Sono “off” ma anche “best”

Da tre anni, l’editrice Minimum fax provvede a dar conto di ciò che offre il fervido universo delle riviste letterarie pubblicando Best off, antologia ragionata affidata ad ogni annata ad un curatore diverso. Al di là delle scelte dei singoli antologizzatori, di volta in volta fortemente caratterizzate, le intenzioni che muovono questa iniziativa sono rimaste costanti, e quanto enunciato nella nota redazionale del primo Best off conserva validità anche per l’edizione di quest’anno: “Le riviste letterarie sono off quasi per definizione: underground, indipendenti, si muovono spesso fuori dagli abituali circuiti del mercato editoriale e sono pertanto difficili da reperire… E’ su queste premesse che è nato il progetto di raccogliere annualmente il meglio di questi territori off…

Nella speranza di aggiungere anche altro: allungare la vita o aumentare almeno un poco la visibilità di quei testi sotterranei, portarli alla luce in un libro antologico…”.

I Best off sinora usciti rappresentano anche il punto di arrivo di un cammino iniziato da anni, in cui confluiscono aspirazioni di desacralizzazione della letteratura, tendenze all’allargamento degli spazi di creatività letteraria, urgenze di colmare bisogni, pulsioni a liberare l’ansia di significare che spesso impregna di sé gli esordi. Secondo alcuni autori (Piersandro Pallavicini, Antonio Spadaro) che si sono dedicati alla nuova narrativa degli ultimi vent’anni, in principio fu Tondelli, con i suoi Under 25, e subito dopo le riviste “senza tradizioni” che fioriscono negli anni Novanta, antiaccademiche ed inclini, se non alla sperimentazione, alla valorizzazione del nuovo, luoghi ideali per la loro disponibilità a rendere pubblica la ricerca espressiva di nuovi autori. Poi, negli ultimi anni del secolo scorso il fenomeno si arricchisce di altri elementi capaci di aumentare il senso dello scrivere su rivista, il più importante è la rigogliosa diffusione via internet, che può consistere sia in un’edizione elettronica (o in un estratto) della rivista cartacea, sia, ed è questo lo sviluppo di questi anni, nella sola pubblicazione informatica.

La ricognizione dell’annata 2006 (intitolata Voi siete qui) è stata affidata a Mario Desiati, che a differenza dei suoi predecessori (il primo anno Antonio Pascale, il secondo Giulio Mozzi), ha concentrato la sua attenzione su esordi esclusivamente narrativi, a seguito di una selezione effettuata su un’immensa mole di materiali, cercati e trovati nell’ampio arcipelago delle riviste cartacee ed on line, ossia quella “rete”, che, come scrive il curatore, non è solo il web, “ma anche il reticolo di relazioni tra riviste, passaparola, incontri”, e “che ha segnalato all’editoria di questi anni tante nuove strade e tanti nuovi autori”. Il catalogo delle fonti in appendice al volume raccoglie infatti le riviste che si sono affermate come più significative degli ultimi anni ai fini della ricerca di nuove strade per la narrazione e dell’elaborazione critica nei confronti di chi tali strade sta praticando: da quelle su web, e sono ormai la maggioranza, come Eleanore Rigby, BombaSicilia, ‘tina, Nazione Indiana, a quelle cartacee, tre le quali Stilos, Fernandel e Linus. Non si richiedano criteri omogenei di selezione: l’antologia è significativa proprio per la sua mancanza di regole, che consente di repertoriare senza particolari imbarazzi le voci più disparate. Non c’è, per esplicita dichiarazione del curatore, una precisa strategia nella scelta dei testi, se non quella onnicomprensiva di “progettare una nuova scena, ossia di scoprire le novità, assolvere a compito di scouting per nuovi autori, per nuovi tipi di scritture da presentare all’editoria e al pubblico dei lettori”.

Gli esordienti di Desiati esprimono, in linea generale, alcuni caratteri positivi comuni, manifestati con minore o maggiore enfasi a seconda del singolo autore. Oltre ad una rassicurante assenza di eccessi autobiografici più o meno velati, a differenza di quanto riscontrabile in molti testi pubblicati su riviste, spicca spesso una pregevole padronanza delle tecniche di narrazione.

Ne fanno sfoggio Barbara Di Gregorio (da Eleanore Rigby) con “Una notte qualunque all’Oca Banana”, che racconta la morte di Paperon de’ Paperoni in un club equivoco, ma anche Tiziana Battisti(da Toilet), che in «Venticinque forbici» gioca tra realtà e surrealtà la storia di un amore, tra la barista Giuliana e la barbiera vedova Marisa, e Cristiano de Majo (da Vertigine), che in “Reincarnazione” maneggia con cura la difficile strumentazione dell’allegoria. Di altri autori viene in primo luogo in evidenza la sicurezza che dimostrano nell’applicare alcune scelte stilistiche abbastanza complesse al tema trattato. Maura Gancitano (da BombaSicilia) con “Lampedusa” riesce a far coesistere senza stridori due differenti registri tonali nell’arco breve del suo racconto: ad una prima parte distesa nella espressione della sicilianità più schietta ed anche più tradizionale, fa seguito un raccontare più duro e serrato, coerente con l’oltranza realistica che è il tema vero della storia. Giorgio Vasta (da Nazione Indiana) in “Bocconi” esibisce un innegabile talento nella virtuosistica descrizione di un’antica infantile mania alimentare, così come Tommaso Giagni da (BooksBrothers) con “Il pugile” riproduce un incontro di boxe nelle parole dell’allenatore che sta a bordo ring. Di “Balcanica” di Babsi Jones (da Fernandel) si apprezza sia il periodare fortemente scandito che la costruzione per blocchi omogenei della narrazione, mentre di impianto volutamente più tradizionale è “Domenica” (da ‘tina) di Francesca Ramos, che racconta la fine dell’infanzia di una bambina nei giorni della morte del padre. Duccio Battistrada (da Linus e Nazione Indiana) in “La delegazione arrivò a Massa senza troppi casini” fa vibrare le corde di un particolare ricordo che è anche omaggio verso Andrea Pazienza, e mentre con Axel Braun (da Superzeta. it) ci si imbatte nella descrizione di altre situazioni estreme (il mondo dell’industria porno) con «Fantasilandia», Flavia Piccinini (da MusiCaos) con “Manco un po’”, ci introduce nel mondo molto più domestico, ma visto da prospettive che non risparmiano sensazioni di malinconica desolazione, degli studenti fuori sede. Altri autori prediligono l’urgenza di cogliere il proprio tempo, di esserne parte descrivendolo, trasformandolo in parola che riesca a restituirne frammenti di comprensibilità o, al contrario, ne renda palese l’imperscrutabilità. Viene innanzitutto in considerazione allora Piero Sorrentino (da Stilos) che in “Lo scasso di Poggioreale” percorre con ammirevole rigore la strada non facile del racconto – reportage, descrivendo la rete di autofficine dei clan di camorra dove le auto rubate sono smontate e riassemblate con efficienza degna di miglior causa in relazione al loro futuro utilizzo criminoso. Ad esiti non dissimili perviene l’altro testo dello stesso genere, “I panni sporchi si sbiancano in Africa” (da Lo Straniero) di Giacomo Giubilini, sul commercio tra Italia e Africa degli abiti dismessi. La relatività e le difficoltà dei rapporti amorosi interessa invece a Marco Di Marco (da Nazione Indiana), forse il più tondelliano degli esordienti, e non solo per affinità tematiche evidenti, che in “Muovendoci come gechi” racconta la storia di un professore omosessuale e di un giovane che scopre essere un suo studente, mentre alcuni miti mediatici (o presunti tali) dei nostri anni sono il pretesto delle narrazioni, entrambe pervase da una visionarietà un po’ febbrile, di Giancarlo Liviano (da Nazione Indiana) che in “Le suicide de Paris” ipotizza il suicidio in diretta televisiva di Paris Hilton, e di Fabio Viola che nel suo “Gamma Mu” (da TerraNullius) rievoca l’omicidio di Gianni Versace collocandolo all’interno del complotto di una setta di omosessuali che trama per la conquista del mondo.

I testi di testi di Voi siete qui, d’altro canto, suscitano anche motivi di perplessità, derivanti tuttavia spesso dalla stessa radice per cui i racconti si segnalano positivamente: ne sono il rovescio, o anche il risultato di sovrabbondanze espressive. In certi casi, un eccesso di intellettualismo macchia la sincerità della storia raccontata, come se l’urgenza dello scrivere fosse più nell’esibizione della capacità di adattare la scrittura alla situazione raccontata, che nel vero e proprio raccontare. Di conseguenza, alcuni racconti si fanno ammirare più che amare, intravedendosi in essi tecniche narrative sofisticate tanto da far parere didascalica la narrazione complessivamente considerata. Le voci di Voi siete qui sono come s’è visto assai discordi ed eterogenee, e pertanto una mappatura precisa della nuova narrativa si presenterebbe assai incerta. Non lascia invece dubbi la testimonianza che l’antologia di Desiati rende circa l’ottimo stato di salute del racconto nella nostra nuova narrativa.

(Stilos 15.05.2007)