Il pop potentissimo dei Negrita

Per la prima volta non ho un titolo per un post. Succede. Di solito lo scelgo prima di cominciare a scrivere un articolo. Un modo per non allontanarmi troppo dalle intuizioni qui condivise. Vada come vada. Questa sera ho deciso di dedicare tempo alla musica, pochi minuti in realtà. Mentre posto sul blog, qualcuno prepara in cucina una buona cioccolata calda, non posso mancare all’appuntamento. Devo fare in fretta. Qui a Roma è tutto così veloce. Argh!

Un lusso stare sul blog per più di mezz’ora. Da qualche mese la vita è radicalmente cambiata, ho di fronte nuovi impegni da assolvere ogni giorno con la massima concentrazione. Lo stesso ho comprato dei dischi su iTunes. Mi perdo tra i Beirut e i Wilco, tra i Negrita e Ry Cooder, tra i Snow Patrol e nuovi album comprati a scatola chiusa (nonostante il minuto e mezzo di preascolto su iTunes che mai sfrutto per mancanza di tempo). Presto o tardi li ascolterò tutti quei file, chissà…

Adesso on air c’è l’ultimo “Dannato Vivere” dei Negrita. Un album di facile ascolto e “togo” (cioè bello).

Il caos del lavoro quotidiano mi costringe all’immediatezza del pop, mai banale e però meno impegnativo, anche se le uniche cose belle suonate dall’iPod nelle ultime settimane (e che mi piacciono) riguardano brani degli Animals e di David Bowie. Ascolti vintage.

I Negrita comunicano innanzitutto energia, accompagnati dal solito sound sfacciato alla Clash. Forse troppo strizzano l’occhio alla classifica di vendite, ma hanno scelto un mestiere strano per tirare a campare. Legittimo tirar su qualche spicciolo e sopravvivere al file sharing.

Tra le tracce, cattura subito “Per le vie del borgo”, una continua citazione di “Rock The Casbah”. Sarò fustigato dai fan dei Negrita se scrivo che è quasi un plagio? I testi dell’album fanno pensare. Già nel titolo s’intravede una tensione positiva verso la vita, pur se difficile e imprevedibile. Lo cantano in “Brucerò per te”, copia carbone (ci risiamo) di “All My Love” dei Led Zeppelin, canzone struggente scritta da Robert Plant al figlio Karac, morto prematuramente. Vero che l’apertura con “Junkie Beat” parla di un’anima bruciata, che vende l’anima al demone della musica per sopravvivere al logorio della vita moderna. Il resto della tracklist è comunque un’ascesa verso la luce.

“Il giorno delle verità” è solare e adrenalinica, il synth è lo stesso di “Time to Pretend” dei MGMT, come un passaggio dell’omonima “Dannato vivere” che somiglia a “Carolyn’s Fingers” dei Cocteau Twins. Le altre canzoni le consiglio, almeno per il buon umore che provocano. Ascoltare “Dannato Vivere” può essere addirittura terapeutico.

Due canzoni mi hanno impressionato, “Immobili” e “La vita incandescente”. Nel primo brano c’è una frase inequivocabile che esprime il bisogno di rivolgersi a Dio e di guardare nella direzione giusta per trovarlo.

Da quale parte mi devo girare quando ho bisogno di pregare Dio? Da quale parte? Da quale parte? L’infinito mi confonde.

In “La vita incandescente” si canta di un Gesù personale. Impossibile non pensare a “Personal Jesus” dei Depeche Mode, una lode a tutto ciò che rappresenta un dio. Una donna, il denaro, un divo musicale. O Gesù in carne e ossa.

E sopra il comodino un Cristo personale. Ci può giustificare e ci perdonerà. Una benedizione non ha mai fatto male. Hai un Cristo personale che ti perdonerà. Lui ti perdonerà.

Come al solito, a me piace pensare che i Negrita – mentre scrivevano “Dannato Vivere” – avevano in mente Dio, altrimenti perché cantare quelle parole intelligenti? Non è dato sapere se la ricerca di senso è veramente cominciata o se mai ha prodotto un incontro tra i Negrita e Dio. Nulla vieta interpretare la loro musica secondo la propria sensibilità.

La mia riflessione l’ho scritta. Finalmente.
E ora… Cioccolata!