La verità della vita

La lunga consuetudine con i testi degli autori classici, che, se letti in originale, comporta lentezza e penetrazione, crea vicinanza ed empatia tra il lettore moderno e l’autore antico con un crescendo di interesse nei confronti del secondo da parte del primo che diventa vera e propria curiosità quanto meno si hanno notizie storiche certe sul personaggio che ce lo possano delineare in una sua precisa fisionomia e far collocare in un ambiente definito. Caso molto coinvolgente è quello del poeta latino T. Lucrezio Caro, il cui poema filosofico De rerum natura rappresenta una lettura impegnativa, ma avvincente, capace di provocare forti emozioni, ma sulla cui figura nulla di sicuro sappiamo, mentre le scarse e tarde notizie che ricaviamo da San Girolamo possono non sembrarci degne di molta fiducia e nello stesso tempo acuiscono la nostra curiosità aprendoci inquietanti interrogativi, con quelle allusioni alla pazzia, al filtro afrodisiaco e al suicidio. Per tutte queste ragioni i lettori appassionati sono ritornati più volte a fantasticare sulla vita di questo personaggio dell’antica Roma, poeta e filosofo, cercando con la fantasia, alimentata dal rigore della filologia, di inventare la verità della sua vita.

Si era cimentato in quest’operazione una decina di anni fa Luca Canali, studioso della romanità particolarmente incline all’”invenzione” della verità della storia e sensibile alla penetrazione psicologica degli animi degli antichi, grazie anche al suo ricco bagaglio di conoscenze antichistiche. Ne era risultata una fittizia autobiografia di Lucrezio (Nei pleniluni sereni, Longanesi, Milano 1995), in cui il poeta si presenta come un uomo dal torbido rapporto con i genitori, dall’adolescenza sregolata fino all’incontro con Filodemo, maestro di dottrina epicurea; nell’età adulta appare poi capace di passioni violente e tormentate, ma anche di teneri sentimenti, mentre nel suo animo la vocazione poetica matura attraverso l’esperienza del dolore e viene portata avanti in un crescendo di tormento ed angoscia, senza mai raggiungere la decantata saggezza epicurea.
Il più recente Non parlerò degli dèi di Alieto Pieri (Le Lettere, Firenze 2003), classicista appassionato studioso di Lucrezio, ci presenta una biografia da cui il poeta appare molto diverso, ricostruito dall’amorosa fantasia dell’autore nello scenario della vita di Roma nella prima metà del I secolo, in cui si muovono i personaggi storici, tratteggiati sulla base dei dati e delle notizie a noi pervenute, di Cesare, Cicerone, Clodio, Catullo, Pisone e Clodia, di cui sono “inventati” i rapporti con Lucrezio e anche tra di loro, fatti di incontri, dialoghi, inviti, visite e scambi epistolari. Accanto a loro si muovono, secondo la migliore tradizione del romanzo storico, numerosi personaggi inventati, a cui si legano le parti più intime e quindi (nella finzione) più autentiche e veritiere della vita e della personalità di Lucrezio, in quanto determinano rapporti familiari, amicali, affettivi ed amorosi forti ed intensi. Tutto questo, però, non basta a rispondere alla domanda che da sempre gli studiosi e i lettori appassionati si pongono, chiedendosi chi fosse in realtà l’uomo antico, filosofo e poeta, che rispondeva al nome di Tito Lucrezio Caro e che ci ha lasciato un poema caratterizzato da “una tormentosa oscillazione tra fede e angoscia: fede nella intelligenza dell’uomo, angoscia per la capacità dell’uomo di trasformare le sue conquiste in degrado di sé e della stessa natura” (p. 355). Per l’autore questa fede, diversa dal tradizionale e consueto sentire religioso del mondo classico, avrebbe portato il poeta ad un anelito di monoteismo che lo avrebbe indotto a cercare risposte nella Bibbia degli Ebrei, dove comunque non avrebbe trovato strade tali da soddisfare la sua ansia di ricerca, sempre basata totalmente sulle possibilità della ragione. La tensione di Lucrezio verso la verità è particolarmente forte perché, secondo una personale lettura ed interpretazione dei vv. 41-43 del l. I da parte di Pieri, Lucrezio “scrive la sua opera […] per giovare alla comune salvezza” (p. 355), quindi avendo come obiettivo la salvezza dell’umanità dal dubbio e dall’errore. Tutte ipotesi affascinanti, ma pienamente gratuite. Di quel poco di cui con correttezza filologica si poteva usufruire l’autore ne ha tenuto conto con perspicacia e rigore, ma poi, proprio perché ha scritto “un romanzo, non un’opera filologico-critica” (p.359), è andato oltre intrecciando legami arbitrari, soprattutto con quella tradizione ebraica che si basa su un’idea estranea al mondo classico, quella della rivelazione, cioè di Dio che entra nella storia degli uomini e rivela loro la verità e la strada della salvezza tramite la Parola. Lucrezio si sarebbe avvicinato a questo filone culturale, preso dall’idea che forse non credeva “in più dèi ma in uno”, in quanto “Solo uno può essere perfetto” (p. 292), ma poi le idee espresse nella Bibbia lo avrebbero solo affascinato, ma non convinto, soprattutto perché ad esse si ribellava la sua ragione. “Il dio non crea, diceva, perché il creare è mutamento e il mutamento è segno di imperfezione.” (p.295).
Su questa linea tutto può essere utilizzato per inventare una propria verità, fatta di supposizioni e di interpretazioni, per avvicinarsi ad un proprio ritratto umano, psicologico e culturale del poeta amato, a cui in questo caso si vuol dare anche l’immagine di un volto reale, trasferendo con invenzione narrativa senz’altro felice, il busto tradizionalmente noto come Pseudo-Seneca trovato ad Ercolano nella “Villa dei Papiri”, dal filosofo stoico a Lucrezio. Tutto nella narrazione di Pieri può tenere in una coerenza storica e culturale, salvo qualche marginale riserva su alcune piante inserite nella descrizione del giardino di p. 174 (gardenie, camelie, peonie), ma allo stesso modo tutto può essere diverso, e anche contrario, perché la gratuità è tanta, anche se l’invenzione penetra nella storia e la vivifica con le verità del cuore. Infatti Luca Canali e Alieto Pieri, entrambi narratori di severo e serio impegno a livello storico e filologico, ci restituiscono due immagini di Lucrezio del tutto diverse, una inquieta fino ad essere umanamente stravolta, l’altra capace di attraversare il baratro dell’angoscia e ricomporsi in una sua umanità, entrambe senza dubbio proiezioni del narratore stesso.