L’anima mangiata di Martino Bux

desiatiBux, il protagonista di Vita precaria e amore eterno di Mario Desiati (Mondadori), cammina sulle onde.
Sono i rumori assordanti che spezzano i cieli siciliani, rombi di aerei militari in transito sulla grande base NATO aeronavale nel Mediterraneo, quella di Sigonella negli anni Ottanta, quelli del riarmo nucleare, degli euromissili Cruise destinati a Comiso e arrivati a Sigonella, utilizzata anche come scalo tecnico delle forze aeree americane dirette nel golfo Persico per la guerra in Iraq.
I missili Cruise a Sigonella sono nell’83, nell’85 ci saranno il sequestro dell’Achille Lauro, Abu Abbas in aereo egiziano e Craxi difensore della integrità del territorio italiano, nell’82 a Palermo c’era stato l’omicidio Pio La Torre.Martino Bux nasce e cresce a Castiglioni, vicino Sigonella, in questi anni. Castiglioni è l’apprendistato del male.
Qui Martino Bux è bambino sotto le radiazioni di un ‘sole precario’ e insieme a altri bambini, più dilaniati di lui: c’è il marocchino lapidato, il disabile stuprato dopo il catechismo, c’è quello dal viso spappolato da un proiettile mentre cammina per strada.
Martino sopravvive e parte, con i genitori, per Roma. L’assedio sembra interrotto.
Non finirà, in realtà, perché la violenza già interiorizzata si amplifica a Roma, una Roma in cui si concentrano dosi di scontri e giochi nelle strade, come i tornei di violence a caccia insensata di un pallone (‘Non ci sono regole, non ci sono vincitori né vinti. Solo l’istinto. Correre dietro quel pallone indomabile, inseguito da una selva di gambe, ghermirlo con le mani o anche coi piedi…Tutti lo seguono, cercano di impossessarsene, con ogni astuzia, ogni trucco estremo’) e dosi di fragilità e reattività nei luoghi diversi, un ristorante prima, un call center poi, in cui si frammenta l’esperienza lavorativa di Martino (‘Iniziai dal gradino più basso. Il cameriere. Se quella medaglia pakistana non riempiva tutte le cucine di Roma di sguatteri avrei iniziato da lì…Adesso sei dentro un call center per sei euro l’ora. Inizi a lavorare per essere minimamente indipendente, appena accettabile dalla società civile che teme le tue giornate con troppo sonno e poca televisione…Con i contratti di formazione lavoro e roba simile, non beccherai una lira.)
Il quartiere della casa dei Bux è il Laurentino 38: “Una grande parete di cemento, viadotti, pilastri, palizzate, dighe che hanno fermato i venti e cambiato il clima di questa città. A Roma non esiste più l’alito rinfrescante del ponentino, oggi lo argina una colata di cemento”.
Martino si addentra in Piazza Vittorio nella Chinatown, tra i Magazzini dello Statuto con le madri in chador, nella storica via dei Volsci, un tempo cuore dell’autonomia operaia, che oggi è uno “spesso strato di travertino, la polvere, la limatura dei pneumatici, la merda dei cani, il veleno per topi, la spazzatura fermentata e il mangiare dei gatti”.
Impiegato nel call center, a 550 euro lordi mensili, un presente da studente al 4/5 anno fuori corso di Lettere, che diffida di chi scrive poesie perché, dice, ‘ è gente con l’acqua nel cervello’, la sua vita scivola sulle acque dei pregiudizi che propone su tutto ciò in cui non si riconosce, extracomunitari, amici politicamente corretti, coinquilini (‘Ghanaboy è un negroide dell’Africa negra negrissima. Al di fuori di languidi sentimentalismi infantili, ghanaboy è un tipo da tenere in subaffitto in questa baracca a San Lorenzo…Mi racconta spesso la vita che faceva giù nella sua tribù di zulù… Le sue parole sono note diverse e indecifrabili… Starà raccontando una storia di gente che va a caccia con le lance e si accende il fuoco con le pietre focaie’). E senza futuro anzi ‘con un unico futuro assicurato, la guerra civile’, uno scenario sia fantasticato, nel quale i notai sono condannati alla morte per soffocamento e sia vissuto nel quotidiano.
Due figure femminili campeggiano nella vita di Martino: sua madre e Antonia, detta Toni.
Toni ha ‘una zazzera nera, lunga e liscia, gli occhi disegnati come due mandorle smussate, e poi un così pulito, angelico, esoterico viso con la pelle di un bianco simile a quello dell’albume’, ogni giorno tornando a casa dall’università gli porta un giglio o una calla dai fiorai del Verano, Toni, ‘quella persona per cui, se mi sposassi, lo stato mi regalerebbe agevolazioni fiscali, sconti sulla prima casa, dichiarazioni dei redditi unificate e comunione dei beni. In teoria. Ma senza foglio, prete e firma, sei niente, nessuno ti riconoscerà davanti alla società e neanche davanti a Dio’, Toni lo lascia per fare volontariato in Africa.
Gli scrive mail accorate, ricche di un senso di umanità precoce e assoluto come davanti a un misterioso amore per il mondo si può immaginare di provare. Con le sue ferme convinzioni, la sua disarmante purezza è per lui un magnete, un ancoraggio. Il corpo, la geografia dell’amore, la sua riconciliazione con una propria identità pulsante di autenticità e di bellezza: questo gli insegna Toni (‘I nostri respiri all’unisono scandivano quel tempo infinito di pace e amore. Potevo chiudere gli occhi con i suoi capelli neri in bocca e quell’odore intenso di vaniglia e talco. Il suo corpo chiuso a ricco, con un disperato bisogno di protezione, da quello strepitoso fallito che ancora non ero, ma che mi avviavo ad essere).
E poi c’è la madre, che vive tra le voci dei morti e scrive anche lei lettere.
Sono ‘lettere a nessuno’, scritte ovunque, su scontrini fiscali, buste della spesa, biglietti d’autobus.
Scritte a fantasmi celebri, anime femminili spezzate dalla storia, malate di innocenza: una delle scelte narrative più coinvolgenti di un romanzo che brucia sulla pelle di chi legge.
‘Vita precaria e amore eterno’ racconta dell’amore e della morte che arrivano congiunti, nel rombo di un aereo che lacera cieli, nelle ali che strappano, nelle lettere a chi non tornerà indietro.
Nelle mani femminili chiuse nella preghiera, nelle mani femminili in terre africane per aiutare, soccorrere.
Martino conduce la sua esistenza precaria perché è come un ospite nel cerchio di affetti familiari che si presentano a noi, e a lui, come fantasmi portatori di silenzi, che mettono in moto disarcionamenti, è per lui, e per noi che lo leggiamo, come un continuo cadere senza mai tornare indietro.
C’è un andirivieni, in questo romanzo, tra vivi e morti, andirivieni tra vaga intuizione di sé e idealizzazione di sé, andirivieni nell’uso di prima e seconda persona, andirivieni tra oggi e ieri nella struttura di ‘Vita precaria’ in cui saliamo e scendiamo come nella vita di Martino seguendone le oscillazioni temporali e psicologiche.
L’oscillazione è la cifra di questa scrittura che non teme di scandire i solchi e le ferite di Martino, di sua madre, di suo padre, generoso e appassionato idealista dedito alla cura della moglie.
Ed è attraverso la cognizione del dolore che Desiati fa emergere la forma dell’innocenza, la sua necessità, il suo desiderio: sono personaggi in cerca di innocenza, anche Martino, così sprezzante e spietato nelle sue modalità di contatto con il prossimo, ma così accanito a cercare a sé stesso un posto nel caos, tra le voci dei morti che tornano a ‘chieder conto di tutto’.

Inutile domandarsi se quest’opera appartenga al filone letterario neonato del ‘romanzo precario’, nel quale in modo diretto o limitrofo si annoverano, tra gli altri, titoli recenti e di impatto come ‘Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…’ di Aldo Nove, ‘Nicola Rubino è entrato in fabbrica’ di Francesco Dezio, ‘Mi spezzo ma non m’impiego’, di Andrea Bajani.
Se gli appartiene, allora lo dilata come genere e lo impreziosisce. Lo riempie di sfumature cupe e di sguardi verso il cielo, di ricognizioni crude e insieme incantate sul presente a tutto tondo, di furori e fragilità eterni quanto il desiderio dell’amore.
Se non gli appartiene, come credo, allora forse sarebbe da riportare sulla strada di quella ‘letteratura delle cose’ della quale Enzo Siciliano, figura di grande magmatica importanza per l’esperienza umana e la scrittura di Desiati, sosteneva nell’editoriale di ‘Nuovi Argomenti’ già nel 1982: ‘Portare o costringere gli scrittori a occuparsi di quei fatti che assediano da vicino l’esistenza quotidiana, e che ci appaiono indecifrabili, lugubremente enigmatici’.