Una parzialissima mappa del calcio scritto

Nuove pubblicazioni tra narrativa, saggistica, memoria e interpretazioni: “Come il calcio spiega il mondo” di F.Foer (Baldini&Castoldi); “E’ finito il nostro carnevale” di F. Stassi (Minimum fax); “Un antropologo nel pallone” di B.Barba (Meltemi); “La matematica del gol” (Aa.Vv. Fandango); “La partita dell’addio” di N. Governato (Mondadori) .

Nonostante sia l’anno post mondiale e post scandali il calcio scritto è sempre più vitale e versatile. Ma quali sono gli autori più significativi? E ci sono dei filoni? Quale geopolitica letteraria si può individuare nell’universo del pallone raccontato? Proviamo a delineare un nostro personalissimo e parzialissimo atlante del calcio scritto.

I quattro punti cardinali del football letterario:
1) Romantici e pauperisti. L’ideologia del futbol latinoamericano.
Per primo viene il Sudamerica, almeno sull’agenda editoriale italiana. Sì, perché è con l’arrivo della coppia Soriano-Galeano che dalle nostre parti si scopre la possibilità di scrivere di calcio senza essere considerati autori di second’ordine o di genere. “Pensare con i piedi” dell’argentino Osvaldo Soriano viene tradotto in italiano per Einaudi nel 1995 e sempre dello stesso autore e per lo stesso editore esce nel 1998 “Futbol” raccolta di racconti che è un vero e proprio manifesto di un certo modo di vedere il calcio e il suo rapporto con la vita. “Splendore e miserie del gioco del calcio” di Eduardo Galeano, che Sperling pubblica nel 1997, completa questa triade made in Sudamerica ma che, soprattutto a casa nostra, genera un proselitismo ed una venerazione assoluti.

Per capire questa fortuna, oltre al fascino indiscutibile che il Sudamercia calcistico porta in dote e agli innegabili momenti di grazia rintracciabili nei testi, va sottolineato che ambedue gli autori sono degli esiliati perseguitati per ragioni politiche nei loro Paesi d’origine: questo probabilmente è il motivo fondamentale per cui una certa intellighenzia nostrana solidarizza subito con la loro causa e la loro weltanschauung. Il calcio qui vuole anzitutto essere simbolo di riscatto, tanto più che il pedigree politico si declina attraverso molte idee proprie del sentire no-global: la condanna delle multinazionali, l’avversione ad ogni tipo di commercializzazione, l’esaltazione del paupersimo, di un calcio dei “vinti” e dei “perdenti”. Le storie di Galeano-Soriano raramente finiscono bene: il loro eroe è sempre un antieroe, le sue azioni vengono dilatate nei tempi e nel simbolismo (vedi il famoso racconto –cult di Futbol ‘Il rigore più lungo del mondo’), l’atmosfera che pervade i testi mutua qualcosa del realismo magico marqueziano, combinando fisicità assoluta con un alone di misticismo laico, in uno stile sintatticamente blando e avvolgente, ma che si nutre di ossimori o comunque di accostamenti forti, improbabili, di facile effetto: “Maradona è per la gloria di Dio” (Soriano). “Maradona giocò e vinse, pisciò fu sconfitto”. (Galeano) 

2) Mi racconto. Sono inglese.
Se la narrativa sudamericana sembra quasi sentirsi in dovere di combinare l’ingrediente calcio con tutta una serie diversificata di sapori ulteriori, il britannico, che sotto sotto sa di esserne l’inventore trivella il pozzo calcio fino in profondità, senza attingere altro. Nick Hornby è l’emblema di questa sensibilità tutta volta a indagare il calcio dentro la vita e a scandagliarne le potenzialità narrative intrinseche. Così in Febbre a 90° (1992) ogni capitolo ha il nome di una partita dell’Arsenal, ma anche nel Colin Shindler di “La mia vita rovinata dal Manchester United” (2002) un’entità sportiva, più che un semplice nome di squadra incombe su tutto il destino di una vita.

Qui dunque non è il calcio che serve a spiegare qualcosa del mondo, ma è la passione dell’uomo che trova nel calcio strumento di comprensione e di analisi di se stessa e dell’universo. Hornby, come è noto, arriva perfino a dire che la condotta di una squadra di calcio influenza, se non determina il carattere dei suoi sostenitori. Così anche in un recentissimo Roddy Doyle (Storie di Dublino (2007), il calcio è un elemento vitalissimo, debordante, un universo che non necessita alcunché per giustificare la propria esistenza. Per non parlare di Tim Parks “Questa pazza fede” (2002) che vive per un’intera stagione dentro la logica di vita di un ultras.

E’ dunque un Io che racconta le proprie passioni spudoratamente. Selvaggio, eticamente minimalista e massimalista nel radicamento sportivo. Sa però essere anche spassionatamente introspettivo, umorale ma a suo modo universale.

3) Una via italiana al calcio raccontato

Esiste. E come. Anche se estremamente diversificata e figlia di sensibilità e maestri inconciliabili in una tradizione. La dicotomia di base c’è ovviamente alla radice.

Da un lato c’è Gianni Brera con la sua sensibilità da “osteria del pallone”, facile alle definizioni fulminanti “Rivera l’abatino” tradizionalmente sospettoso di tutto ciò che si pone come assoluto – la zona , il calcio totale – in nome di un pragmatismo moraleggiante e corposo (se ne può trovare traccia anche in certi momenti di indignazione di un Gianni Mura).

Dall’altro c’è la lezione di Pasolini che vede nel calcio “un sistema a se” con i suoi fonemi, la sua morfologia e la sua sintassi. In questo c’è il suo tratto veramente rivoluzionario e anticonformista rispetto alla vulgata nazionale fatta tutta di epiche taralluci e vino, catenaccio perché è l’arte di arrangiarsi riletta in salsa calcistica, il barone Rocco e il contropiede che è più sanamente concreto.

Se Trapattoni è la conseguenza logica di Brera sul campo, Liedholm Sacchi e Zeman sono assolutamente e strutturalmente pasoliniani.

La lezione breriana si sposa facilmente all’influsso sudamericano e di qui vengono Darwin Pastorin che nel ’98 pubblica non per nulla “Le partite non finiscono mai”, chiaramente debitore dell’apodicittà latinoamericana, Edmondo berselli “Il più Mancino dei tiri”, Gianluca Favetto “A undici metri dalla fine”(1998), Alberto Garlini con “Futbol bailado” (2004) che però porta in scena direttamente pasolini ed ha momenti più autenticamente letterari e di scrittura più immediata .

Pasoliniani nel loro desumere significati assoluti e nel padroneggiare uno stile “classico”, epico senza voler essere metaforico ma capace di imporre la forza del racconto e della poesia per quello che è, e cioè, letteratura per l’appunto, sono Fernando Acitelli e Manlio Cancogni. In loro se vogliamo riaffiora quel qualcosa di calcistico sparso tra Umberto Saba e la raccolta di Alfonso Gatto “la palla al balzo”.

Memorabile la raccolta di poesie “La solitudine dell’ala destra” che Acitelli pubblica per Einaudi nel 1998, (ma il titolo non rende giustizia alla potenza lirica e affermativa dei testi) e ancora di più “Il tempo si marca a uomo” (Limina 2003), dove al calcio è affidato addirittura il compito di sottrarre spazio al disfacimento fisico e alla morte. Colloquiale, solenne, di un’epica sana e non forzata, da periferia genuina è “Il Mister” di Manlio Cancogni del 1992.

Dedicato a Zdenek Zeman, il breve romanzo illustra la vicenda di un allematore sloveno, laconico e dal passato misterioso che porta ai vertici una squadretta di quartiere prima di sparire misteriosamente vittima del clima di sospetti e dispetti incrociati tra gerarchi della Roma fascista.

Anche qui il calcio è soprattutto spazio verde che raccoglie e moltiplica la capacità di sognare e sperare a prescindere da significati altri. Il Mister è “eroe” per essere anzitutto personaggio autonomamente dotato di senso. Metapoietico .

4) Gli eccentrici

Sparsi qua e là per il mondo, si occupano di calcio a latere di altre attività o vi scantonano sovrapponendo la passione all’impegno giornalistico. È il caso ad esempio del recentissimo “La partita dell’addio”(2007) di Nello Governato che usa la biografia e lo spessore sportivo umano del grande mathias Sindelar come segno di un’opposizione irriducibile alla follia hitleriana sulla scena del calcio degli anni ‘30.

Tornando in Sudamerica, ma stavolta in Brasile, ci imbattiamo in Drummond De Andrade, poeta, polemista, innamorato del calcio e di Pelè. A differenza dei cugini argentino-uruguagi De Andrade vola più leggero sul campo, smarca le metafore e va dritto al nocciolo della godibilità estetica del fatto calcistico, il che, in Brasile sembra veramente il minimo da farsi per chi ama il calcio. Dal Giappone, la lezione di un Nobel kenzaburo Oe che sparge dialoghi calcistici credibilissimi nel suo magistrale “Il grido Silenzioso” (1999)

Che dire poi di Peter Handke? anche il ponderatissimo e coltissimo narratore austriaco ci parla di un calcio di rigore e di paura in “Prima del calcio di rigore “ (1970), ma in lui le aspettative, i timori, tutto il microcosmo psicologico e umano dei personaggi pare andare ad esplodere dentro al fatto sportivo. Nella recente raccolta di Fandango “La matematica del gol” spicca per originalità, tra tante, troppe Italia-Brasile, il contributo di Nicola Roggero, cronista di Sky con il suo ingegnere che progetta maldestramente la porta dello stadio dove si svolgerà la finale mondiale di Argemntina ’78. Garbo, ironia e uno svelamento finale traducono su carta la gradevolissima verve del giornalista televisivo.

E per concludere un grande calciatore argentino. È Jorge Valdano l’autore più atipico, più personale, anzi, più autenticamente personaggio anche con la penna in mano. Il suo “Sogno di Futbolandia” (2004) è una cronaca dal di dentro di fatti che hanno costruito la storia e il mito del calcio. Pur appartenendo geograficamentte al Sudamerica Valdano oltrepassa la tradizione Galeano-Soriano sposando la prosa e la cura del cronista informato dei fatti al desiderio di esaltare il dato sportivo per quello che è: poesia che esprime anziuttto se stessa “Crujiff, come i grandi campioni è stato anzitutto un dispensatore di felicità”. Ecco, questa frase così semplice contiene perfettamente quello che abbiamo tentato di dire sul valore “metapoietico” del calcio. Ci ritorneremo.

Questo è articolo è stato pubblicato sul sito www.altop.tv il 2 aprile.