Riso e resa di Giovannino Guareschi

camillo_peppone_guareschiDa bambino avevo una curiosa fissazione: trovare un’immagine del Crocifisso che sorridesse. Ma come – pensava il piccolo – Gesù non sapeva che salvava il mondo? È vero, stava male, ma non era ancora più contento di poterci aiutare? E non se ne capacitava. Ed era tutto uno scartabellare santini e girare per chiese. Niente da fare: artistici o dozzinali, i volti del Crocifisso erano sempre cupissimi. Umani, solo umani. Il “realismo” rinascimentale aveva fatto piazza pulita. Che emozione scoprire anni dopo i grandi crocifissi lignei medioevali, le pale di Giotto, le icone bizantine e, infine, quei maestosi Cristi assisi sulla croce come su un trono, incoronati e sontuosamente vestiti da sovrani, con gli occhi spalancati dei vivi, e volti severi, ma sereni.
Di sorrisi, però, ancora nessuna traccia.
La piega delle labbra restava sigillata.

Come un segreto. Dovevo incontrare Giovannino Guareschi.

I film del ciclo di don Camillo e Peppone li conoscevo, ma per ovvi limiti della pellicola non si poteva mostrare il tratto più caratteristico di quei 347 racconti: la straordinaria mimica del Crocifisso. Che si preoccupa, s’inquieta, si rasserena, risponde seccato, sospira, è contento, parla gravemente, scrolla le spalle, chiacchiera, si fa serio, sussurra, ora tentenna ora scuote il capo, ammonisce severo, si azzittisce del tutto quasi mettesse il broncio. Piange, perfino: non per i peccati dei suoi figli, ma per il loro amore (vedi il racconto Cinque più cinque). Soprattutto, però, sorride: nella prima raccolta avviene almeno 26 volte nel giro di 36 episodi. Insomma, è l’espressione abituale di quel Crocifisso che non è una statua, ma Qualcuno discreto quanto palpitante. Crocifisso, eppure vivente.

Le quattro raccolte di racconti di don Camillo e Peppone sono tornate da poco in libreria, in una belle veste grafica rilegata, come primo volume dell’opera omnia di Giovannino Guareschi (Don Camillo e Peppone. Opere. Vol. 1, Rizzoli 2011, pp. 1133, € 32). Non che mancassero dal mercato – richiesti come sono in Italia e all’estero – ma finalmente vedono riconosciuto il loro valore, troppo spesso misconosciuto per ragioni che poco spartiscono con la letteratura.

La famiglia Guareschi secondo la penna di Giovannino.

Come se, nel 1954, Guareschi non si fosse portato a casa il premio Bancarella. Giornalista, vignettista, sceneggiatore, editore, fotografo, autore di testi per pubblicità e canzoni, la reale grandezza di Guareschi resta ai più ancora da scoprire. «Uno scrittore scomodo, intelligente, antiretorico, consolatorio – lo ha definito Guido Conti, autore del suo migliore profilo critico – che recuperava la tradizione della novella morale, ciclica, aperta e popolare, che trova le sue radici nei fioretti di San Francesco e nelle novelle anedottiche del Piovano Arlotto. Personaggi che sono sempre se stessi, senza crisi o cedimento nella loro fede. Sono modelli da feuilleton poi confluiti nelle telenovelas. Guareschi porta nel Novecento altre ragioni, vivendo però nel clima delle avanguardie e dei nuovi media, come la radio, il cinema e la televisione».

A riprendere in mano oggi i racconti di don Camillo e Peppone si viene assaliti dalla prepotente vis narrativa del cronista, dal genio fulminante dell’immediatezza, dall’amore geloso per quella «fettaccia di terra» che è la Bassa padana. E da un sentimento dell’essenziale da vero espressionista, quello con pochi tratti e ancor meno colori crea immagini, che, viste una volta sola, non si dimenticano per il resto della vita. Quasi come le vignette che aprono i suoi racconti, con quei due pupazzi stralunati dai capelli di stoppa – un angelo e un diavolo – impegnati a tirarsi le peggiori birbate, e puntualmente richiamati all’ordine dalla voce del Cristo. Il cui volto Guareschi non disegna mai. Perché, come puntualizza egli stesso, è «il mio Cristo: cioè la voce della mia coscienza».

La famiglia Guareschi secondo le fantasie della macchina fotografica.

Tra le tante caratteristiche della scrittura di Guareschi c’è l’indomita fisicità dei suoi personaggi. La pagina gli va stretta. La gestualità è spiccia e diretta, che si tratti di una carezza o – molto più probabile – di uno sganassone. Don Camillo e Peppone parlano soprattutto con il corpo. Il Crocifisso, l’Immobile, solo con il volto e con la voce. Eppure c’è un gesto che accomuna tutti loro: quello di “allargare le braccia”. In segno di resa. Un gesto tipico di don Camillo, quando si trova costretto a cedere al buon senso del Cristo, ma che sfugge talvolta anche a Peppone e ad altri personaggi. Allargare le braccia – magari scuotendo la testa – per far spazio alle ragioni dell’altro. È il segno della loro conversione, è imitare la braccia infinitamente aperte di quel Crocifisso inchiodato alla sua eterna missione eppure sempre sorridente. «Quelle braccia spalancate – ha scritto un altro parmense celebre, il fumettista Leo Ortolani– come quando vedi un amico da lontano e fai quel gesto, per dirgli che sei felice di vederlo, prima ancora che possa udire la tua voce».

(articolo apparso su Roma Sette 21/10/2011)