“Ogni parola che sa di campagna mi tocca e mi scuote”

contadino

È il protagonista de Il diavolo sulle colline di Cesare Pavese a parlare.

Mi piace citare Pavese non solo perché il tema della campagna e la figura del contadino sono temi ricorrenti nella sua scrittura, ma soprattutto perché condivido con questo autore le stesse origini.

E questa frase, che quasi quasi potrebbe essere stata pronunciata da Pan, un po’ magica nella sua semplicità, rivela (e non nasconde) quel nodo profondo, quel legame inscindibile che c’è fra l’uomo e la terra.

Non so se esiste una definizione univoca di contadino, né penso che stiamo parlando di un mestiere: non c’è differenza fra “essere” e “fare” il contadino.

L’etimologia della parola restituisce una precisa collocazione geografica e definisce questo rapporto: colui che vive (e lavora) nel contado, ovvero lontano dalla città, proprio come sottolineano i suoi numerosi sinonimi: agricoltore (da ager, campo), campagnolo, colono (da colere, coltivare), coltivatore, ma anche villano (abitante della villa, ossia della campagna).

Il suo lavoro si svolge in un contesto che lo mette a contatto con la natura e alla natura si deve uniformare.

Il poeta greco Esiodo nella sua “Teogonia” (siamo nell’VIII secolo a.C.) scrive:

Prima era il Caos, poi Gea, la Terra, dall’ampio seno, solida ed eterna sede di tutte le divinità che abitavano l’Olimpo. Gea, prima di ogni altra cosa, partorì un essere uguale a sé, il cielo stellato, Urano, affinché questi l’abbracciasse interamente e fosse sede eterna dei beati. Essa partorì, poi, le grandi montagne, nelle cui valli dimorarono volentieri le Ninfe. Infine diede alla luce il mare deserto e spumeggiante, e tutto ciò creò da sola, senza accoppiamento“.La radice indo-europea Go/Ge, la terra, è estremamente diffusa e si ritrova non solo in Grecia (Ge, terra, Georgos, contadino), ma anche nella lingua dell’antico Egitto (Geb, terra) e nelle lingue moderne, ad esempio nelle lingue slave, come il russo Gorod (città), God (anno), Godmost (abilità).

Dunque da sempre la terra è vista come animata e viva, madre e generatrice, un “essere” che foggia ogni cosa in cui palpita il soffio della vita.

Facciamo un salto di molti secoli e sentiamo cosa scrive Luisito Bianchi, proprio nelle prime pagine del suo straordinario “La messa dell’uomo disarmato”:

Il grano era maturo e mio padre non aveva dimenticato la guerra solo perché era preoccupato per Piero. Non appena il grano dava segni che stava per giungere la sua ora, e gli uccelli già familiarizzavano coi fantocci di paglia, mio padre lo vedevi come se fosse giunta anche per lui la sua ora. Cominciava a dedicare al frumento la maggior parte dei suoi occhi quando la neve si scioglieva definitivamente e i primi soli di marzo davano lievità al respiro della terra; ne misurava ogni settimana la crescita con un metro di tela cerata, mezzo spelacchiato, che portava sempre in tasca; ne palpava lattiginosa non appena cestiva, col tatto che sapeva trasmettergli la predizione se le spighe sarebbero state piene o meno quell’anno, e strappava la veccia, passando di taglio fra una fila e l’altra degli steli quasi a fiato trattenuto per non violarne il mistero. Tutto il lavoro della terra era la sua ora, ma per il frumento sentiva l’affinità del cuore. Gliene chiesi un giorno la ragione. Mi guardò sorpreso, e dal brillare dei suoi occhi notai il compiacimento per una simile domanda che nessuno forse gli aveva mai rivolto. Mi rispose immediatamente, segno che la ruminazione della frase era d’antica data: – Perché il frumento è sangue.

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È una pagina vibrante; riusciamo a vedere il contadino compiere questi gesti antichi e la sua risposta saggia e commovente conferma il nostro punto di partenza. La vita, la stretta connessione fra l’uomo e la terra perché la vita continui, proceda, non si fermi mai e riproponga in un ritmo infinito il volgere del tempo e il sudore della fatica che sono gli altri aspetti “fondanti” di questo “mestiere”.

Ascoltiamo ancora Esiodo:

[…] Quando le Pleiadi sorgono, figlie di Atlante,

la mietitura incomincia; l’aratura al loro tramonto;

esse infatti quaranta notti e quaranta giorni

stanno nascoste, poi, volgendosi l’anno,

appaion dapprima quando è il momento di affilare gli arnesi.

Questa dei campi è la legge, sia per quelli che nei pressi del mare

hanno la loro dimora, sia per coloro che in valli profonde,

lontano dal mare ondoso, nella grassa pianura

hanno la casa; semina nudo, ara nudo,

nudo mieti, se alla giusta stagione tu vuoi tutti

compiere i lavori di Demetra; perché ogni frutto

cresca alla sua stagione, e perché non accada che dopo, in preda al bisogno,

tu mendicante vada alle case degli altri senza nulla ottenere. […]

Questo è l’inizio del calendario agricolo del poemetto didascalico “Le opere ed i giorni”. Qui Esiodo parla in maniera esplicita di “legge dei campi”: una legge che ha molto a che fare con il tempo atmosferico, con il susseguirsi delle stagioni, con il volgere dell’anno.

A questi versi fanno seguito quattro momenti dedicati alle singole stagioni, con l’esplicito riferimento a ciò che è bene e non è bene fare. Ogni stagione ha la sua regola, dettata dalla natura e da tutti gli elementi e alla quale è necessario sottomettersi.

Come, secoli più tardi, Giovanni Pascoli riprende nella poesia “Il sogno del contadino

Nella notte scrosciò, venne dirotta

la pioggia, a strisce stridule, infinite:

e il tuono rotolò da grotta a grotta.

Egli, il capoccia, avvolto nel suo mite

tacito sonno, non udiva. Udiva

nascere l’erba. Vide le pipite

verdi. Il grano sfronzò, quindi

accestiva.

Nevicava in suo sogno, a fiocco a

fiocco;

candido il monte, candida la riva.

No, quel bianco eran fiori d’albicocco

e di susino, e l’ape uscia dal bugno

ronzando, e il grano già facea lo

stocco.

Anzi, graniva; ch’era già di giugno.

La cicala friniva su gli ornelli.

Egli l’udiva, con la falce in pugno.

L’acqua scendeva stridula a ruscelli.

falceRitorna la necessità di cogliere appieno il tempo giusto per ogni lavoro e, poi, la fatica di un lavoro impegnativo dall’alba al tramonto, che fa crollare di stanchezza dentro un sonno in cui si muovono, all’infinito, le ripetute stagioni. È bellissima la storia del grano che timidamente si affaccia sul terreno per poi riposare sotto il bianco manto della neve fino al cadere dei candidi petali dell’albicocco e alle incursioni nei campi delle api foriere dell’estate bagnata dalla frescura dei ruscelli. Ed infine ecco il lavoro, l’arte, la fatica: la falce in pugno. O, per dirla con Esiodo: semina nudo, ara nudo, nudo mieti.

Quando parliamo di fatica, parliamo di nuovo di rapporto fisico con il terreno, di un cordone ombelicale che lega il nostro contadino, lo piega sui solchi dell’aratro, sulle zolle sollevate dal vomere, sulla semina, attento a far sì che gli uccelli non facciano razzia come ancora Pascoli in “Arano” ricorda:

[…]ché il passero saputo in cor già gode,

e il tutto spia dai rami irti del moro;

e il pettirosso: nelle siepi s’ode

il suo sottil tintinno come d’oro. […]

Il taglio profondo della terra compiuto dall’aratro non è nient’altro che un gesto sacro di fecondazione; la fatica è sacrificio nel senso latino di sacer + facio, ovvero del compimento di un’azione religiosa che consente di ringraziare la terra ed ingraziarsela per il raccolto futuro. Per la vita futura.

Muoviamoci nel tempo ancora una volta e fermiamoci nel Medioevo. Il contadino è ancora e sempre figura centrale dell’economia del tempo. Andiamo in Francia, al tempo di Carlo Magno. I franchi sono diventati cristiani da parecchi decenni, ma i contadini franchi fanno fatica ad abbandonare superstizioni e credenze vecchie, antiche e legate alla loro terra. Lavorando nei campi è prassi ripetere scongiuri di tradizione antichissima per allontanare quell’aura stregata che avvolge la terra. Il cristianesimo non ha cancellato questi segni, li ha rivestiti di un nuovo abito. L’origine pagana dei lamenti rimane e la coltivazione dei campi, che è l’occupazione umana più antica e immutabile, è costellata di leggende che richiedono il compimento di incantesimi per rendere fertili i campi.

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Quando iniziava ad arare un campo, il contadino estraeva dalla tasca una focaccia cotta con diversi tipi di farina, si chinava sul primo solco, deponeva il pane e cantava:

Terra, terra, terra! O Terra, nostra madre!

Possa l’Onnipotente, Eterno Signore ricoprirti

di campi che crescono, che crescono verso l’alto,

fertili di grano e pieni di forza!

Distese di grano e di piante splendenti!

Di grandi germogli d’orzo,

di bianche spighe che maturano,

di tutto ciò che si miete sulla terra…

Campi, ben concimati, fate uscire il cibo per gli uomini!

Siate benedetti di splendidi germogli!

E il Dio che comanda la terra ci garantisca il dono dei suoi frutti,

e che ogni specie di grano venga secondo il nostro bisogno.

Un rapporto così profondo con la terra è un rapporto di fede. Possiamo chiamarlo scongiuro, ma possiamo anche chiamarlo preghiera. Così come non possiamo dimenticare che dalle primitive offerte alle divinità di arriva alle feste di paese dove i santi patroni sono protettori di determinate colture e per i quali si addobbano gli altari delle chiese o si compiono processioni.

Il contadino è quella figura il cui mestiere non si risolve nella coltivazione dei campi: ci sono gli animali a cui badare, ci sono gli ortaggi da portare al mercato, ci sono i formaggi da fare, le vigne su cui vegliare e da cui estrarre il vino; ci sono gli attrezzi da mantenere in ordine e funzionanti; ci sono le api e il miele cui pensare…

Un mestiere che ne assomma almeno altri dieci.

In queste pagine mi accorgo di aver scattato una fotografia del nostro paese, di quell’Italia che i greci chiamarono Enotria, la terra del vino ricordandoci come spesso un popolo è il risultato di quello che fa.

Per ora mi fermo qui; ho affrontato solo alcuni aspetti dell’argomento e spero di aver fornito qualche spunto ulteriore di riflessione.

Termino con una “versione” tutta italiana del concetto di contadino.

Ci vediamo all’Officina!