Ridere

Io rido spesso. Forse sono uno sciocco ma la mia bocca abbonda di risate. E tanti sono i motivi per cui rido, così tanti che ora, che non sto ridendo, non riesco a ricordarli.  In genere funziona così: alla salute si pensa solo quando si è malati, e alla felicità si pensa solo quando si è tristi. La verità è che in effetti il riso è sempre una sorpresa, un attacco a sorpresa: c’è qualcosa che ci fa ridere, non sono io che decido di ridere, qualcos’altro, una forza a me esterna, estranea, prende il sopravvento su di me e mi spinge a ridere. Un po’ come una malattia, come un innamoramento. Se dovessi dire cos’è il riso direi quindi che innanzitutto il riso è una forza, una forza sconquassante, che parte dal basso e sale verso l’alto. Mi prende dalla pancia, a volte forse anche dai piedi, e risale su per tutto il corpo, come una scossa elettrica e lo carica fino a farlo esplodere. Io sono uno di quelli che si “sganascia” dal ridere, alla fine mi fanno male le mandibole e poi, inevitabilmente, lacrimo, piango, a confermare il noto paradosso del “piangere dal ridere”: riso e pianto sono intrecciati l’uno all’altro ed è difficile districare il groviglio. Un vecchio detto popolare sottolinea che non c’è matrimonio senza pianto né funerale senza riso. E lo scrittore Giuseppe Pontiggia ha osservato: “Ridere per non piangere. La radice tragica del comico”, e qui si apre tutta la questione del rapporto tra comicità e tragedia (ad esempio nella cultura ebraica, quanti sono i comici ebraici? ).

Ma torniamo al riso come “forza”, potenza naturale che prende possesso degli esseri umani (unici esseri viventi che ridono), perché voglio provare a ricordare quando e perché rido. Rido perché c’è qualcosa che avviene davanti ai miei occhi in un modo insolito, inaspettato (la sorpresa di cui sopra) qualcosa che non dovrebbe accadere: qualcuno che scivola e cade, la famosa buccia di banana, uno che sbatte al muro o su una porta; un comico che non fa ridere a volte (non sempre) mi fa ridere…

Però è vero anche il contrario: spesso rido perché tutto fila liscio, esattamente come dovrebbe andare. Un bravo comico che sa fare il suo (difficilissimo) mestiere, che per toni e tempi riesce a toccare proprie le corde giuste che mi fanno aprire la bocca e il cuore: c’è qualcosa di più raro e sublime? C’è poi una scena che si ripete e ogni volta puntualmente io rido: sono alle prese col computer (tanto per cambiare) e mi ci sto impiccando, perdendo la pace, la pazienza, la calma, la fede, i capelli, gli anni di vita.. una perdita totale, un’emorragia generale mortale.. poi, ad un tratto, arriva qualcuno (il tecnico, l’amico genio del computer – chi non ce l’ha?), arriva e comincia a sbrogliare la matassa e a spiegarmi; tutto diventa facile, il computer diventa come un animale mansueto, ammaestrato, che risponde ai comandi e tutto si dipana con una scioltezza naturalissima. Ecco che allora anche il mio viso fino ad allora contratto, si scioglie ed io rido, con gli occhi, con la bocca, con la voce..rido, rido di cuore, spesso fino alle lacrime. Mia moglie e mio figlio lo sanno ed evitano di guardarmi in faccia in quei momenti perché potrei scoppiare in una risata fragorosa.

Oppure quando mi corico: distendo il mio corpo, allungo le mie ossa e, spesso, a questo mio atto, corrisponde una risata, non solo interiore. Questi sono i casi in cui io rido perché tutto si svolge secondo i piani, perché scorgo il senso della creazione (sto esagerando?), perché vedo che tutto ha un senso, che le cose funzionano, che le cose vanno come dovrebbero andare. Quando questo accade a livello morale, di fronte ad atti di bontà, di generosità e di pietà umana, allora si aggiunge una commozione pungente che mi fa lacrimare, forse è lo stesso sentimento che però si esprime in modo diverso, apparentemente opposto. La bellezza e la bontà mi fanno piangere, ma si tratta di gioia. E si tratta sempre di una commozione, di un “movimento”, dell’essere “mosso”, spinto da una forza che sento non essere “io”, anche se è più intima a me di me stesso.  Scrive Chesterton che: “La più semplice verità sull’uomo è che egli è un essere veramente strano: strano quasi nel senso che è straniero a questa terra […] solo, fra tutti gli animali, è scosso dalla benefica follia del riso; quasi avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell’universo e lo volesse celare all’universo stesso.” Ho capito questa cosa quando ho visto mio figlio nei suoi primi mesi di vita, durante il sonno, essere scosso dal riso…perché un bambino di pochi mesi mentre dorme sussulta dal ridere? Mistero. Posso dire questo, su di me: cogliere il segreto dell’universo, avere una visione, essere punto, trafitto da una verità o da una bellezza, tutto questo mi porta a ridere. Anche qui forse sto esagerando, e quindi, concludendo, direi che il ridere ha a che fare con l’esagerazione e, “per contrasto”, con l’umiltà. Cioè io sono d’accordo sulla prima parte ma non con la seconda parte della seguente frase del filosofo inglese Thomas Hobbes: “Il riso, questa compulsione fisica a tutti nota, è prodotta dallo spettacolo inaspettato della nostra superiorità sugli altri”. Il riso è una compulsione fisica, come ho cercato di descrivere, ma penso che non nasca dal senso di superiorità, ma dal senso d’inferiorità. Non a caso quando rido provo un senso di gratitudine verso quella persona, quell’evento, quella cosa che mi ha fatto ridere, come se non fossi degno di aver ricevuto questo dono, immenso, di una “botta” (la compulsione) di buon umore. Del resto umore, umorismo e umiltà nascono tutti dalla stessa parola: humus, terra, terra feconda. Il riso, questa forza selvaggia, potente, contagiosa forse anche più dello sbadiglio, è qualcosa che appartiene all’uomo (Adam, il “terroso”), all’uomo che però rimane “terra terra”. E più resta attaccato alla terra più è benedetto dal cielo, perché “gente allegra il ciel l’aiuta”.

Andrea Monda