Quelle pagine ignorate

Certi bambini, Diego De Silva

Certi bambini, Diego De Silva

Sulla copertina c’é la faccia di un ragazzino in primo piano. Piccolo. Con una sigaretta in bocca. Di quelli che facilmente si incontrano nelle periferie più degradate, nei paesi abbandonati da Dio e dagli uomini, dove macerie e rifiuti sono l’arredo urbano.
La foto da sola parla.

Il libro è del 2001, l’ha pubblicato Einaudi, l’autore è Diego De Silva, salernitano, avvocato.
Il titolo è delicato rispetto al contenuto. “Certi bambini”…

Come Nicola che appena lasciatosi a camminare mangiava rifiuti in una discarica dell’Aversano, come Gennaro, piccolo e fragile con il corpo rosicchiato dai topi che con lui e la famiglia condividevano un container. O il ragazzino di Caserta morto di fame in un appartamento del centro.

Ma queste sono storie in cui mi sono imbattuta da cronista più di un decennio fa. I bambini di De Silva sono la rappresentazione di un ‘”evoluzione” della specie. Si, una specie.

Il minore che vive nel napoletano è una specie. Fuma, si droga, stupra, fa branco, conosce le pistole vere, gioca con le ragazzine coetanee facendo sesso a pagamento.

Sul libro di De Silva fecero anche un film.
Nessuno parlo’ di emergenza.

Beppe Lanzetta nel ’93 scrisse “Figli di un Bronx minore”, edito da Feltrinelli, a cui fecero seguito una serie di romanzi ambientati nella Napoli del degrado, dei sentimenti e dei diritti calpestati. Lanzetta non si è mai risparmiato.

Nessuno parlò di emergenza.

La storia di Roberto Saviano la conosciamo tutti. I suoi problemi di scrittore-cronista esplosero all’inizio della sua inchiesta. Saviano scriveva per un blog letterario, “Nazione Indiana”, e su quello spazio raccontò la sua esperienza. Di quando si ritrovo’ in una stazione dei carabinieri “interrogato” perché “indagava”.

Saviano ha continuato il suo lavoro. Il suo libro, “Gomorra” è un best seller. Ma lui vive con la scorta e non puo’ rilasciare interviste.

Nessuno ha parlato di emergenza.

Pietro Treccagnoli è un collega del mio ex giornale, “Il Mattino“. Si è sempre occupato di cultura. Anche se la sua formazione professionale nasce da cronista.

Treccagnoli è nato ad Afragola. È un uomo culturalmente sensibile. Ha pubblicato da poco un romanzo, un noir napoletano. Nella sua scrittura c’è tutta l’ironia che gli appartiene. Ma anche un dolore. Nel libro ci sono tutti i personaggi del “polar”, dal commissario, uomo ormai arreso di fronte all’avanzare del Mostro, un gruppo composto da soggetti marginali che vivono alla giornata, le puttane della Domiziana, i protettori, la “monnezza”.

E in tutto il racconto, scritto parzialmente in dialetto, perché nel dialetto è più forte la disperazione, si snodano storie di traffici internazionali di rifiuti.

La “monnezza”. Che come la droga è il grande business.

Il libro si intitola “Non lo chiamano veleno”, è edito da Avagliano, e pur strappando un sorriso, è un pugno nello stomaco.

Pietro Treccagnoli si occupa di libri e di Cultura per il suo giornale. Esordisce come scrittore, e da cronista è evidente che si ispira alla realtà..

Ma nessuno ha parlato di emergenza.

L’emergenza la si scopre con la conta dei morti ammazzati. E non sempre.

L’emergenza non è più tale quando in una città c’è un pensionato che si lascia morire accanto a una cabina del telefono. Non è emergenza quando ai turisti gli hotel offrono l’orologio di riserva per evitare lo scippo. Figuriamoci se poi è emergenza la sera quando andando a mangiare una pizza passano due e ti scippano.

Colore, colore, sempre colore. Mentre c’è chi muore, mentre i napoletani si rintanano nelle case incazzati col carovita, la politica, il mondo. E quelli che non si rintanano conoscono come si vive. Hanno la “patente”. Il permesso di soggiorno per vivere le più banali quotidianità che te le devi saper strappare a morsi.

“Fujtevenne”, disse qualcuno. Ma dove. E lontano da dove?

I napoletani non hanno voce. Quando esplose il “caso” Scampia, divenne emergenza solo quando a parlarne fu il Corriere della Sera. E divenne un evento mediatico celebrato anche dai titoli dei giornali all’estero. Come se Scampia, le “vele” di Secondigliano, l’Agro Aversano erano state aree geografiche svizzere tra morti e sangue che non vantavano gli onori delle prime pagine.

Poi c’è la scoperta. E l’emergenza, mai confessata dai politici, perché fa cattiva immagine, diventa il caso per una stagione. E si invoca la presenza dell’esercito.

Eppure molto è stato scritto, e si continua a scrivere.

Gli scrittori sono una brutta razza, perché non hanno nulla da perdere. Tranne una pioggia di minacce, o l’imposizione di una scorta.

Ma è una “brutta razza” che usa il cervello e la scrittura. Armi potentissime. Come facevano i cronisti una volta.

Silenzio, troppo silenzio…. Giorni, mesi, anni di silenzio. E le smentite ufficiali per quei pochi che parlano. Per ridurre un dramma a una “questione locale”.

La chiamano emergenza. Ma a Napoli è la vita di tutti i giorni finché non ritroverà la forza nelle parole. La forza di comunicare una disperazione.Che è necessario saper ascoltare, cogliere. L’evento mediatico sembra un fuoco d’artificio destinato a trasformarsi in una bolla di sapone.

Le “cassandre” lo hanno scritto. Ma nessuno ha mai replicato. Forse non era emergenza. Solo letteratura.

[articolo di Stefania Nardini è apparso sul numero di oggi di Gente d’Italia, all’interno dello speciale su Napoli pp. 3-6, a cura di Ciro Paglia]