Raccontarsi nella professione

Ho letto sul Corriere un bellissimo articolo intervista a Roald-Hoffmann Nobel per la chimica e poeta, sceneggiatore e scrittore di successo. Ma a noi, uomini e donne d’azienda, di banca, consulenti non ci avevano insegnato che più stavamo concentrati sul “nostro lavoro” più facevamo carriera? Che dovevamo formarci un po’ a senso unico per diventare degli eccezionali manager capaci di creare e gestire aziende ed operazioni di successo?

Per fortuna a me non hanno insegnato così…anche se ci hanno provato… La mia esperienza personale (così come quella di tanti di noi) è alquanto singolare perché il mio mestiere, il marketing (quello vero, quello strategico) io non l’ho imparato sui libri, neppure quando ho dato l’esame all’Università .
Io ho avuto uno dei professori forse tra i più illuminati, uno che aveva capito già da tanto tempo, che il marketing bisognava impararlo “ascoltando” managers, visitando aziende, “ascoltando racconti di appassionanti esperienze professionali ed umane” . Nella sua visione l’esperienza professionale del managers che veniva all’Università da noi, si univa a quella umana generando un’occasione unicaed indelebile di apprendimento. .
La successiva lettura dei libri poi (nel mio caso i vari Kotler, Porter, eccetera) serviva solo per avere conferme di quello che si era ascoltato.
Poi, un giorno, appena dopo la laurea in Economia qualcuno prima sorrise e poi si arrabbiò quando decisi di iscrivermi a Lettere e Filosofia perché non “c’entrava niente con il marketing”. “Bisogna fare solo una cosa e bene” Io, ovviamente come è mio costume, andai avanti ugualmente con immensa passione e sacrifici.
Non è facile lavorare 10 ore (8 non le sono mai) e poi studiare.
Io volevo crescere nella mia professione fondendo letteratura e marketing, umanesimo, umanità ed economia, volevo diventare qualcuno che lavorava con il cuore e con la testa insieme ispirandomi sia alla letteratura sia alla realtà della mia professione.
Riuscii a dare qualche esame mentre lavoravo, arrivai a oltre metà degli esami “gustandomi” enormemente la storia romana e medievale, l’epigrafia, la poesia Catulliana il diritto medievale, la Storia Antica e la Storia della Filosofia…Nuovi prodotti bancari, analisi di marketing e Lettere. Frequentavo lezioni di Storia Romana al sabato mattina perché un altro professore illuminato voleva dare la possibilità agli studenti lavoratori di apprezzare questa materia stupenda… Intanto scrivevo scrivevo scrivevo…tantissimo.
Poi durante il primo impiego, imparai ascoltando i miei superiori, il mio primo capo era una persona a cui “piaceva raccontare” e mi insegnò così, ed imparai moltissimo, forse a me era bello insegnare perché amavo ascoltare ed apprendere dai racconti altrui senza giudicare e farmi troppe domande. Poi finii un’esperienza professionale e ne iniziai una molto più difficile e complessa e imparai ascoltando un grande manager che avevo la fortuna di avere in famiglia e da quelli che nelle aziende dove lavoravo avevano qualcosa da dirmi che non sapevo.
Adesso sono io che sto raccontando per aiutare altri a crescere nella loro professione…altri che mi hanno scelto come loro “leader” inter pares senza che io abbia fatto nulla. Altri che vogliono creare con me una squadra forte e creativa, capace di innovare in modo nuovo.

Non si può mai dire di essere arrivati perché si impara fino all’ultimo giorno di vita…raccontare ed ascoltare ci rende vivi, ci fa crescere nella professione e nelle relazioni…

Ed eccoci al dunque…

Molti manager hanno espresso un desiderio, che ho anch’io, di avere, ogni tanto la possibilità di confrontarsi con qualcuno che li capisca perché fa il loro mestiere, di confrontarsi su problematiche etiche, morali oppure anche semplicemente avere la possibilità di esprimersi come meglio credono magari con un racconto scritto, con una poesia, ognuno come preferisce…in libertà, senza camicia e cravatta, senza stare chiusi in un ruolo troppo rigido..senza gerarchie, senza aver paura di dire nulla…
Anche per noi è importante l’espressione…
Non un salotto, non qualcosa a “pagamento”, non un do ut des, qualcosa di semplice, vero, senza pretese, senza luccichii, senza persone che cercano business, senza soldi per una volta..senza pubblicità.

Si può essere manager, dirigente, imprenditore e anche scrittore, poeta, attore, regista…non esiste il compartimento stagno…non deve esistere.

Io a questo desiderio ci sto lavorando, anche molto seriamente da un po’ di tempo. Ci sto lavorando con persone inimmaginabili…eccezionali. E quando dico ci sto “lavorando” dico che il lavoro c’entra solo per l’argomento, è il filo che ci lega…è un servizio per gli altri, non sono retribuita da nessuno. Il mio guadagno è la soddisfazione di far nascere qualcosa di importante che aiuti altri a stare bene.
Alcuni di voi lo sanno perché mi stanno dando una mano, altri no perché magari ho poche occasioni di vederli…Sto cercando delle modalità sto cercando di capire…se qualcuno ha qualche idea sarà bene accetta.

Nessun commento a “Raccontarsi nella professione”

  1. Stas' Gawronski ha detto:

    Capisco molto bene la tua storia perché è molto simile alla mia. Prima di occuparmi di letteratura in televisione come autore televisivo e di scrittura creativa come animatore di laboratori e docente di corsi per studenti universitari, ho lavorato in azienda come product-manager e poi come project-manager di sistemi informativi. Se ho cambiato strada a un certo punto della mia vita è stato soprattutto perchè la dimensione “funzionale” priva di aperture all’umano mi soffocava e degli anni trascorsi all’Agenzia romana per la preparazione del Giubileo s.p.a. oggi ricordo con piacere solo le sessioni in cui, per calcolare le previsioni di flussi di pellegrini nel 2000, si ricorrereva all’immaginazione, al disegno di scenari fondati soprattutto su testimonianze e intuizioni “creative” di noi ricercatori.

    Sono passati dal laboratorio di scrittura creativa di BombaCarta in questi anni tanti ingegneri, managers, ricercatori e altri il cui percorso professionale era distante anni luce da una formazione “letteraria”. Eppure volevano recuperare una visione che andasse oltre il razionale, funzionale, organizzato, calcolato e credo che nell’esperienza del laboratorio abbiano spesso trovato quello che cercavano, il bandolo della una matassa che sentivano di aver perduto, una matassa tutta da srotolare come un’avventura senza obiettivi, strategie, azioni che non si rivelassero cammin facendo, in base all’esperienza e non in base a teoremi, applicazioni e altri a priori.

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