Karol Wojtyła: nella poesia la “pressione” dell’invisibile

Karol Wojtyła è ordinato sacerdote il 1 novembre 1946, lo stesso anno nel quale pubblica la sua prima opera della maturità, Canto del Dio nascosto, scritto durante gli anni del seminario clandestino. Adesso ha 26 anni. Il Canto è il frutto di una lenta evoluzione, già però chiaramente implicita nella poesia giovanile, dove poeta, attore, liberatore e sacerdote apparivano talmente sovrapposti nei loro ruoli da costituire una figura unica. Wojtyła si lascia ispirare dalla poesia di san Giovanni della Croce e comprende come vedere non significa guardare. Anzi: non serve che gli occhi si strizzino per farsi acuti perché più aguzzo lo sguardo, meno riesco a vedere, scrive. La tensione è verso una soglia che va raggiunta solo mediante uno sguardo aperto, meravigliato, intenso, capace di toccare il fondo e coinvolgere l’anima, che niente può saziare fino in fondo.

Così nel 1950 Wojtyła scrive il poemetto in otto parti Canto dello splendore dell’acqua, che ha al centro la figura della samaritana al pozzo e il suo mutamento interiore davanti alle parole di Gesù. Lo sguardo del poeta si fissa nell’acqua del pozzo:

Guarda – l’acqua senza posa si sfalda in scaglie d’argento –

e trema in essa il peso della profondità

come quando la pupilla sente, nel profondo, l’immagine.

L’acqua lava dai tuoi occhi i cerchi di stanchezza

e ti lambisce il volto con riflessi di larghe foglie.

Lo sguardo di Wojtyła poi si sposta su un paesaggio urbano, tra i passi dei viandanti in una sera di pioggia e la folla che naviga dietro l’onda del neon. Sono i «samaritani» di oggi. Alla fine la samaritana riprende la propria voce esultante: il pozzo l’ha introdotta nei suoi stessi occhi, dandole una comprensione meravigliata della vita. Nel fondo dell’abisso del pozzo ormai le pupille percepiscono lo splendore dell’acqua:

Nel fondo stesso, a cui volevo solo attingere

acqua con la mia brocca, ormai da tempo alle pupille

aderisce splendore…

L’uomo soffre soprattutto per mancanza di «visione», perché è incapace di vedere ciò che più conta e così deve lottare per aprirsi la strada fra i segni, forse brancolando nel buio. È questa la convinzione che emerge da un poemetto del 1952, Pensiero – Strano spazio, spirato alla lotta di Giacobbe con l’angelo. Egli trema perché, come in un’illuminazione, la realtà / mai gli si era aperta davanti così all’improvviso. Ecco il punto: l’inquietudine, la «lotta con l’angelo», si risolve in una comprensione possibile solamente se la coscienza è penetrata fino in fondo da Qualcuno che la avvolge. Questa inquietudine deve fare i conti sempre anche con la concretezza e della durezza della vita.  Nel 1957 Wojtyła compone infatti il poemetto La cava di pietra. Il tema è il lavoro fisico. Wojtyła lo conosceva bene: dal 1939 al 1944 per evitare la deportazione lavorò come operaio prima nelle cave, e poi nelle industrie chimiche Solvay, presso Cracovia. L’esperienza segnò il giovane Wojtyła, Scrive:

Le mani sono il paesaggio del cuore. […]

Non solamente le mani calano giù col peso del martello,

non solamente il torso si tende e i muscoli disegnano la loro forma,

ma attraverso il lavoro passano i suoi pensieri più intensi

per intrecciarsi in rughe sulla fronte,

per congiungersi in alto, sopra il capo, nell’arco acuto di braccia e di vene.

La concretezza del dettaglio e il disegno di un fisico virile, robusto, fatto di muscoli, braccia e vene, accompagnano una visione ampia e profonda del lavoro, capace di plasmare la materia con l’intelligenza e la passione. Il lavoro ha inizio dentro l’uomo: non è un’azione esterna, estranea. Poi fuori tanto si dilata / che presto prende le mani, raggiunge i confini del respiro. Il rapporto tra l’uomo e la materia è sublime e rischioso: l’uomo ha portato con sé la segreta struttura del mondo. Perfino la materia, le pietre, lo sanno perché conoscono la violenza che fende la loro compatta perfezione. Spesso al lavoro si accompagnano anche reazioni colleriche. Ma, scrive il poeta, proprio l’amore prorompe più alto se più lo impregna la rabbia. Tutte le forze, anche quelle più indomabili, possono essere energie da bruciare per la più profonda realizzazione dell’uomo.

L’umanità e l’energia del mondo

Quattro mesi prima di divenire vescovo di Cracovia, nel marzo 1958, in occasione della Domenica delle Palme, veniva pubblicato il poema Profili di Cireneo, che Wojtyła aveva composto un anno prima. Vengono dipinti 14 profili di «cirenei» contemporanei: il melanconico, lo schizoide, i ciechi, l’attore, la ragazza delusa in amore, i fanciulli, due operai, un intellettuale, un emotivo, un volitivo… Wojtyła compone una fenomenologia poetica dell’uomo contemporaneo in piccoli ma densissimi quadri. Ciascun profilo è quello di un cireneo che ha il proprio giogo da portare sulle spalle.

Il giovane vescovo Wojtyła si reca in un paese di montagna per impartire il sacramento della Confermazione e così nel 1961 scrive Nascita dei confessori, una sorta di riflessione poetica su questa visita pastorale nella quale, tramite la Cresima, sono nati nuovi «confessori» della fede. Il vescovo sente di esserne un dispensatore di energie: Tocco forze di cui l’uomo dovrà traboccare. Anche il viso dei fedeli che ricevono il sacramento, la tanta gente assorta, sembrano potenziali di energia. Nei volti, segnati dal gioco delle rughe, soprattutto negli occhi

un campo elettrico vibra…

Qui l’elettricità è reale – ed è insieme anche un simbolo

È, infatti, simbolo del pensiero, dello spirito, delle forze che sono nell’uomo sulle quali si esercita la pressione dell’invisibile imprigionata in fasci di atmosfere. A un certo punto l’energia dello Spirito sembra affluire anche da qualunque fonte creata:

Ti raccoglierò da tutti gli alvei

dai ruscelli, dalle fonti di luce, dalle radici degli alberi, dagli spazi del sole.

Durante il Concilio Vaticano II, tra l’ottobre e il dicembre del 1962, il vescovo Wojtyła compone la raccolta di nove poesie dal titolo Chiesa – I pastori e le fonti, ispirata appunto al mistero della Chiesa nel suo aspetto materiale e nel suo aspetto spirituale. Pietro in questi versi vuole essere Colui che sostiene i passi – come la roccia sostiene lo zoccolare di un gregge. Leggere questi versi col senno di poi colpisce il lettore, che coglie in essi l’anticipo di una missione e il senso di un pontificato. Nel 1967 Wojtyła, ad appena 47 anni, sarà creato cardinale da Paolo VI. Inizia da questo momento un silenzio poetico che durerà otto anni. La pausa si interromperà nel 1974, con l’opera Pensando patria…, che sarà pubblicata solamente dopo la sua elezione al pontificato, nel 1979, ancora sempre sotto pseudonimo. La Polonia è così invocata: O terra che non cessi di essere un atomo del nostro tempo! Gli eventi storici sono la liturgia degli eventi che si celebra nella grande Eucarestia dei mondi.

L’ultima composizione di Wojtyła pubblicata prima della sua elezione al soglio di Pietro è Meditazione sulla morte, composta nel 1975. Qui la sua riflessione è come un flusso di coscienza, che va per barlumi e intuizioni.  Alla Meditazione sulla morte segue nel 1978 la composizione di La redenzione cerca la tua forma per entrare nell’inquietudine di ogni uomo, che fu pubblicata sotto pseudonimo quando il poeta era già stato eletto Pontefice. Come il poema Profili di Cireneo si ispirava alla figura di Simone di Cirene, così quest’opera si concentra sulla Veronica, che nel cammino della Croce asciugò il volto di Cristo. L’uomo in questi versi è forma inquieta che nessuno sguardo è in grado di raggiungere fino in fondo, ma il volto di Cristo impresso nel velo di Veronica attraversa colui che lo contempla, dando pace alla sua inquietudine.

Trittico romano

Dal 1978, data della composizione di Stanislao e dell’elezione al pontificato, Wojtyła abbandona l’esplicita pratica poetica per riprenderla ben venticinque anni dopo con la composizione di Trittico romano. Esso si compone di tre grandi quadri: «Torrente», «Meditazioni sulla “Genesi”. Dalla soglia della Cappella Sistina», e «Colle nel paese di Moria». La prima tavola si apre con l’esperienza della creazione, della sua bellezza e della sua forza. Da qui si apre un pellegrinaggio controcorrente che ha la sua prima tappa nella seconda tavola del Trittico. Il milieu cosmico si allarga all’

 

ineffabile spazio che avvolge tutto –

È il Creatore:

Avvolge ogni cosa, traendo l’esistenza dal nulla,

e non soltanto in principio, ma di continuo.

 

Il poeta è all’ingresso della Cappella Sistina, e la visione è quella del Giudizio. Rapito dall’affresco, Wojtyła, come in un gioco di specchi, intuisce che il testo biblico genera una visione, la quale resta come in attesa che qualcuno la colga e la rappresenti artisticamente. Il racconto biblico aspettava il frutto della «visione», anzi esso era atteso sin da quando il Verbo si fece carne. Ogni uomo è chiamato a riacquistare questa visione di nuovo. Scriveva acutamente l’allora card. Ratzinger nel suo commento al Trittico: «Il cammino che conduce alla sorgente è un cammino per diventare vedenti: per imparare da Dio a vedere. Allora appaiono il principio e la fine».

Un pensiero poetante

Le architetture metaforiche della poesia di Wojtyła non sono affatto «leggere». Esse si intrecciano a domande inquiete e risposte di grande intensità spirituale che fanno appello a energie e meditazioni profonde. Per sensibilità, si inseriscono nell’alveo della cosiddetta «poesia metafisica» (da Dante a John Donne, a T.S. Eliot), caratterizzata da una immaginazione metaforica secondo cui le verità astratte si rappresentano in forma di immagini sensibili. Conferma questa natura «metafisica» la capacità che Wojtyła ha di cogliere e creare una serie di relazioni tra elementi concreti (la Polonia, la cava di pietre,…), personaggi (Simone di Cirene, Giacobbe, Veronica, Abramo,…) e idee, deducendo metafore da altre metafore. Dalle poesie giovanili, che seguivano una struttura formale precisa, l’ispirazione di Wojtyła si è mossa verso composizioni che seguono il ritmo del pensiero, e che si restringono fino all’ermetismo e si allargano fino alla meditazione in prosa. Tra pensiero e visione non sembrano esserci cesure: il suo è veramente «pensiero poetante», per citare Eliot, nel senso che tratta concetti filosofici e teologici, certo, ma non come materia di discussione, ma come materia di visione.


2 commenti a “Karol Wojtyła: nella poesia la “pressione” dell’invisibile”

  1. forma ha detto:

    “L’umanità e l’energia del mondo”

    Ricordo personale di Navarro-Valls: “Sopra il proprio appartamento, il Santo Padre aveva un terrazzo ampio, dove dopo una giornata intensa di lavoro saliva per fare due passi. Aveva fatto realizzare su quelterrazzo le 14 stazioni della via crucis, che celebrava ogni venerdì dell’anno. Un giorno, passando sul quel terrazzo, notai un dettaglio interessante: l’artista che aveva realizzato quelle scene in bronzo, aveva rappresentato come volto del Cireneo il volto di di Wojtyla”.
    Non conosco il nome dell’artista. Sarebbe interessante approfondire se c’è stato un colloquio-suggerimento alla sua “opera ispirata” da parte del Santo Padre e le eventuali interpretazioni e commenti.

  2. anton ha detto:

    Una figura su cui Wojtyla indaga spesso è quella del Cireneo. Quell’uomo, che torna pacificamente a casa dopo un giorno di lavoro e si vede chiamato, forzato, obbligato, a portare una croce non sua certamente, ma di un’altro, a lui addirittura sconosciuto. Sembra così simile questa figura del Cireneo alle situazioni della vita di qualsiasi uomo o donna, quando siamo costretti a sopportare una sofferenza che ci è estranea. […] Non a caso, nella poesia “Profili di Cireneo” (1958), Wojtyla parlava dei “Cirenei del nostro tempo”, tutti quei sofferenti controvoglia, che a un tratto scoprono nella Croce il senso autentico del loro soffrire.

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