Karol Wojtyła: la parola poetica matura fino al gesto…

Karol Wojtyła nel 1938 © Pawel Bielec

Karol Wojtyła nel 1938
© Pawel Bielec

Lo scrittore di origini russe Iosif Brodskij, nel suo discorso di apertura al Primo Salone del Libro di Torino (1988) disse che la poesia polacca è «la più straordinaria di questo secolo». Otto anni prima il poeta polacco Czesław Miłosz aveva ricevuto il premio Nobel per la letteratura. Nel 1996 lo ricevette anche Wisława Szymborska, che tanto successo riscuote anche nel nostro Paese. Accanto ai due Nobel il nostro pubblico sta imparando a conoscere Tadeusz Różewicz e, ma ancora troppo poco, Zbigniew Herbert. Ciò che accomuna gli autori citati è la data di nascita: sono i poeti nati agli inizi degli anni Venti, ai quali appartiene anche Karol Wojtyła. Sono dunque i poeti che hanno dovuto fare i conti prima con l’invasione tedesca e poi con l’occupazione sovietica.

Wojtyła a differenza di Miłosz, Różewicz, Herbert, e della Szymborska, però ha vissuto la sua poesia quasi in silenzio, sempre più assorbito dalle crescenti responsabilità pastorali. Pubblicò le sue opere con riluttanza e sotto pseudonimo (Stanisław Andrzej Gruda), che rimase segreto fino alla sua elezione al pontificato nel 1978. La prima pubblicazione in volume delle raccolte poetiche di Wojtyła risale solo al 1979. Karol Wojtyła ci ha lasciato un’opera letteraria composta da varie raccolte poetiche e cinque drammi. Il paesaggio della sua produzione comprende ballate epiche, intuizioni liriche, prose poetiche; appassionati canti alla patria polacca, assorte meditazioni religiose, sguardi fulminei e affilati sulla creazione, il lavoro, l’animo umano.

Certo, il Wojtyła che leggiamo è in traduzione, ovviamente. Fa parte però delle osservazioni più ovvie quella che si interroga sulla reale capacità della lingua italiana di ospitare una poesia che vive di musicalità, quella polacca, molto differenti da quelle latine. Ciò vale ancor di più per la poesia di Wojtyła, tutta incentrata sulle impressioni uditive, come lo è, del resto, anche il suo teatro. Tuttavia ritengo che il dubbio e il limite oggettivo non debba allontanarci da questi versi. Il suono infatti spalanca in Wojtyła un universo di immagini e di pensieri che sopravvivono pienamente anche nel processo di traduzione.

Più volte si è detto che il pontificato di Giovanni Paolo II è stato caratterizzato dai suoi gesti e dai suoi movimenti precisi, ampi, sicuri. Molti hanno così ricordato che Karol Wojtyła ha avuto un passato teatrale nel «Teatro Rapsodico» fondato da Mieczysław Kotlarczyk. I suoi scritti teorici ci fanno comprendere come per lui e per il genere di teatro che egli praticava, a contare veramente non era in primo luogo il gesto, ma la parola. Per Wojtyła «la parola stessa matura fino al gesto, gesto parco, semplice, ritmico, e il ritmo del gesto è attinto dal ritmo delle parole». Per comprendere come questa poetica abbia avuto una sua incarnazione in Giovanni Paolo II basterebbe ascoltare il ritmo di alcuni suoi discorsi, le cadenze, le pause, le enfasi. Il motivo non è una «tecnica di recitazione», ma una forte «devozione per la parola. Ecco allora ciò che più conta nella comunicazione wojtyłiana: la devozione per la parola. Da dove nasce questa «devozione»? Come si sviluppa?

La poesia giovanile
L’interesse di Wojtyła per la poesia risale alla sua prima giovinezza. Nel 1934, all’età di 14 anni, egli vince il secondo premio nella gara di lettura di un poema filosofico di Cyprian Norwid, autore polacco tra i suoi più amati. Proseguirà con letture di altri classici polacchi, ma anche dell’Antigone di Sofocle e della Divina Commedia. Fondamentale fu l’incontro con M. Kotlarczyk, professore di lingua polacca nel ginnasio di Wadowice, col quale in seguito avrebbe dato vita al Teatro Rapsodico. Wojtyła ne era entusiasta e lo considerava un pioniere, capace di esprimere con il suo teatro il cuore delle tradizioni letterarie nazionali.
Nel 1938 Wojtyła scelse il corso di laurea in Filologia polacca presso l’Università Jagellonica di Cracovia. Qui si confermò la sua «chiara predisposizione verso la letteratura», grazie alla frequentazione del corso di recitazione offerto dall’Università, ma soprattutto grazie al contatto ininterrotto con Kotlarczyk, che in quella città animava incontri di giovani appassionati di poesia e teatro.  Durante questi incontri i partecipanti condividevano l’idea che l’arte non sia «soltanto verità realistica, o solo gioco ma sia soprattutto un’elevazione architettonica, sia uno sguardo in avanti e in alto, sia una compagna della religione e la guida sulla via verso Dio; abbia la dimensione dell’arcobaleno romantico: dalla terra e dal cuore umano fino all’Infinito».

Ballate dei Beschidi, la prima raccolta poetica composta da Wojtyła, non è mai stata pubblicata ed è andata perduta. I versi erano ballate popolari. Egli coltivava intanto il teatro unendosi al gruppo teatrale semiprofessionale Studio 39. Continuava a trovarsi con amici per appassionanti incontri di lettura e scrittura poetica. In questi contesti avverranno le uniche letture pubbliche delle sue poesie.

Tra la primavera e l’estate del 1939 Wojtyła scrive una raccolta nota con due nomi diversi: Salterio rinascimentale e Libro slavo. Essa comprende 17 sonetti e altre 7 composizioni. Poco dopo, il 1 settembre, Hitler invade la Polonia. Wojtyła avverte le contraddizioni del momento. Poco prima profeticamente aveva scritto i versi de Il canto mattutino:

E quando il gigante Golia si solleverà
per spezzare la mia giovinezza
Ti supplichino Sion, Moria:
vieni con la salvezza!

Nel gigante Golia si concentra simbolicamente tutto il male dei suoi tempi, l’ombra del Nazismo che avanza. La sua vocazione tuttavia non è alla spada, ma alla parola, densa di dolore, presentimenti, responsabilità, invocazioni. La fonte biblica è continuamente richiamata, dai Salmi all’Apocalisse. La parola poetica è anch’essa salvaguardia della patria: l’amore per la lingua, il culto per la storia e la tradizione polacca emergono con forza e decisione.

Il 1939 è un anno di intensa ispirazione. Wojtyła compone una delle sue poesie più note, la seconda in ordine cronologico tra quelle che possediamo, dedicata alla madre Emilia, morta quando il poeta aveva 12 anni. Di questo testo esistono alcune varianti. Questa la più antica:

Sulla tua tomba bianca
sbocciano i fiori bianchi della vita –
– o, quanti anni sono già passati
senza di te – spirito alato. –
Sulla tua tomba bianca
ormai chiusa da tanti anni,
la pace volteggia con forza insolita,
forza, come la morte – ineffabile.
Sulla tua tomba bianca
risplende luminosa quiete,
come se qualcosa ci sollevasse in alto,
come se confortasse la speranza.
Sulla tua tomba bianca
inginocchiato con la mia tristezza
o, quanto tempo è già passato –
eppure oggi mi appare poco.
Sulla tua tomba bianca
o madre – amore spento –
la mia bocca sussurrava esausta:
– Dona eterno riposo –

Pace e morte sembrano affrontarsi con pari indicibile forza. Così la tristezza e la speranza. Il giovane Wojtyła vive in un mondo di forze emotivamente coinvolgenti. Il loro incontro avviene sul piano della fede, dove trovano una composizione e un senso. Nella primavera di quell’anno Wojtyła compone una raccolta di 17 sonetti. Qui il compito del poeta è quello di costruire ponti, vie di salvezza per chi ha ali legate (Sonetto II). Così si inseguono tra i sonetti immagini di albe, di cascate, di zolle fresche, di fiori e pascoli, di liberazioni primaverili (Sonetto VI), che si uniscono a quelle della storia della civiltà occidentale per generare una visione dinamica e cosmica di resurrezione del Sonetto XI:

Dopo i secoli, croci diamantine sull’Acropoli,
l’incarnazione di Cristo nelle forme doriche e ioniche.
O anima, sbocciata dalla libertà, scolpisci la potenza messianica
e infondila nei salmi d’Amore – nel salterio rinascimentale.
E risorgi in una nuova incarnazione – eterna Beatrice;
con la fiaccola slava illumina per noi la via verso l’Amore!

Wojtyła ha appena compiuto 19 anni. È il tempo della giovinezza ardente e passionale nella quale il compito e la vocazione del poeta si chiarifica maggiormente. Nel poema Parola–Λόγος la poesia è un offertorio infuocato, come un forno che cuoce mattoni; l’anima dell’artista è una pietra infuocata:

L’anima dell’artista – carbone degli arroventamenti,
sasso al rosso infuocato.
Occorre le Parole prima abbracciare con una cinghia,
per poi spingerle nel ritmo dell’Amore assoluto
– e creare un poema infiammato
dai cuori. Lanciare all’inseguimento i trovatori,
che annuncino ad ogni popolo
la Verità e la Libertà delle parole e delle visioni.

Le figure del sacerdote, del saggio, del poeta e dell’attore sembrano fondersi proprio nella potenza della parola/Λόγος: nelle parole sono le potenze. Il crescendo di attenzione e coinvolgimento nella potenza della parola ha una sua tappa importante in Magnificat, uno splendido inno nel quale Wojtyła si identifica in Maria che, cantando il suo inno al Padre d’immensa Poesia, preannuncia il compimento della Parola. Maria così diviene figura del poeta e del sacerdote, entrambi servitori della parola/Λόγος. È così un canto gioioso, segnato dall’ispirazione poetica, a giungere quando Dio si china sull’arpa. Le immagini idilliche delle composizioni precedenti ritornano in questa, creando un’atmosfera solenne e prorompente, un salmo di esultanza primordiale, robusta e colorata:

Egli ha cinto la mia giovinezza di un ritmo stupendo,
ha forgiato il mio canto sopra un’incudine di quercia.
[…]
Tu sei il più stupendo, onnipotente Intagliatore di santi
– la mia strada è fitta di betulle, fitta di querce –
Ecco, io sono la terra dei campi, sono un maggese assolato,
ecco io sono un giovane crinale roccioso dei Tatra. […]
La mia felicità – grande mistero – Ti esalti
perché hai dilatato il mio petto in un canto primordiale,
perché hai permesso al mio volto di tuffarsi nell’azzurro,
perché hai fatto piovere nelle mie corde la melodia
e in questa melodia Ti sei svelato in visione – attraverso il Cristo.

Durante l’estate, probabilmente, vedendo maturare i campi di grano con il presentimento della guerra imminente, Wojtyła compone la poesia Il canto mattutino, in cui, identificandosi con Davide, sente suo compito quelli di condurre il canto. Così implora:

Che nell’autunno non si spezzino
le nostalgiche corde di arpe!

Ed ecco che nell’autunno, dopo quel tragico 1 settembre, compone il salmo in tre stanze dal titolo …e quando Davide giunse alla sua terra madre. Ormai è il buio. La voglia di gettare nelle braccia del Cielo alto / il mio corpo giovane appare infranta. Wojtyła è costretto dal vento ostile e freddo che spira a litigare con il proprio verso, con la propria ispirazione, con il senso stesso della poesia:

il vento d’autunno tagliò i miei desideri,
come con uno slancio, in un colpo di spada,
abbattè le statue, spezzò le visioni, –
e mi ordinò di litigare col mio canto.

Da questo momento Wojtyła comincerà ad allontanarsi dalla struttura della ballata, e si spingerà al verso libero, affinando anche un certo ermetismo che lo conduce a una poesia analogica, simbolica e visionaria. Tornano spesso però le immagini del tormento, del martirio, nel quale la poesia però intuisce la fonte dell’Armonia. L’identificazione tra la Polonia e l’Israele biblico ridotto all’esilio si approfondisce, come anche la speranza di una redenzione e di un cammino verso la terra promessa. Nel poemetto Mousike anche la liberazione è una melodia terrestre e celeste:

La terra suonava. Dio con l’arpa dei venti
batteva sul pianoforte, sui tasti tesi.

Ecco allora l’esclamazione:

Musica! Solleva le teste verso il cielo!
– che la radice si è incarnita nella terra, lo so – l’ho udito –
ma dove arriva la cima – come posso vederlo?
Sulla volta del cielo bruciano le torce,
il cielo – versante stellare.
Sono entrato nella melodia della terra fino alle ginocchia

Il poeta si innalza perché assorbe la melodia: essa non è esterna al mondo, estranea alle sue ferite, ai solchi della terra, ma al contrario da essi si sprigiona:

Io assorbo, aderente ai solchi. Nella nube cammino come Mosè.
Già sono alzato. Le zolle arate conducono in alto.
A Te porto l’olocausto del mio giovane terreno – Padre – Tu, che coltivi la terra, che vivi in alto.

Ed ecco gli ultimi versi, che riprendono l’immagine iniziale, dando un colpo d’ala:

La campana si solidificava.
Prendeva in sé la musica.
Si faceva giorno.

La campana è immagine di resurrezione. Essa si solidifica e si fa porosa, assorbendo la musica che sarà in grado, dopo essere passata dal fuoco della fusione incandescente, di sprigionare.

Con questi toni si conclude la fase giovanile della poesia wojtyłiana, che si concentra nella sua gestazione e pubblicazione tra il 1938 e il 1940. Non c’è dubbio che l’ispirazione abbia ancora bisogno di consolidarsi. E cioè avverrà negli anni successivi. Alcuni versi sono folgoranti, premonitori, densi di capacità visiva, epica e sonora; altri sono chiaramente acerbi o, come affermò lo stesso Wojtyła, «artisticamente immaturi».

Wojtyła, in una lettera del 1940 a Kotlarczyk scrive: «Per quel che riguarda la fiamma, che dentro di me si è accesa, penso che essa dipenda strettamente dall’agire di una Forza Suprema. Non è, come mi pare, elaborazione artigianale, ma un certo impulso. Non vorrei dire addirittura: azione della Grazia, tutto può essere azione della Grazia, bisogna soltanto sapere e soprattutto volere collaborare con essa, come ci insegna la parabola dei talenti. Allora, penso che alla Grazia bisogna sapere rispondere con l’umiltà (Umiltà). Dunque, in questa dimensione, la lotta per la Poesia sarà la lotta per l’Umiltà». Nel 1942 Wojtyła avvisa l’amico e maestro Kotlarczyk di non contare più su di lui: l’anno successivo avrebbe chiesto al cardinal Sapieha di cominciare il cammino per l’ordinazione sacerdotale. La risposta di Kotlarczyk pare sia stata: «Che cosa stai facendo? Vuoi sprecare il tuo talento?».

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