di
Dante Monda -
pubblicato il 4 Aprile 2017

Prima di dare qualche spunto di riflessione sul tema del mese, mi sembra opportuno raccontare l’evento scatenante della scelta del tema. Non avevamo le idee chiare e si era indecisi su temi più tecnici o formali come “atmosfere”, “gesti”, o “il colpo di scena”, “punti di svolta o di rottura”, pensavamo a come continuare la narrazione di quest’anno su “a cosa servono le storie” e ci concentravamo su particolari forse troppo astratti, cioè troppo isolati rispetto all’esperienza concreta. Poi a cena mentre chiacchieravamo ci siamo ricordati di un episodio divertente, di quando durante una recente partita di calcio un ragazzo, Francesco, riceveva un passaggio filtrante, e si trovava libero, vicino l’area avversaria; l’azione era tesa ad un unico sviluppo: il tiro in porta. Risultato finale: un liscio clamoroso, con gamba in aria, gemito goffo e palla che rotola via indifferente ed intatta. Quel ricordo comico capitava a fagiolo, proprio lì “cascava l’asino” insomma. Ed ecco scelta la parola chiave: la catastrofe.
Il “liscio”, il colpo fallito, la caduta, da Adamo a Fantozzi, permea la vita dell’uomo e le sue storie, che non avrebbero sapore e vita senza il costante pericolo della rovina. L’oggetto in questione è piuttosto grosso: si può parlare generalmente di fallimento, caduta, di movimento verso il basso di qualcosa che “non regge più”, come suggerisce il prefisso “katà”. Si può parlare, ancora più in generale e senza connotazioni negative, del “voltarsi” (“strofein”), del cambio di punto di vista e si potrebbe parlare della catastrofe come conversione.
Gli scrittori hanno dimestichezza con le catastrofi. [Continua »]