Lo schiaffo dello scrittore

Che cos’è la narrativa?
“La narrativa è espressione concreta del mistero: il mistero vissuto”, ha scritto la grande Flannery O’Connor in una lettera alla sua amica Eileen Hall il 10 marzo 1956. E aggiunge che, a suo parere, l’arte del romanzo “è cosa che si vive da soli e allo scopo di cogliere in modo nuovo, attraverso i sensi, il mistero dell’esistenza. Il mistero dell’esistenza è in parte peccato“.

Facciamo il punto della situazione…

– La visione che uno scrittore ha del reale deve essere concretissima. La narrativa deve essere fatta di cose, non di idee. Mai di idee. Tuttavia il concreto vive all’interno di un mistero, il “mistero della nostra posizione sulla terra”.

– Ma come si manifesta questo mistero? Si manifesta, ad esempio, nella forma dell’imprevisto o, addirittura, del grottesco. Allora può accadere veramente di tutto. Anche la violenza gratuita, il bizzarro e il grottesco, misto di comicità e orrore, sono funzionali a una forzatura dello sguardo. Flannery postula la necessità che lo scrittore dia uno schiaffo al lettore, scompigliando la sua intenzionalità visiva nel momento in cui sposta il volto, angolandolo di sbieco. Ciò che salta subito per aria è quel “buon senso” vagamente laico, razionale e illuministico che tanto ammorba la vera ispirazione. È questo il territorio del dramma del bene e del male, della salvezza e della perdizione, della grazia e del diavolo: “Nei miei racconti – scrive la Flannery – il lettore troverà che il diavolo getta le basi necessarie affinché la grazia sia efficace”. Dunque il senso del male è garanzia del nostro senso del mistero e dunque il diavolo diventa, in qualche modo, “una necessità drammatica dello scrittore”.

(Cfr lettera a Eileen Hall in Flannery O’Connor, Sola a presidiare la fortezza, Torino, Einaudi, 2001 e anche Id., Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere, Roma, Minimum fax, 2002)