Osservando le mani di mia madre

Osservo le mani di mia madre. E mi ricordo quelle di sua madre, mia nonna. Fino a qualche tempo fa erano molto diverse tra loro ma ora si assomigliano tanto, in particolare le dita mediane, un po’ storte, deformate dall’artrosi. Ma quando è accaduta questa metamorfosi? Difficile dirlo, la crescita, si sa, se è tale è sempre impercettibile.

Mi colpisce lo “spettacolo” di queste mani ma non tanto perché rivelano esteriormente un processo anche interiore di progressiva assomiglianza tra mia madre e mia nonna (come scrivono Carrera e La Porta nel loro saggio sul “dovere della felicità”, il problema delle figlie femmine è quello di diventare (pur non volendo) sempre più assomiglianti alla madre, mentre quello dei figli maschi è quello di non riuscire a diventare simili al padre) ma perché mi fanno pensare a questo fatto della metamorfosi e del confine sottile tra formazione e de-formazione. Le mani di mamma si stanno deformando (come verrebbe spontaneamente da pensare) o invece si stanno formando? Per rispondere penso che ci si debba prima porre una domanda preliminare, che poi forse è preliminare ad ogni pensiero umano, che è la domanda sul futuro, sul “dopo”, cioè: la morte è la fine di tutto?

SfasciacarrozzeMi sovviene un’altra immagine, che spero mi aiuti a mettere a fuoco il mio pensiero (al momento confuso e opaco anche per me): avete mai visto uno sfasciacarrozze o un deposito di auto da rottamare? Una volta mi è capitato di girare tra quelle montagne di automobili, anzi di carcasse di automobili. Sono entrato in un paio di quelle macchine, quelle più “agibili”, e le ho viste, dentro e fuori: a stento se ne poteva riconoscere il tipo e la marca tanto erano “deformate”. C’erano quelle con la vegetazione che era spuntata all’interno, quelle con sedili diversi o senza qualche sedile, quelle con la tappezzeria tutta strappata o quelle che erano più che altro dei posacenere a quattro ruote (ma quanto fumava il proprietario! ho pensato), per non parlare di quello che aveva fatto l’usura alle ruote e alla carrozzeria… L’usura, il logorio…quando un paio di anni fa mi è venuta l’ernia del disco, in concomitanza del mio ingresso negli “-anta”, ho cominciato a pensare a questo fatto che il nostro organismo è qualcosa che si consuma, come un ferro o una pietra che viene erosa dagli agenti atmosferici. Ma siamo un ferro liso e usurato oppure un marmo inciso e limato, in vista del capolavoro, da un artista paziente e geniale?

Ho conosciuto una persona che a seguito di un grave lutto (la perdita del padre) nel giro di pochissimi giorni, forse uno solo, ha sbiancato la capigliatura. Mi chiedo: non è più lui perché “qualcosa” dall’esterno lo ha trasformato in un altro oppure proprio ora è “lui” come non mai, perché ha reagito in modo personalissimo ad un evento che purtroppo capita a tutti prima o poi?

Ecco qua, il tema di cui volevo parlare: la “personalizzazione” (e quindi il suo opposto, la spersonalizzazione). Secondo me l’uomo non è persona, non lo è “ancora”. Cioè: persona si diventa, non si nasce. Siamo incompiuti in questa nostra vita e il nostro compimento è “al di là”. Progetti incompiuti, bozzetti che il pittore definisce e rifinisce continuamente ma l’ultima pennellata, l’ultimo colpo di scalpello è quello che avviene con la morte, o ancora dopo.

Il processo di personalizzazione è come la crescita, impercettibile e continua. Una volta ho letto sulla Settimana Enigmistica questa buffa notizia: il naso cresce sempre. Il mio, che è cresciuto già tanto, chissà dove vuole arrivare! Penso a quei medici che si trovano a esaminare i cadaveri e che si trovano spesso a mascheroni grotteschi, a caricature umane, a volti e corpi che all’apparenza hanno quasi perso i tratti umani. Ma forse questa, appunto, è un’apparenza. Forse quei corpi “deformati” non sono stati così umani.

Ripenso di nuovo alle automobili. Avete mai visto un autosalone dove sono esposte in fila tante automobili nuove e fiammanti? Sono tutte uguali, nessuna è diversa dall’altra. Terribile, no? Tutto sa di finto, di plastificato. Quanta vitalità (dolente) invece in quello sfasciacarrozze! È paradossale, ma ci credo. E lo stesso discorso si può fare con gli esseri umani. Quando nascono sono tutti uguali. Ricordo quando portavano mio figlio, nato da poche ore, in giro per la clinica in un carrello metallico che conteneva tutti i bambini neonati per distribuirli alle rispettive madri. Mia moglie diceva che sembravano tanti croissants, tanti piccoletti di un paio di chili l’uno tutti appiccicati l’un l’altro; tutti uguali. Infatti il terrore che silenziosamente prende i genitori è il rischio della confusione tra un figlio e l’altro. Che bello quando arriva quel braccialetto che indica il nome e il cognome! Il nome, cioè il segno dell’amore dei genitori, l’unica cosa che veramente distingue, che “fa” la differenza. Altrimenti i neonati si assomigliano tutti. Mentre i vecchi sono uno diverso dall’altro. Fino a qualche anno fa le mani di mia madre erano “normali”, ora sono davvero le sue.

Un’ultima riflessione: considero l’attore napoletano Antonio De Curtis, in arte Totò, uno dei maggiori benefattori dell’umanità, il mio debito nei suoi confronti è inestinguibile  (come ringraziare uno che ti ha fatto ridere per tutta la vita?) ma non condivido la “filosofia” che sta sotto la sua poesia più famosa, ‘A livella, peraltro molto suggestiva. Il senso ultimo di questa nota lirica è che la morte “livella” tutto e tutti, e tutti una volta morti, diventiamo uguali, per dignità. Il che ovviamente è giusto, non ci saranno sperequazioni sociali nell’al di là, ma tutto questo mi sa appunto di “sociologico”, di materialistico. Una poesia che mi sa di paganesimo, di fatalismo.

La morte invece, secondo me, non livella, non abbatte le differenze, ma le esalta. E’ davvero il momento della verità, quello in cui si svela tutta la verità di una vita, di una persona. Non siamo mai così “noi” come quando moriamo. E questo non perché “apparteniamo alla morte” come conclude il grande Totò, ma, al contrario, perché apparteniamo alla vita. O meglio, chiudo con un’altra domanda (che è la stessa che corre sottotraccia per tutta la mia riflessione): a chi apparteniamo noi?