Glimpses (1): Elena Bono

Ci sono scorci (glimpses) di quest’estate che nelle prossime settimane vorrei condividere con il pubblico del Blog. Il primo ha a che fare con un viaggio in autostrada dal Trentino a Roma in cui io e Cecilia abbiamo improvvisamente deciso di deviare verso la Liguria per andare a trovare Elena Bono. Per chi non lo sapesse, Elena Bono, autrice di romanzi, racconti, poesie e di numerosi testi teatrali, è la più grande scrittrice italiana del dopoguerra, la più grande scrittrice italiana vivente (provate con il romanzo Come un fiume, come un sogno, il racconto lungo Una valigia di cuoio nero o con l’opera teatrale La grande e la piccola morte pubblicati dalla casa editrice Le Mani). Siamo giunti a Chiavari poco prima di cena ed Elena era sulla sedia su cui è costretta tutto il giorno per la malattia alle ossa che ormai la obbliga a dettare i testi delle opere a cui sta ancora lavorando malgrado tutto. Ci siamo fermati non più di un’ora, ma la dimensione temporale di questo breve incontro è scaturita dal fondo degli occhi di questa straordinaria scrittrice ormai giunta al crepuscolo della vita: lo sguardo vivo di chi sa che ogni storia (nella vita come nella letteratura che conta) si gioca tra due polarità, l’attesa fiduciosa di un compimento e l’abisso di chi sceglie di “essere precipizio a se stesso”, come afferma il protagonista del romanzo Come un fiume, come un sogno. La breve poesia che segue è tratta dall’Opera omnia delle poesie di Elena appena pubblicata dal suo piccolo editore di Chiavari.

Silenzio e ancora silenzio.
Versatelo a lungo
piano sulle ferite.
Anche la musica duole
ad un cuore dolente.

6 commenti a “Glimpses (1): Elena Bono”

  1. Marica ha detto:

    Ho cercato di rifletterci su. Ci provo con le esperienze della mia vita. Essere abissi di se stessi a volte accade perchè le esperienze come dice Antonio Spadaro ci superano.
    Io vedo la mia vita fino ad oggi e mi chiedo se sia vero quello che (a volte) vedo. Se allora sia vero quello che trovo sui libri dai titoli: Cento anni di solitudine, Ognuno è solo e vari. E mi chiedo se siano giuste le conclusioni di questa scrittrice che oggi mi proponi. Io mi chiedo se dobbiamo versare silenzio sulle ferite. Ancora tanto silenzio o versare fuori il dolore come un fiume. Forse, ognuno di noi è profondamente diverso dagli altri e ci possiamo capire solo tra simili (coloro che hanno analoghe caratteristiche intellettuali ..). Io credevo e in parte credo ancora che la risposta, invece, sia la comunicazione. Non il silenzio. A me il silenzio mi sembra analogo all’indifferenza. Perchè quando ho versato silenzio sono morta e quando ho sfogato mi sono salvata? Parlo di me, ma non solo di me stessa, generalizzo sulle tante persone che ho conosciuto in vita. Percorsi. Non so. La risposta non credo sia il silenzio ma l’altruismo. Cercando nella gioia delle piccole cose la bellezza. Io la penso un pò come la Fallaci, c’è un tempo per tutte le cose e a volte bisogna parlare se è la nostra voce. Invece di dire “Versate silenzio tra le ferite…versatene ancora” non era meglio dire: ” cercherò di fare qualcosa per rompere questo silenzio, per donarti anche solo una parola?”. Lo scrivo per tutto quello che ho incontrato nel mio percorso di vita, perchè penso di non sbagliarmi, perchè ci credo. Perchè a volte prendo a pugni la vita e cerco di migliorarmi,e migliorare, e ci riesco solo così.
    Lo so che sono esagerata, certe volte, ma a me quel silenzio della poesia mi sembra nichilismo. Ma tu sei più grande di me, più affermato, e mi piace leggere su Bombacarta tante cose che accrescono la mia cultura. Ma mi interrogo anche, e mi chiedo quale sia la finalità di un messaggio. Se un poeta scrive anche per me io voglio sapere se come dice Antonio Spadaro tutto questo servirà alla mia vita di donna in questo mondo. Devo versare silenzio e non musica quando la vita mi addolora? O addolora gli altri. Ma far uscire il dolore in un fiume, non è a volte l’unico modo possibile per sanarlo? Io non credo che la risposta sia il silenzio. Anzi, ne sono quasi certa. Ma la mia vita continua e io non conosco a priori quello che incontrerò, forse a volte mi servirà il silenzio. Ma se la risposta è il silenzio, perchè tutte le volte che non sono stata indifferente ad un cuore dolente è nato qualcosa di bello? Io credo che la risposta sia l’altruismo e l’ascolto.

  2. Paolo Pegoraro ha detto:

    Mah, il bello della poesia è che non è univoca, e conviene sforzarsi di leggerla a fondo alla ricerca di quel valore che ha mosso l’autore a scrivere, piuttosto che interpretarla alla luce delle nostre idee.

    A me questi pochi versi e soprattutto la tua riflessione hanno fatto venire in mente alcuni versi di Giacomo Noventa. In quella composizione Noventa dice che dovremmo avere pietà di tutti, non solo dei deboli, ma anche dei forti; non solo dei brutti, ma anche dei belli; e conclude affermando che se ascoltassimo davvero la sofferenza di ognuno, allora «non firmeremmo tutto il dolore del mondo / con i nostri piccoli nomi».

    Allora i versi della Bono li interpreto così: che dovremmo purificare le nostre ferite attraverso il silenzio, lasciare che il silenzio scorra sulle ferite perché porti via tutto quel pus di egocentrico vittimismo che il dolore, nella sua insopportabilità, talvolta scatena. Perché troppe volte c’è sfogo, c’è lamento, c’è ingiuria, c’è denuncia, c’è logorroico soliloquio, ma non – come giustamente dici – comunicazione. Il dolore è qualcosa di troppo intimo e, sì!, anche prezioso, per essere rigurgitato fuori da noi sul primo sventurato che ci capita a tiro. C’è un pudore, nella sofferenza, che troppe volte non vedo rispettato nei telegiornali, tanto per fare un esempio sotto gli occhi di tutti.

    Sono d’accordo con te: il dolore che si chiude a riccio si autocondanna. Ma credo che potrà aprirsi in modo sano solo dopo questo primo incontro silenzioso con se stesso. Comunque bisogna leggere la poesia per intero, per capire il senso, quindi adesso mi procurerò il volume.

  3. Maurizio ha detto:

    Oi…
    questo botta/risposta tra Marica e paolo vale 100 post

  4. Marica ha detto:

    Tanti interrogativi sulla Poesia, anche se apprezzo il tuo intervento di risposta al mio che mi ha dato modo di riflettere. E’ vero, la poesia non è mai univoca, ma inevitabilmente nel ricercare i motivi cardine che hanno ispirato l’autore, penso, entri in gioco anche il filtro del nostro sentire (le nostre idee). Inevitabilmente. Ascoltare davvero tutto il dolore di ognuno è impossibile, ma parlare del proprio sentire, non implica, qualche volta anche: lamento, ingiuria e logorroico soliloquio? Tanta poesia nasce da questo, tanti autori noti trattano materiale audace, scomodo, ingiusto, impopolare. Comprendo il senso del pudore della sofferenza, ma a volte dal peggio di noi stessi scaturisce poi il meglio. Il pudore, l’amore, la ragione, la passione, non sono da incasellare per tutti allo stesso modo. Ci sono regole di comportamento universalmente note, anche nel componimento poetico, anche nello scrivere una tesi. Non sempre la regola è sana, non sempre porta innovazione o libertà di espressione completa. Dipende dal fine che si persegue. E’ vero, è necessario leggere la poesia per intero per comprenderne il senso, ma discorrendo su quel che c’era in poche righe c’è stata una bella comunicazione. A volte non mi interessa affatto il quadro d’insieme, troppe cornici, troppi ambienti, anche il frammento è espressione, dipende dal contesto. C’è una scelta di esposizione, di visione, non mi interessa in fondo il senso finale dell’autrice, ma le forme e le sensazioni che ha generato in me. Anzi, mi può persino interessare ma non sempre. Comunicazione: parola semplice e complessa. Possiamo davvero comunicare con tutti, in senso profondo?
    Qual’è un modo sano di comunicare? Quello della regola, del canone, del rispetto comunemente sentito o il modo è diverso da persona a persona? Qual’è il modo sano di comunicare il dolore in poesia? Era quello che utilizzò Leopardi, Pascoli, ect o quello usato per rime di autori dai versi più dissacranti? Il fatto è che adoro il non-sense. Oltre la poesia, invece, nella vita, penso che dopo il silenzio della consapevolezza del dolore, ogni via per sanarlo sia buona (senza ledere gli altri), dipende dai contesti. Entro in una polemica forzata dove in realtà tutto è già stato detto. Posso davvero comprendere l’autrice, anche se ne studio la vita, i versi, i contesti oppure inevitabilmente le parole saranno un richiamo delle mie esperienze, compresi tramite il mio personalissimo vissuto, il mio filtro? Si parla spesso di comprendere gli altri nelle idee degli altri senza sovrapposizioni spirituali. Ma è possibile tale immersione vergine in un terreno altro? Secondo me si tratta di contaminazioni, di Poesia e vita. Di vita e poesia. Poi per creare un quadro d’insieme, scavo anche nel terreno della scrittrice. Ma la poesia non è una forma libera? Allora per viverla non devo interrogarmi su di essa? Sentirla o Comprenderla? Se la sento oggi affermo che non voglio silenzio, domani forse si. Se la voglio comprendere nella sua misura allora il Silenzio è necessario. Il Silenzio di cui mi parla questa poesia è necessario, è esperienza di vita. La poesia non è mai univoca però opera su catene di significato circoscritte. Secondo me ci sono insiemi di significati oltre i quali non si può evadere. Sempre ricca di molteplici richiami, forme, sensazioni, idee ma qualche confine infine si avverte. Per questo sono e non sono d’accordo con te. Dipende dal contesto. Dall’elemento da analizzare o portare alla luce, dalla volontà dell’autore, dalla tua di lettore… Apprezzo la comunicazione quanto il logorroico soliloquio e il pudore o l’urlo della sofferenza mi colpiscono entrambi. La poesia è una grande esperienza energetica di espressione creativa del pensiero, qualsiasi sia la forma, solo se si rimane (in un certo senso) fedeli a se stessi.

  5. PATRIZIA ha detto:

    ho la fortuna e il privilegio di conoscere Elena Bono da qualche anno…conosco la sua intelligenza,la sua semplicita’, il suo dolore,il suo senso della responsabilita’ come testimonianza…insomma la sua estrema BELLEZZA vi invito solo a leggere quanto piu’ possibile di lei.Troverete risposte e inquietudini… credo che interessera’ sia a paolo che a marica

  6. Desi ha detto:

    Grazie a Stas’ Gawronski per avermi fatto “incontrare” una scrittrice grande come Elena Bono. Ho cominciato a leggerla, a scriverne, a occuparmene. Sono andata a farle visita a Chiavari. Sono rimasta senza parole davanti alla sua grandezza fatta di umiltà, di dolore, di conoscenza profondissima dell’animo umano, di sapienza senza fine, di spiritualità altissima. Ho letto le sue poesie, i suoi racconti, alcuni suoi drammi, sto ultimando quel capolavoro che è “Come un fiume, come un sogno”. Vorrei farla conoscere a tutte le persone che amano la letteratura con la L maiuscola. E cercano strade nuove in essa, sentieri inesplorati per capire meglio se stessi, per conoscersi e conoscere. Grazie davvero. Desi

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