Un film e due registi estremi

To the wander di Terrence Malick, l’arte come ricerca della fonte

“(colui che è) convinto che gli uomini farebbero strada se credessero in se stessi; colui che cerca il superuomo e tenta di trovarlo nello specchio; gli scrittori che parlano di imporre la propria personalità invece di creare vita per il mondo: tutte queste persone sono a poco più di un passo da un vuoto spaventoso” (da Ortodossia di G.K.Chesterton)

Sono andato a vedere l’ultimo film di Terrence Malick, To the wonder, un film sbagliato e sballato ma come spesso capita con i grandi registi, a volte sono proprio gli sbagli che permettono di accedere, gustare e comprendere meglio il “mondo” che con le loro opere hanno creato. Da un certo punto di vista questo ultimo è infatti il film verso il quale tutte le opere precedenti del regista americano convergono, rappresentando quasi l’essenza, la “linfa”, che nutre e muove tutta la sua filmografia, un’essenza bene evidenziata nelle parole del titolo, “verso la meraviglia”.

Il problema del film è proprio questo, che essendo il cuore della poetica di Malick appare come un enunciato, una dichiarazione, un cuore senza corpo, starei per dire un’idea senza storia ma sarei troppo severo perché poi una storia c’è ed è quella di questi due giovani, belli e un po’ malinconici, chiusi nel loro quasi mutismo (il cinema di Malick è grandiosamente silenzioso), che si incontrano, si amano, si lasciano, si riprendono, si abbracciano con passione e con la stessa passione litigano, anche molto violentemente, si tradiscono reciprocamente e, alla fine, si perdonano e si meravigliano. Ci sono tutti i topoi del cinema malickiano: la forza delle immagini e della musica sempre presente, i tagli di luce, specie al tramonto, la voce off che accompagna il dipanarsi della storia, rivelando le domande interiori dei protagonisti ed insieme interpellando interiormente il pubblico, chiamato e coinvolto in prima fila all’interno di una trama fitta, semplice e complessa nello stesso tempo anche perchè non c’è unità di tempo e di spazio né linearità temporale ma le immagini si susseguono in modo spiraliforme e se l’approccio dello spettatore dovesse rimanere solo sul piano razionale la visione potrebbe rivelarsi alquanto ostica. Un cinema emozionale quello di Malick, forse unico nel suo genere, che divide il grande pubblico in due fazioni opposte tra i fan appassionati e i feroci denigratori.

Il problema con To the wonder è che rischia di apparire un film “alla Malick”, una sontuosa esercitazione di stile alla fine quasi superflua (anche se di questi tempi un film “minore” di Malick è comunque balsamo per gli occhi), nonostante il “tema” sia, come sempre, immenso. Perchè qui non si tratta della rappresentazione della storia del difficile ménage tra due persone innamorate ma corre sotto traccia una domanda molto più grande, se cioè l’amore solo umano, abbandonato a se stesso, possa bastare, e la risposta appare subito negativa, sin dalle prime immagini, girate nella folgorante e inquietante location di Mont Saint-Michael in Francia. I due protagonisti camminano lungo la terra resa “sabbia mobile” dal continuo andirivieni della marea, un terreno composto per lo più di acqua, ad indicare che non ci sono fondamenta solide se non si ritorna alla “fonte”. Quest’acqua che sale e scende, che arriva e poi sparisce, in un moto ondivago proprio come l’amore umano, è il leit motiv di tutto il film, sviluppato dalle parole della voce off e dalle immagini relative ad una vicenda parallela, quella di un sacerdote che, pur in crisi di fede, si dedica all’assistenza di tutta un’umanità dolente (carcerati, handicappati, donne povere e derelitte). Anche il sacerdote non fa altro che interrogarsi sul problema dell’aridità, sul fatto che l’amore degli uomini, senza un collegamento diretto con una fonte alta e altra, finisce, si spegne. Questa fonte, nella vicenda dei due protagonisti, si trova proprio in quel primo incontro a Mont Saint-Michael che gli abitanti del luogo chiamano “La Meraviglia” (The Wonder). Alla fine questo cammino to the wonder-verso la meraviglia-verso la fonte, sembra pervenire ad un momento di approdo, se non di acquisizione quanto meno di intuizione di quella “meraviglia” che è un altro nome della Grazia divina. C’è un ragazzo down, uno dei derelitti accolti dal sacerdote in crisi, che con la sua gratitudine allegra e contagiosa annuncia l’avvento di questo splendore che nell’ultimissima scena brilla negli occhi della protagonista colta di sorpresa dalle luce del tramonto. Vengono in mente una frase di mons.Fulton Sheen “la felicità non si ottiene puntando affannosamente alla sua ricerca, ma viene come una sorpresa, a chi è intento a far felici gli altri” e una poesia del poeta-pastore anglicano R.S.Thomas, Butterfly movementMovimento di farfalla:

Un movimento di farfalla

come se un arcobaleno

avesse messo le ali, cadendo

con la delicatezza della luce

sul nostro orizzonte, a rammentare

la promessa di Dio di mettere

da parte l’ira. E quale,

in questo momento di sguardo stupito

nel sole del meriggio,

quale, ci chiediamo, fu la natura

del nostro peccato da meritare

un perdono così bello?”.

Malick e Von Trier: due registi (agli) estremi

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I primi 15 minuti del film di Malick, quelli girati nella meravigliosa cornice di Mont Saint-Michael, sono bellissimi eppure mentre li vedevo ad un certo punto ho provato quasi una sorta di nausea, dovuta al fatto che la cinepresa continuava a girare muovendosi in lungo e largo in modo circolare, ipnotico, mosso proprio come l’acqua che dominava la scena, un movimento che non dava tregua né pace al mio sguardo. Mi sono ricordato che solo un’altra volta mi era capitato di soffrire il mal di mare al cinema, fu quando vidi qualche mese fa Melancholia di Lars Von Trier. E’ proprio vero che gli opposti si toccano. I due registi si trovano agli antipodi sotto tutti i punti di vista, eppure qualcosa li accomuna. Sono due registi “magnifici”, con uno stile personalissimo e riconoscibile, due artisti dal grande impatto emotivo e immaginifico, che, come è stato già detto per Malick, nel tempo si sono costruiti un vero e proprio popolo di adoratori (al quale corrisponde un popolo, forse più folto, di denigratori).

Dunque ricordo precisamente che, durante tutto il primo tempo del film di Von Trier, ho davvero sofferto il mal di mare, stavo quasi per vomitare: la cinepresa, portata a mano (con il sistema della steady-cam) si muoveva avanti e indietro, con gli stessi tagli, silenzi e salti temporali operati anche da Malick, ma se nelle opere del regista americano il ritmo è sempre lento e maestoso (usa spesso il grandangolo e l’immagine è sempre messa a fuoco nitidamente), in Von Trier l’agitazione è più forte, il ritmo è sincopato, spezzato, l’effetto è ansiogeno, claustrofobico. Ma non si tratta solo di stile, o meglio, lo stile rivela tutto il resto: l’arte di Malick, sviluppandosi attraverso i suoi film, viaggia “verso la meraviglia” che per Malick è appunto la “fonte”, intesa come origine, inizio (in questo senso il suo capolavoro resta The tree of life), mentre l’arte di Von Trier corre verso la fine, l’annichilimento totale (come ben rappresentato da Melancholia) che peraltro rappresenta il nulla che già pervade le vite degli uomini ingabbiati per lo più nei vuoti e formali pregiudizi delle convenzioni e delle istituzioni.

Sono dunque due registi “estremi”, che parlano dell’eschaton, delle ultime cose. Solo che per Malick queste sgorgano incessantemente da un’unica fonte che tiene tutto connesso in una grande rete e da questo punto di vista si conferma un regista religioso (res-ligare), mentre Von Trier parla del disfacimento del tutto, del fatto che la rete non c’è o è in frantumi e resta, forse, solo la consolazione di una stoica pietà.

Sono due registi estremi a tal punto da risultare “provocatori”, non lasciando mai indifferenti gli spettatori portati a scegliere tra l’amore e l’odio viscerale; più precisamente: Von Trier se non lo si ama si rischia di odiarlo (anche per le sue pose fuori dal set volutamente provocatorie), Malick invece se non lo si ama lo si deride, perchè gli si riconosce quantomeno un altro grado di onestà che invece sembra mancare al suo collega che solleva il dubbio di essere un regista manipolativo, portato a giocare con il pubblico come il gatto con il topo. Malick, che pure in The tree of life ha descritto il grande “gioco” della creazione (la vita dell’uomo e del mondo come immenso e drammatico pre-ludio), non gioca mai. Meglio: Malick si mette in gioco totalmente e sinceramente con la serietà di un bambino che gioca, una serietà assoluta. Per questo se non si entra nel gioco della sua arte, se non si contemplano gli intagli della sua vetrata gotica illuminata dalla lanterna magica, il rischio è di rimanerne fuori e di prenderlo in giro come fosse un qualsiasi poeta-predicatore dal gusto estremo, cioè pacchiano fino al kitch. Se invece non si entra nel gioco a rimpiattino di Von Trier accade il contrario: non finisce per ridere lo spettatore ma il regista, la risata che si coglie è quella amara dello sberleffo con ghigno finale dell’autore di film notevoli come Le onde del destino, ma che in fondo sono solo dei, più o meno perfetti, giocattoli.