Perdersi nella foresta

 Intervento all’Officina di sabato 15 novembre 2008

Il protagonista del libro di Jon Krakauer Nelle terre estreme e del film Into the wild di Sean Penn,  Chris/ Alex, è il risultato di un complesso e lungo itinerario culturale, che egli ha appreso, in modo mediato e per lo più inconsapevole,  dai libri; infatti dobbiamo tenere sempre ben presente che è un lettore appassionato. Abbandonare il vivere civile per affidarsi alla foresta è tema medievale, sconosciuto al mondo classico, dove semmai esiste la fuga, ma per mare. Il termine stesso foresta (dall’inglese forest) deriva dal latino foris (fuori), in sostituzione dei classici silva e saltus, con il preciso significato di luogo dove ci si estrania in contrapposizione a quello di vita abituale.

(Hedysarum alpinum)

L’attrattiva medievale della foresta può essere un’innovazione di matrice celtica, ma può anche essere messa in relazione al diffondersi e proliferare delle foreste, in concomitanza con le variazioni climatiche che si sono verificate e che hanno reso l’Europa più umida, fredda e buia, come ormai pare accertato. Nell’immaginario collettivo è soprattutto la selva delle Ardenne, che diventa il prototipo di una foresta sconfinata e misteriosa in cui tutto può avvenire, dalle azioni più straordinarie agli incontri più imprevedibili. I protagonisti, in ambito letterario, di questo errare nella foresta sono i Cavalieri della Tavola Rotonda, che partono per la quête, il cercare se stessi, ma tra i quali uno solo trova la verità, Parsifal, che conquista il Santo Graal e scopre il senso dell’esistenza, mentre gli altri (Lancillotto, Ivano, ecc.) trovano semmai solo l’affermazione personale e, attraverso questa, in molti casi, l’amore della donna amata e/o la considerazione del loro signore. Questo è l’humus da cui nascono tutte le favole europee, per cui il tema del perdersi nella foresta sfuma in un alone fiabesco fino a venire ironicamente ribaltato dall’Ariosto e dai suoi continuatori, con il conseguente esaurirsi. La variante non fiabesca avviene sulla linea teologico-morale della selva del Tesoretto di Brunetto Latini e della selva oscura di Dante, occasione di partenza per acquisire il vero, unico capace di salvare. Ma il bosco inglese rimane per lungo tempo il luogo dove si ritrova se stessi, soprattutto in contrapposizione alla corte rinascimentale. Esempio ne è la commedia shakespeariana Come vi piace, in cui il protagonista sceglie la vita nella foresta come luogo in cui le convenzioni del sesso e del rango sono temporaneamente rovesciate in favore della scoperta di verità, amore, libertà e soprattutto giustizia. Qualcosa di analogo anche nell’episodio di Erminia tra i pastori  della Gerusalemme Liberata del Tasso. Caratteristica fondamentale di questo filone tematico è il ritornare: il perdersi nella foresta non è un’esperienza definitiva, bensì momentanea, finalizzata ad una crescita che diventerà vantaggiosa quando si rientrerà nella società civile. Esauritosi questo filone, arriviamo al perdersi moderno, il perdersi per ribellione, di cui il   prototipo è Jean Jacques Rousseau, come possiamo leggere nelle sue Confessions, che diventeranno paradigma letterario ed esistenziale per lungo tempo. Giovinetto insofferente della vita che conduce a Ginevra come apprendista presso un incisore, una domenica non si preoccupa di rispettare l’orario di chiusura delle porte della città e con voluta incoscienza si fa chiudere fuori. Di qui inizia il suo vagabondare a piedi attraverso le regioni alpine che lo porta prima a Chambery e poi a Torino. Andare dalla Savoia alla capitale piemontese vuol dire valicare le Alpi: il giovane Jean Jacques è profondamente fiero di quest’occasione e descrive il suo viaggio con parole che costituiscono la prima presa di coscienza e la prima espressione letteraria del fascino delle vette montuose. È finalmente giunto il momento nella storia della nostra cultura in cui si avverte l’attrattiva delle montagne, mai prese prima in considerazione a livello letterario, se si esclude l’alquanto improbabile ascesa di Petrarca al Mont Ventoux. Questo è da mettere in rapporto alla nuova capacità che si acquisisce di percepire il fascino, nel senso di attrazione coinvolgente, del non-armonico, cioè del selvaggio e dell’orrido, come teorizza Kant e come esprimono anche pagine molto  intense e significative della Vita dell’Alfieri.  A chi volesse approfondire questa questione consiglio Paesaggio e memoria di Simon Schama (Mondadori, 1995). Rousseau, che vuole rompere con la famiglia, con la società in cui si trova a vivere per un ben preciso desiderio di autonomia e di affermazione personale, diventa il prototipo del ribelle, di colui che abbandona il tipo di vita che altri (nel suo caso il padre) avevano predisposto per lui, per cercarsene un’altra, in base ai suoi ideali, alle sue convinzioni e alle sue aspettative.

Queste premesse per dire che la vicenda di Chris/Alex si radica in una ben consolidata tradizione medievale e moderna, in cui la fuga nella foresta è prima essenzialmente “ricerca” per poter poi ritornare nella società di partenza arricchiti, successivamente soprattutto segno di ribellione, fuga e rottura rispetto alla precedente situazione personale. Questa tradizione è riattualizzata da tutti quegli autori che il nostro giovane protagonista legge ed apprezza (Tolstoj, Jack London, Thoreau, ecc.), con l’aggiunta dell’elemento più recente, la ricerca della sintonia con la natura, conquistata la quale, sembra probabile che il nostro giovane protagonista sarebbe ritornato rinnovato nella società. Erede di questa tradizione, Chris/Alex sceglie l’avventurarsi nella foresta (arricchita dal fascino delle montagne ldell’Alaska la cui spettacolarità è più accentuata nel film che nel libro) come ribellione, ma anche come ricerca di sé ed occasione di stabilire un rapporto pieno e soddisfacente con la natura.

Ora vorrei prendere tre spunti particolari del libro per aprire squarci di confronto su altri testi. Abbiamo visto che capire il fascino delle montagne ed esprimerlo a livello letterario e artistico è stata una conquista recente. Ancora oggi possiamo, però, trovare testimonianza di chi quest’emozione la scopre per la prima volta. È quanto avviene nel romanzo Un volo di chiurli (Marietti 1984) dello scrittore olandese Maarten T’Hart, il quale, ormai biologo affermato, solo in occasione di un congresso a Berna e della successiva escursione sulla Jungfrau, scopre il fascino di questa realtà che in un primo tempo non è nemmeno in grado di individuare, tanto da scambiare per nuvole le montagne, che poi lo incantano a tal punto che solo una voce che lo chiama per nome può distoglierlo dalla fissità del contemplarle.
Il secondo accostamento che vorrei fare è con il recente romanzo di Delphine De Vigan Gli effetti secondari dei sogni (Mondadori 2008), in cui si affronta il tema del perdersi, ma all’interno stesso della nostra società; in quest’opera si prende infatti in considerazione la situazione di coloro che, per ribellione e per abbandono di se stessi, vivono nella nostra società senza più rispettarne le regole e le convenzioni. Leggiamo questo breve brano del testo …C’è come una città invisibile nel cuore stesso della città. La donna che ogni notte dorme nello stesso posto, fra le buste di plastica e nel sacco a pelo. Direttamente sul marciapiede. Gli uomini sotto i ponti, nelle stazioni, la gente distesa sui cartoni o rannicchiata sopra una panchina. Un giorno cominci a notarli. Per strada, in metropolitana. Non solo quelli che chiedono l’elemosina. Anche quelli che si nascondono. Li riconosci dall’andatura, la giacca sformata, il maglione bucato. Un giorno ti affezioni a una figura, una persona, ti fai delle domande, cerchi di trovare delle risposte, delle spiegazioni. E inizi a contarli. Sono migliaia. Il sintomo del nostro mondo malato. Le cose sono come sono. Ma io credo che occorra tenere gli occhi bene aperti. Per cominciare. (p. 68)
Infine vorrei prendere spunto da un’altra situazione presente nella vicenda di Chris/Alex per un ultimo accostamento. A p. 103 del libro leggiamo Si domandava [Gene Rossellini] se gli uomini potessero ancora vivere come gli antenati all’epoca dei mammut e delle tigri dai denti a sciabola o se invece la nostra specie si fosse allontanata troppo dalle radici e non fosse più in grado di sopravvivere senza polvere da sparo, acciaio e altri artifici della civiltà. Questo tema era il motivo ispiratore di un romanzo di qualche decennio fa (1978), Il re del magazzino di Antonio Porta, in cui, attraverso il consolidato espediente letterario del manoscritto ritrovato, si ripercorreva la storia di un personaggio che, confinato in una situazione di mancanza dei supporti della società civilizzata, non era riuscito a sopravvivere. Questo fatto ci porta a considerare che molto probabilmente è proprio la mancanza di un elemento di conoscenza estraneo alla moderna civiltà a tradire Chris e a provocarne la morte: il non conoscere la tossicità di certe piante o almeno di parti di alcune di esse, o più precisamente non saper distinguere l’hedysarum mackenzii dall’hedysarum alpinum.
Questa tradizionalmente è stata una componente culturale molto importante, dai poemi omerici, in cui le erbe hanno una loro gerarchia terapeutica ed utilitaria, in cima alla quale sta l’erba moli, vera panacea, per passare al Medio Evo, in cui erborizzare era funzione medico-sociale di grande rilievo, riproposta e rimessa in auge proprio da Rousseau con il suo dedicarsi alla botanica fin dagli anni giovanili nel suo giardino dei “semplici” alla Charmette. (E di qui si potrebbe aprire un altro interessante filone di confronti sulle case degli scrittori).
Infine possiamo riprendere una leggenda (anche le leggende appartengono alla letteratura!) e soffermarci ancora su un vocabolo, uno di quelli capaci di rivelare molto: è il vocabolo ligure prebuggiôn, che in italiano si può rendere con “misticanza”, cioè mazzo di erbe commestibili stagionali, ma che, secondo la leggenda, starebbe invece per “per Buglione”, in quanto i crociati genovesi avrebbero guarito Goffredo di Buglione (e ritorniamo alla Gerusalemme Liberata !) con le erbe che avevano sapientemente saputo raccogliere, in base ad un’esperienza consolidata dalla tradizione (che magari aveva anche avuto le sue vittime) e non appresa frettolosamente. 

(Hedysarum mackenzii)

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