La poesia ai tempi (eterni) della guerra

Questa lunga estate calda volge al termine e il caldo non è stato solo quello atmosferico ma anche quello degli attentati e delle vittime di questa “guerra a pezzetti” che infiamma il mondo in tutti i suoi emisferi. Il mio pensiero non può non volare al grande tema della guerra. Penso ai greci, al verbo greco alalàzo che si può tradurre “lancio il grido in combattimento” o “marciare in battaglia cantando”. Mi è sempre piaciuto alalàzo, la mia “fame di epica” ha trovato in questo verbo sempre grande soddisfazione. La musica, il canto (e la poesia) da una parte, la guerra dall’altra. Ma forse entrambe sono rimaste dalla stessa parte per lunghi anni, millenni; in ogni esercito c’è sempre stato spazio per la musica, dai tamburi alle trombe, come elemento centrale dello scontro fisico.

Il primo grande poema dell’Occidente narra di una guerra e il secondo del ritorno del guerriero, ferito. La cicatrice di Ulisse e la conquista della terra promessa da parte degli Ebrei guidati da Giosuè (con le mura di Gerico che crollano al suono delle trombe) ci dicono del debito che la musica e la poesia hanno sempre contratto con la guerra. E’ un po’ come per la scienza: difficile separare il cammino della scienza da quello della guerra, il progresso dell’una si è mosso di pari passo con il progresso dell’altra, alimentandosi a vicenda. Scienza e arte sono fatti umani, e nella vita dell’uomo la guerra ha sempre occupato uno spazio centrale. Ma torniamo al rapporto tra musica, poesia e guerra. Più di recente “la musica è cambiata”, nel senso che la musica non ha inteso più accompagnare la guerra ma contraddirla; guerra e musica si sono separate e contrapposte: il debito è rimasto ma ora le canzoni che vengono composte non sono inni militari ma componimenti contro la guerra.

Così mi è venuto facile, quando ho voluto parlare di questo tema in due puntate di un programma televisivo dedicato alla musica rock, impostare il discorso in due parti, la prima parte sul partire per la guerra (Iliade e dintorni), con l’intervento del poeta più “epico” tra gli italiani, Alessandro Rivali, la seconda parte sul tema del ritorno dalla guerra (Odissea e altri “nostoi”) con ospite in studio il critico e scrittore Emanuele Trevi. Ad un certo punto abbiamo ascoltato di seguito La guerra di Piero di Fabrizio De Andrè e Generale di Francesco De Gregori. Scelte forse scontate, inevitabili: per chi ha superato, e da tanto, gli “anta”, sono due pilastri ineludibili. Il Piero di De Andrè e il generale di De Gregori sono due vittime, del primo vediamo “in diretta” l’uccisione, del secondo le ferite aperte, per sempre, “sulla pelle”: due urli contro la follia della guerra.

Stavamo commentando così io e Emanuele questi due classici del repertorio cantautorale italiano (chi non ha mai cantato, nell’immancabile falò, una o entrambe le canzoni?) quando alla fine Trevi mi dichiara la sua preferenza, anche se “risicata”, per Generale spiegando così il motivo della sua scelta: “Di Piero noi finiamo per sapere tutto, in modo chiaro e netto: lo vediamo in azione e la canzone ci offre tutti i dettagli della sua triste avventura. In Generale invece non c’è la stessa chiarezza, si intuisce una storia analoga, ma il testo resta elusivo ed allusivo, non tutto è spiegato ed esposto in modo lineare ma viene chiesto all’ascoltatore un piccolo impegno di immaginazione, non si capisce bene tutto quello che succede, se succede qualcosa”. In effetti la canzone di De Andrè è la cronaca di un fatto che si dipana davanti ai nostri occhi come in un film, mentre De Gregori sembra presentarci un quadro, dove tutto è contemporaneo e non c’è progressione nell’azione, anche se i tanti personaggi evocati nel racconto sono in azione e il senso scaturisce dalla visione complessiva, quasi come in dipinto di Bosch. A muoversi c’è solo “questo treno” che va in avanti, in effetti “fa ritorno”, ma, soprattutto, fa rumore, un rumore che sembra coprire tutto e soffocare anche il senso di un’esperienza umana così assurda (la guerra è bella anche se fa male).

Non mi ha convinto del tutto Trevi, nel senso che non ho cambiato parere (continuo a considerare La guerra di Piero la migliore canzone di De Andrè mentre Generale non è tra le mie preferite di De Gregori) però la sua riflessione sull’arte narrativa dei due cantautori quella sì mi ha convinto, illuminandomi sul paradosso della poesia che dice proprio nel momento in cui tace, per cui l’arte sembra concentrarsi più nel momento del “levare” che in quello del “battere” (per fare un altro omaggio a De Gregori) e nell’evocare senza dire o, peggio, spiegare, permettendo l’avvenimento del fatto artistico che è compiuto proprio grazie alla sua incompiutezza. Lasciando al lettore, come ricordava Wittgenstein, ciò di cui è capace.

Penso che anche di questo parleremo nella prossima stagione di BombaCarta che è ormai alle porte, continuando a inoltrarci nel mistero della più antica arte umana, anche più antica della guerra: la narrazione.