Come un fiume come un sogno

Elena Bono

Dettaglio di un pannello di “The Garden of Earthly Delights” (Hieronymus Bosch)

Strana storia, quella di Elena Bono, scrittrice di punta, insieme a Pasolini, della scuderia Garzanti negli anni Cinquanta e Sessanta, tradotta in diversi paesi stranieri, ma pressoché sconosciuta al pubblico nostrano. Giovanni Casoli, nella sua antologia del Novecento, nel 2002 la definiva «la più grande scrittrice vivente». Ligure d’adozione, ma nata nel 1921 nel Lazio, Elena Bono ha esordito da Garzanti, come poetessa nel 1952, con I galli notturni e quattro anni dopo come narratrice con Morte di Adamo, raccolta di racconti notata da Emilio Cecchi per una violenza espressiva, attraverso cui lo scandalo del male, la via stretta della responsabilità, il salto al buio della salvezza prendevano forma sulla pagina. Temi forse giudicati all’epoca non di grande interesse e attualità dall’editore Garzanti, che restituiva a Elena Bono il manoscritto successivo, quello del romanzo Come un fiume come un sogno, pubblicato, come tutta l’opera a seguire della scrittrice, da «Le Mani», una piccola e coraggiosa casa editrice di Recco, vicino Chiavari. Il rifiuto e la smemoratezza da parte di critica ed editoria attingono forse, oggi come allora, al pregiudizio nei confronti dell’inequivocabile traccia religiosa presente nelle pagine di Elena Bono, testimone talentuosa di un cristianesimo così drammatico e “ultimo”, da far saltare i pii cliché del cattolico benpensante e da infastidire chi, in nome del dio dell’immanenza, ha creduto possibile costruire il paradiso in terra. Che la Bono ignori la parola compromesso è apparso chiaro fin da quando rifiutò all’amico Pasolini il permesso di trarre un film dal suo dramma La testa del profeta, dichiarando, cortese ma perentoria, che non le sembrava il caso di celebrare «questo tipo di nozze mistiche». Scrittrice scomoda, in Come un fiume come un sogno, primo romanzo della trilogia Uomo e Superuomo, rivisita epicamente la resistenza, seguendo l’inconsueta prospettiva di un ufficiale nazista, autore di un diario, in un presidio tedesco sullo sperduto Appennino ligure. Nonostante gli scenari cari alla scrittrice siano la seconda guerra mondiale, l’orrore nazista e il riscatto morale della resistenza, i temi più profondi riguardano il destino di salvezza dell’individuo, la denuncia del baratro dell’individualismo, la critica al potere nullificante, in quanto illusoriamente autosufficiente, di una ragione, colpevole di aver trasformato l’uomo in superuomo, surrogato blasfemo di Dio. In Una valigia di cuoio nero, secondo volume della trilogia, il pensiero che interroga il perché del male, segue la storia della formazione di Tycho, da rampollo di una famiglia dell’alta borghesia tedesca, a SS crudele e esaltata al servizio del potere del Gran Ragno, della svastica, ex ruota solare che va contro il cammino del sole, nel senso della morte anziché della vita. In un’accorata lettera al fratello, il padre di Tycho ripercorre (ricordando il cupo affresco di Visconti, ne La caduta degli dei) le vicende della potente famiglia, che, pur avendo sempre esibito un aristocratico disprezzo verso il nazismo, è finita per esserne moralmente e intellettualmente responsabile. L’illuministica irrisione verso ogni aspetto del divino, l’ottimismo scientista, la riduzione della coscienza a morale, hanno fatto sì che la grande cultura tedesca, erede di Kant e Hegel, imputridisse a tal punto da permettere che, nel baratro nella nientificazione, sorgesse la più orribile creatura del nichilismo: i fedeli della croce uncinata, seguaci del figlio dell’imbianchino. Nei libri di Elena Bono, la risposta alla tentazione del nulla sta nella riappropriazione della dimensione eterna di una coscienza «assai più vasta di tutto il cielo stellato», da parte di un’umanità che, conscia della propria finitezza, sia capace di interpretarsi come progetto ulteriore, sintonizzata sulla frequenza d’onda della trascendenza. Non a caso paragonata ad Eliot e a Dostoevskij, la scrittrice ha riportato la partita con il male nel cuore stesso dell’uomo, scommettendo sul coraggio di una libertà capace di rispondere al male con l’amore, anche a costo dell’annientamento e del sacrificio. Il sì assoluto a Cristo, come vittoria sul No assoluto all’uomo.