abbia compreso, lombardo e veneto non sempre sono intelligibili!}

  • Paolo Pegoraro

    Tranquillo! Quei che xe bòn de scuzarse j xe sempre sjori.
    La cosa buffa è che sul blog “La poesia e lo spirito” lo stesso incipit è stato scambiato per un invito a disertare le celebrazioni dell’Unità. Segno, insomma, che il tema scalda facilmente gli animi.

    Concordo con te. D’altra parte bisogna dire che è stata l’iterazione con la lingua nazionale a risvegliare “consapevolezza di sé” nelle lingue regionali, prima percepite inferiori dagli stessi parlanti (con particolare aggravio durante la politica culturale del Ventennio, soprattutto nel Meridione, dove a oggi la percezione maggioritaria è “dialetto = ignoranza”).

    E’ stato grazie al confronto con una lingua ufficiale che anche quelle regionali hanno cominciato a strutturarsi e a rivendicare dignità autonoma, studiandone la grafia fonetica, costituendosi in grammatiche e dizionari, contribuendo alle storie della lingua (fondamentale all’apporto del logudorese alla filologia romanza) e sviluppando letterature proprie di elevatissima caratura, capaci d’imporsi alla stessa élite culturale italiana (il Novecento vanta più poeti regionali di qualunque altro secolo).

    Insomma: è con l’arrivo dell’italiano che le lingue regionali passano dall’oralità alla scrittura. Anche se – come diceva Giacomo Noventa – «scrivere è decadere»…