Uscire, osservare, rientrare

C’è una poesia di Carver che dice così.

«Si esce e si chiude la porta / senza pensarci. E quando ci si volta / a vedere / quel che si è combinato / è troppo tardi».

Il primo passo è sempre segnato dall’uscire, dall’abbandono di una realtà chiusa e confortevole per «l’alto mare aperto» del mondo, ignoto e pauroso. Questa esperienza di ‘uscita’ si accompagna necessariamente a un ‘ingresso’ – si lascia un’abitazione per entrare in un’altra, più ampia e variegata – ed è ciò che avviene quando si inizia una storia. Aprire un libro, aprirlo veramente, significa lasciare il nome dell’autore, e con esso tutte le nostre precedenti convinzioni, dietro la porta della copertina.

Un uomo esce di casa, chiude la porta alle sue spalle, si accorge di aver dimenticato le chiavi all’interno dell’abitazione. Piove, vuole comprensibilmente tornare dentro, ma per un lungo momento si ferma, sorpreso, per osservare la propria esistenza dall’esterno.

«Ma mi sono messo a guardare dentro / lo stesso, la scrivania, le carte e la mia sedia. / Questa era la finestra davanti / alla scrivania da cui alzo gli occhi / e guardo fuori quando sto seduto là dietro. / È molto diverso dal pianterreno, ho pensato. / È tutta un’altra cosa. / Ed era proprio forte guardare dentro così, senza esser visto, / dal balcone. Essere lì, dentro, eppure non esserci. (…) Ho spaccato quella bellissima finestra. / E sono rientrato». La letteratura è quella finestra lì, dalla quale osserviamo noi stessi dal di fuori, assumendo la giusta distanza e rimettendoci a fuoco. Addentrarsi in una storia significa uscire di casa per guardarci dentro e scoprirsi come «tutta un’altra cosa». Scrive Tolkien: «Fu nelle fiabe che io intuii per la prima volta la potenza delle parole e la meraviglia delle cose, di cose come pietra, e legno, e ferro; albero ed erba; casa e fuoco; pane e vino». Il reale si svela attraverso l’immaginifico, per riconoscere che nella concretezza di quanto ci circonda si cela un mistero che attende solo di essere osservato e scoperto.

Finché – mutati rispetto a quando si era usciti – non si rientra, infrangendo il vetro, ed esistenza e racconto si ricongiungono. A cosa ‘serve’ la letteratura?

  • fausto

    IL VIAGGIO
    di Fausto Corsetti
    Appartiene a ciascuno di noi, inizia dalla nascita: il viaggio. Ognuno di noi viaggia, ogni giorno, ora, minuto; cresce, apprende nuove cose e ne perde altre. I percorsi di noi persone comuni non saranno scritti nelle letterature o nei libri di storia, ma ognuno di noi intraprende una strada di vita che a sua volta si intreccia con quella di molti altri. Spesso il significato del viaggio è soprattutto nella sua direzione e la sua meta può materializzarsi in modo imprevedibile e talvolta può addirittura sfuggire, può essere perennemente e vanamente inseguita.
    La vita germoglia proprio dentro ciascuna delle cose che abitano il tempo e lo spazio; è mimetizzata dietro al volto di quanti incrociano i nostri passi, si alimenta dei sentimenti, delle illusioni, delle passioni, delle sconfitte che affollano il cuore di quanti osano mettersi in cammino.
    Sovente ci accade di vivere e di non accorgersene, di aspettare e di non riuscire a riconoscere, di intraprendere e di restare, comunque, insoddisfatti.
    Il sentiero della vita non è tracciabile, non è mai riconoscibile prima di essere percorso. E’ simile al volo di un gabbiano nel cielo, alla rotta di una barca sul mare: la traccia c’è, è riconoscibile, ma soltanto dopo, anzi proprio mentre si realizza.
    Ricorda l’amore. Rimane misterioso il suo percorso, si realizza esattamente nel momento in cui si offre. Il cammino di un uomo e di una donna resta indefinibile, misterioso, eppure è avvolgente, appagante perché impastato di desiderio e di memoria, di passione e di nostalgia, di fisicità e di evanescenza, di provvisorietà e di eterno, di riconoscimento e di meraviglia.
    E non c’è viaggio migliore di quello in cui si impara a lasciar scivolare dentro, nell’intimità, voci, luci, luoghi, sentimenti, timori, silenzi e spazi… consapevoli, alla fine, che nessun viaggio è definitivo.
    La gioia o la delusione non vengono da fuori: affiorano dal proprio profondo.
    Ciò che sazia è il desiderio. Ciò che soddisfa è l’inedito. Ciò che assicura pienezza e gioia è la capacità di cercare e di stupirsi per tutto ciò che c’è di nuovo nella vita e nei volti di coloro che la affollano.
    Passare di luogo in luogo, di viaggio in viaggio, di passione in passione, di cuore in cuore, non è difficile, ma la scommessa, la sfida è un’altra: cercare, riconoscere, accogliere, far durare ciò che provvisorio non è, e che indossa tanto, tanto spesso le vesti della fragilità e del non evidente.
    Il percorso, il cammino non è già tracciato e nessun viaggio è definitivo: anzi, il miglior viaggio è, incredibilmente, quello incompiuto.
    Basta saper ricominciare.