[Report] Officina di dicembre 2018

Cristiano

Cristiano ha ripreso la linea già tracciata dall’editoriale, partendo da un paio di dialoghi di Amleto. Ci può essere “metodo” nella follia? O è proprio della follia il non aver metodo? Con una scena di Rosencrantz e Guilderstern sono morti ci si è domandati quali siano gli “indizi” che possano guidare lo spettatore nell’interpretazione della presunta follia del personaggio. Nella discussione col pubblico si è iniziato a separare il piano della correttezza logico-formale del discorso dal “fondo” emotivo e infine dal livello delle relazioni tra soggetto e collettività che – a torto o a ragione – definisce tale soggetto folle.

Alice

La scena di Alice nel Paese delle Meraviglie, nella versione di Disney del 1951, dà l’occasione per riflettere proprio sulla logicità del contenuto: ciò che è logico (il non compleanno è una condizione formalmente corretta) può anche essere assurdo.

Per sottolineare ulteriormente quanto diamo per scontata l’attendibilità delle nostre convinzioni logiche, viene letto un passo da “Il tempo dei maghi” di Paolo Rossi:

La magia era certo (anche allora) connessa al mondo delle superstizioni e delle credenze diffuse, ma non coincideva affatto con una forma di sapere “popolare”, non era, come è oggi, una forma di cultura subalterna.

Con quel mondo, i suoi ideali, i suoi valori, le sue caratteristiche “strutturali”, le sue spiegazioni del mondo, la sua immagine del posto dell’uomo nel mondo, variamente si confrontarono molti dei cosiddetti padri fondatori della filosofia e delle scienze moderne (…).

Il filosofo Ian Hacking [afferma] che alcuni dei cosiddetti stili di ragionamento, nel corso dei secoli, sono stati così decisamente sostituiti che non possiamo più riconoscere i loro oggetti. Le dottrine della somiglianza e della similitudine proprie della medicina, dell’alchimia e dell’astrologia rinascimentali sono per noi pressoché incomprensibili. In questi testi, ha aggiunto, “non si ritrovano le nostre moderne nozioni dell’evidenza”.

Ciò che davvero conta non è il fatto che quelle dottrine non si accordano bene con le scienze del nostro tempo, “ma è piuttosto il modo in cui sono proposte e difese a esserci estraneo”.

Hacking ovviamente riconosce che si possono apprendere perfettamente le dottrine ermetiche e che, facendolo, si finirà per parlare il linguaggio che le caratterizza. Ma ciò che interessa sono le “catene di ragionamenti” che caratterizzano il pensiero di quei maghi.

Vengono poi ripresi e meglio articolati i concetti espressi nell’editoriale a proposito dei 4 “divini furori”, la storia di Aiace e l’interpretazione che ne dà Binswanger. Viene inoltre sottolineato come la dimensione emotiva del folle non sia quella della libertà ma quella dell’angoscia (e in questo senso della perdita della libertà).

Marta

Nell’affrontare il discorso sui quattro tipi di manìa descritti nel Fedro, ci si è soffermati sul significato di furore (enthusiasmòs) poetico e sull’atteggiamento poetico nei confronti del mondo, a partire da alcuni estratti di Filosofia e Poesia di Marìa Zambrano in comparazione con I dwell in Possibility della Dickinson:

I dwell in Possibility –
A fairer House than Prose –
More numerous of Windows –
Superior – for Doors –
Of Chambers as the Cedars –
Impregnable of eye –
And for an everlasting Roof
The Gambrels of the Sky –
Of Visitors – the fairest –
For Occupation – This –
The spreading wide my narrow Hands
To gather Paradise –
Io abito nella Possibilità –
Una Casa più bella della Prosa –
Più ricca di Finestre –
Superiore – quanto a Porte –
Con Camere come Cedri –
Inespugnabili dall’Occhio –
E per Tetto Perenne
Le Volte del Cielo –
Come Ospiti – i più belli –
Quanto all’Occupazione – Questa –
L’ampio dispiegarsi di esigue Mani
Per raccogliere il Paradiso –

Il poeta, nella sua “eccentricità”, si svuota in realtà delle sue istanze e volontà per essere riempito da altro, dalla meraviglia e dall’amore verso la molteplicità delle cose senza tentare di riunificarle sotto l’egida di rigidi principi – come fa per esempio il logico con i suoi schemi, più propenso per questo a perdere la ragione – ma mantenendosi aperto alle infinite possibilità (“ogni essere porta come possibilità un’infinita diversità rispetto alla quale, ciò che ora è, è unicamente perché, per ora, ha vinto”). L’invasamento poetico è assoluta accoglienza verso la realtà che si offre alla vista e alla parola poetante – sebbene essa sia “di carne”, debole (ma solo apparentemente) rispetto alla rigidità del logos ordinato.

Dice la filosofa spagnola:

[…] vi è chi non osa intraprendere davvero, cioè fino alle sue estreme conseguenze, il compito di darsi da sé il nome. Di essere il creatore di se stesso.

Il poeta non cede all’autistica volontà di nominarsi da solo e di riferirsi a sé come soggetto, ma sa di dover uscire da se stesso amando – e dunque conoscendo – il reale che ha di fronte facendolo oggetto del suo amore e del suo canto: questo continuo svuotamento – che trova la sua forma più alta nella mistica cristiana – può configurarsi come una possibile risoluzione all’angoscia del tò emòn, della comune sorte, “annullando il problema dell’esistenza umana là dove si manifesta”.

Margherita

Attraverso la lettura di due brani- il primo tratto dal racconto Eleonora di Edgar Allan Poe e il secondo da Così parlò Zarathustra di Nietzsche- sono state focalizzate alcune delle molteplici sfumature che rientrano nella definizione di “persona folle”.

Io vengo da una razza famosa per il vigore dell’immaginazione e l’ardore della passione. Gli uomini mi hanno definito pazzo, ma la questione non ancora risolta è se la pazzia sia o non sia la sublimazione dell’intelligenza, se molto di ciò che è glorioso, se tutto ciò che esiste di profondo non abbia origine da una malattia del pensiero, da uno stato esaltato della mente, a discapito della facoltà generali.

Coloro che sognano durante il giorno conoscono molte cose che sfuggono a coloro che sognano solo di notte; nelle loro visioni incerte essi scorgono sprazzi di eternità e fremono, nel ridestarsi, nel trovare che sono giunti sulla soglia del gran segreto; essi apprendono, a brani, qualche particella della saggezza del bene e qualcosa di più della semplice conoscenza del male.

Il protagonista del racconto di Poe si descrive come un uomo dalle forti passioni, considerato folle dalla massa per questa ragione, ma- forse come una sorta di autodifesa- presenta anche al lettore un grande dilemma: “Non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell’intelletto”. Poe prosegue legando alla figura del folle quella del sognatore – inteso come “colui che sogna anche di giorno” – che avrebbe accesso, secondo l’autore, ad una conoscenza preclusa “a coloro che sognano solo la notte”. Il sognatore presentato da Poe sarebbe dunque una figura ispirata, quasi mistica.

Dopo che Zarathustra ebbe pronunciato queste parole, guardò di nuovo la folla e tacque. “Eccoli qui,” disse al suo cuore “eccoli che ridono, non mi capiscono, io non sono la bocca per queste orecchie.” (…)
E così Zarathustra disse alla folla:

“è ora che l’essere umano si dia la sua meta. Che l’uomo pianti il seme della sua somma speranza.
Il suo terreno è ancora abbastanza ricco per farlo. Ma un giorno questo terreno diverrà povero e sterile e non crescerà più nessun albero alto.
(…) Io vi dico: per poter partorire una stella danzante bisogna ancora avere il caos dentro di sé. Io vi dico: voi avete ancora il caos in voi.
Ahimè! Sta per giungere il tempo in cui l’uomo non partorirà più nessuna stella. Ahimè! Sta per giungere il tempo dell’uomo più spregevole, incapace di disprezzare sé stesso.

Anche in Così parlò Zarathustra il folle ha una connotazione mistica – Zarathustra è appunto un profeta – ed è considerato tale in quanto incompreso dalla folla – “io non sono la bocca per queste orecchie”. L’elemento aggiunto da Nietzsche sta proprio in ciò che Zarathustra profetizza alla folla e al lettore: verrà un giorno in cui l’uomo non avrà più caos in sé, diverrà sterile e dunque incapace di creatività. Questa profezia è da una parte un’ammonizione rispetto ad un futuro di pura logica e razionalità, dall’altra un’esortazione ad apprezzare- finché possiamo- il caos che è parte dell’uomo, la sua follia.

Valeria

Quando il pensiero incontra la realtà, qual è il discrimine tra un sapere ‘folle’ e un sapere ‘lucido’?

Alcune scene estratte dal film di Aronofsky π – Il teorema del delirio hanno fornito alcuni spunti per riflettere su come un certo modo di riferirsi al mondo proceda parallelamente a una modalità d’essere del soggetto umano.

Se il folle è colui che sovrainterpreta la realtà proiettando in essa i suoi pensieri e i suoi desideri, la figura del matematico si configura come l’antitesi di tale atteggiamento, e appare armata di un sapere oggettivo e lucido in cui ogni considerazione soggettiva e interpretativa viene sacrificata in nome della procedura logico-matematica. Eppure, anche una logica di questo tipo (2+2=4) nel momento in cui si imbatte nella complessità dell’agire umano, corre il rischio di rovesciarsi nel suo opposto.

Max, il brillante matematico protagonista del film, opera una scommessa teorica: non solo la natura, ma anche la realtà umana può essere spiegata attraverso uno schema puramente matematico.

Da qui inizia a dispiegarsi l’elaborazione di un sapere meramente quantitativo, formale, logicizzante, che tenta di inglobare l’essere nelle rigide maglie del suo schema. Volendo sussumere tutta la realtà nella sua idea di razionalità, Max non incontra il reale, ma se ne appropria, espungendo dal suo schema tutto ciò che non si conforma al suo pensiero. Il prezzo per tutto ciò è il collasso stesso non solo del suo schema, che non riesce a spiegare nulla se non se stesso, ma anche della sua psiche.Infatti, quello che abbiamo definito nelle precedenti Officine come “eccesso del reale”, una volta escluso dalla sua elaborazione, ritorna a Max come sintomo nevrotico.

L’unica scommessa ragionevole risulterebbe essere dunque quella su un possibile incontro tra una realtà che si sviluppa e un sapere che sappia articolarsi attorno ad essa, che sappia rendere conto del suo scacco e del suo fallimento di fronte alla complessità e alla contingenza della realtà umana.

Durante la discussione sull’intervento di Valeria emergono diversi riferimenti a un brano di G. K. Chesterton tratto da Ortodossia, che viene quindi proiettato:

Tutto si dice di un pazzo, ma non che egli agisca senza causa. Se si potesse parlare di azioni umane senza causa, esse sarebbero, se mai, certe piccole azioni che un uomo sano compie senza annettervi importanza: fischiettare camminando, colpire l’erba col bastone, darsi pedate sui garretti o fregarsi le mani. È l’uomo felice che fa le cose inutili; l’uomo malato non ha la forza di abbandonarsi all’ozio. Queste azioni fatte negligentemente e senza scopo sono proprie di quelle che il pazzo non potrebbe mai capire; il pazzo (come il determinista) vede in ogni cosa un eccesso da causa. Il pazzo troverebbe un significato cospiratorio in quest’attività a vuoto. Battere l’erba sarebbe, per lui, un attentato alla proprietà privata, colpirsi le gambe sarebbe un segnale fatto ad un complice.

Chi per disgrazia, ha avuto a che fare con persone che erano folli, o sull’orlo della follìa, si sarà accorto che la loro più sinistra qualità è una chiarezza di particolari veramente terrificante: essi connettono una cosa con l’altra sopra un piano più complicato di un labirinto. Se discutete con un pazzo, è oltremodo probabile che abbiate la peggio: perché il suo cervello cercherà tutte le strade per non essere trattenuto da argomenti che lo condurrebbero ad un retto giudizio. Egli non è trattenuto dal senso del ridicolo o dal sentimento della carità o dalle mute certezze dell’esperienza. Egli è tanto più logico in quanto ha perduto ogni affetto sano. La frase con la quale generalmente si designa la pazzia è sotto questo rispetto sbagliata. Il pazzo non è già l’uomo che ha perduto la ragione, ma l’uomo che ha perduto tutto fuor che la ragione.

Francesco

Francesco ha preso spunto dalla saga di Mad Max e in particolare da due scene del film Mad Max Fury Road per raccontare del comportamento folle. Possiamo definire folle un uomo che vive in un mondo di folli? “Difficile capire chi fosse più folle, io o gli altri”.

E poi le nostre esperienze (traumatiche e non) che restano dentro di noi e sono irreversibili, cambiano il nostro modo di pensare e di agire e ci conducono spesso a scelte folli come Max e i suoi compagni di viaggio che improvvisamente decidono di tornare indietro, verso lo stesso posto da cui sono appena scappati. In questo caso la scelta folle è quella di non disinteressarsi ma di lottare per cambiare le cose.

Veronica

Veronica ha messo a confronto le protagoniste femminili di due film : Bess (Le onde del destino) e Karin (Come in uno specchio). Entrambe partono da situazioni di difficoltà psicologica perché una è considerata la “matta” del paese in cui vive, l’altra invece è stata ricoverata più volte in clinica psichiatrica. Entrambe inoltre affermano di “parlare” o vedere Dio. Ed è qui che si inserisce la domanda su quando e come la follia possa aprire alla visione e quando invece rimane solo follia.

Le storie di queste due donne hanno infatti destini diversi. Karin, dopo aver scoperto che nessun Dio verrà dalla porta dalla quale era convinta sarebbe dovuto entrare, finirà con l’avere una crisi delirante. Anche Bess va in fondo alla sua ossessione , quella di concedersi ad altri uomini affinché il marito paralizzato guarisca, fino all’estremo sacrificio di se stessa. Questo però, paradossalmente, permette il miracolo e il marito guarisce.
Che sia l’apertura alla relazione con l’altro la condizione affinché la follia si trasformi in visione ? Che follia e visione possano unirsi sull’orizzonte dell’amore ? Che la follia di per sé sia sterile e nella visione possa diventare generativa? Le domande restano aperte per la prossima officina.

Dante

Visionari o Fanatici, profeti o falsi profeti?

Come distinguere il delirio dalla visione? L’ispirazione dall’allucinazione? Si può essere autenticamente scettici? Terry Gilliam in La leggenda del re pescatore mette a confronto un visionario e uno scettico, sottolineando la differenza di prospettiva sulla realtà.

PT Anderson, nel suo Il Petroliere, arriva a mostrare lo scettico Daniel Day-Lewis non come più razionale dell’invasato predicatore Paul Dano, ma come più radicale, più abitato da un violento spirito di potenza.

Il confronto scettico/fanatico si riduce a una prova di forza fra fanatici, di cui uno si proclama l’eletto. Dunque lo scettico è un profeta che accusa un altro profeta di essere un falso profeta, in quanto egli stesso crede di possedere la verità. Day-Lewis in questo caso dichiara di “essere” la verità, la Terza Rivelazione, di essere l’eletto.