Che cos’è la fotografia?

È passato circa un anno dall’apertura di un piccolo gruppo informale di fotografia (BombaFoto) che ha prodotto alcune uscite in giro per Roma, la visita a diverse mostre e un sonnolento account su Instagram (@bombacarta.foto). Rispetto alle altre attività di BC, BombaFoto è un po’ trascurato, nonostante ci sia un vivo interesse, e in questo anno ha prodotto poche immagini. Durante l’ultima riunione abbiamo deciso di ripartire da zero, ovvero da una riflessione sulla fotografia in generale e su cosa la fotografia rappresenti per noi in particolare. Il primo passo è stato un articolo apparso sul numero 2020/3 di BombaMag, che riportiamo di seguito.

Bert Hardy, 1940

Ripartiamo allora dalla domanda più essenziale: cosa è la fotografia? La questione sembra triviale, ma se facciamo qualche confronto emerge come si abbia a che fare con una disciplina dalle caratteristiche sfuggenti.

Se chiedessi cos’è (attenzione: proprio “cosa è”: non cosa vi è rappresentato) l’immagine a fianco, tutti mi rispondereste: “è una fotografia” (anzi, la domanda sembra così banale che solo chi si aspettasse un trabocchetto azzarderebbe una risposta diversa).

Proviamo un esperimento diverso:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Cos’è? Evidentemente una poesia. E

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi…

è altrettanto evidentemente un romanzo.

Pane
Latte
Uova

è una lista. Allo stesso modo riconosciamo un articolo di giornale, un manuale tecnico, un saggio. In sintesi, se interrogati su “cosa è questo?”, rispondereste nell’ordine: una poesia, un romanzo, una lista, un articolo, un manuale, un saggio – a nessuno verrebbe in mente di rispondere “un testo”.

Il discorso si applica, grosso modo, anche ad altre discipline (una suoneria, una sinfonia, un jingle… un dipinto, uno schema tecnico, un bozzetto…). Eppure se ripeto la stessa domanda presentando in sequenza la fototessera della mia patente, una immagine di fine art di Rodney Smith, una copertina di Vogue scattata da Richard Avedon, la foto di un televisore su un catalogo online e l’immagine sgranata di Robert Capa dello sbarco in Normandia – pur essendo queste immagini così diverse per funzione, origine, destinazione, contesto – di tutte si dirà: “è una fotografia”.

Nonostante i mille generi e le mille funzioni, la fotografia sembra non riuscire mai a trascendere il proprio medium, a diventare veramente “qualche altra cosa”. Un saggio è un saggio e un romanzo è un romanzo. Il primo non vuole essere arte, il secondo vuol essere solo quello. Come prodotto dell’ingegno umano, l’autore decide dove collocare la propria opera.

La fotografia non ce lo consente perché si inserisce in questa opera di rappresentazione sempre un ospite: il Mondo. L’opera è tutta nostra e anche non ci appartiene, perché senza la collaborazione del mondo non la potremmo mai produrre – anche tecnicamente. È quindi un’arte anfibia, sempre in mezzo, da qualche parte imprecisata tra noi e il mondo. Questo non è però il suo dramma, bensì la sua fortuna, giacché proprio nei luoghi “di mezzo”, imprecisi e turbolenti, più facilmente si dispiegano i processi creativi.

Certo, le geometrie e i giochi d’ombra delle immagini di Fan Ho, la cura meticolosa dei set di Annie Leibovitz, la drammaticità delle scene di Don McCullin, le inquadrature claustrofobiche di Irving Penn, i colori di Stephen Shore, sono tutti registri narrativi che contribuiscono a una “estetica”, ma non sono queste chiavi linguistiche a rendere la foto “bella” o “brutta”.

Anche nel più distratto degli scatti, poniamo sempre una minima, persino inconsapevole attenzione all’inquadratura, alla composizione, dove possibile anche all’esposizione – e poi magari giochiamo con un filtro alla ricerca di un quid che renda la foto “interessante”. Ma cosa la rende, prima ancora che bella o brutta (qualunque cosa queste due parole vogliano dire), interessante?

Se ci spostiamo troppo verso il mondo, ne stiamo facendo una mera registrazione; se ci spostiamo troppo verso noi stessi, stiamo facendo, in un modo più o meno evidente, un selfie. La tensione irrisolta tra questi due poli è ciò che – secondo me – rende interessante una foto. Conta poco a questo punto la tecnica, l’estetica, la convenzione, lo strumento, l’essere o meno “arte” dell’oggetto fotografico; conta invece molto se un’immagine riesce a offrire uno “sguardo” (che è sempre sguardo di qualcuno) senza però cadere nella compiaciuta rappresentazione di sé.

In questo, volendo, la fotografia funziona esattamente come la buona letteratura.

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