La lezione di David Foster Wallace

Foster WallaceUna mente troppo sottile e un cuore troppo avido. Alla ricerca continua di un di più: di vita, esperienza, significati e qualsivoglia altrove che la realtà offre, promette e quasi sempre inesorabilmente nasconde. Anche se in modo forse un po’ troppo oracolare e vago si può provare così a raccontare  David Foster Wallace, probabilmente il più talentuoso e irriducibile tra gli scrittori contemporanei che da poco ci ha lasciati.
Autore di romanzi fiume come Infinite Jest, tradotto in italiano da Fandango, di raccolte di racconti colti, idiosincratici e debordanti come La ragazza dai capelli strani (Minimum Fax) e Oblio (Einaudi), sugellatore di saggi tra il divertimento e la filologia come Di tutto di più. Breve storia dell’Infinito (Ed. Codice) oppure di quelli raccolti in Tennis Trigonometria e Tornado (Minimum Fax), Wallace era uno di quegli artisti della parola nati per ricordare a tutti lo scandalo della scrittura. Qualcosa che lacera o diverte, ma che comunque altera e muta la nostra percezione del mondo. E in fondo, divide, perché così deve essere.

O lo si adora o lo si detesta, dicono i più, con la precisazione quasi sempre omessa, O lo si adora o lo si detesta, dicono i più, con la precisazione quasi sempre omessa, che in questo secondo caso ciò che fa difetto è la voglia di leggerlo veramente. E proprio veramente è un avverbio cruciale per l’interpretazione della sua opera. Sì, perché se c’è un’ossessione nella scrittura di Wallace è quella della verità. In questo è stato scrittore massimalista esigente quanto esorbitante.

Chi è frettoloso può fermarsi alla maestria dei suoi rimandi intertestuali, alla ricchezza delle sue allusioni, al gioco, sempre riuscito di sgattaiolare tra i registri e le citazioni: dai vertici della poesia fino alla pubblicità, da David Lynch ad André Agassi. Chi vuole mettersi in gioco di fronte alla sua pagina invece va a a caccia di questo filo di Arianna che magari invece è come una bussola, voluminosa e fin troppo ingombrante, per orientarsi nel suo mondo. Wallace in fondo non costruiva né svelava mondi. Wallace procedeva per accumulo, accumulava prove per dimostrare l’esistenza dell’io. Non un io narciso o autocompiacente ma un io che reclama la sua esistenza, il suo diritto di cercare qualcosa che duri, che dia senso, che si intrufoli stabilmente tra le cose. Ed era un mondo fatto di pezzi di attualità, il suo, e di ricordi – personali o televisivi – di manie tornadi e capitani di industria. Un mondo dove il destino ti scaraventa in un dilemma spietato quanto a volte incompreso e che si risolve in un atroce bipolarismo esistenziale: accettare i camuffamenti e i compromessi della realtà o sforzarsi di estrarre, quasi estirpare il senso della vita tra le cose. Come il protagonista dello splendido Caro vecchio neon, un racconto esemplare, magnifico e inarrivabile, in cui un uomo fa un bilancio della propria esistenza, spietatamente redatto trai poli dell’impostura e quello della verità per poi concludere con questa che è più di un’epigrafe: “Il significato dell’espressione la mia vita non si avvicina neanche lontanamente a quello che crediamo di dire quando diciamo la mia vita. Le parole e il tempo cronologico creano tutti questi equivoci assoluti su quello che succede per davvero a livello elementare. Eppure al tempo stesso la lingua è tutto ciò che abbiamo per cercare di capirlo e per cercare di instaurare qualcosa di più vasto o più significativo e vero con gli altri. Perché c’è questo tentativo al cuore di ogni esistenza che valga la pena di essere vissuta: instaurare qualcosa di più vasto o più significativo e vero con gli altri. Ecco allora che l’autore ipercolto, il “genio” secondo quanto dicevano di lui, si rivela per quello che veramente è: un marinaio solitario che si trova a cercare la sua rotta nel marasma della contemporaneità: uno che avrebbe meritato i mari di Conrad e si è ritrovato catapultato nella Fifth Avenue. Uno che ha disperatamente interrogato tutta la vita racchiusa nelle parole di chi l’ha preceduto e di chi l’ha accompagnato per cercare una movenza, una disposizione di cuore, una traccia di Altro e che quindi, a sua volta, fermatosi in secca, ha cercato di edificare grandiosi castelli, ma come quelli che i bambini fanno con la sabbia in riva al mare: fantastici, speranzosi, azzardati, un po’ pretenziosi: convinto in fondo al cuore che ci fosse un premio per questo infaticabile lavorio. Ed è per questo che, dietro all’ultimo disperato gesto di togliersi la vita, vogliamo alimentare la speranza che ora abbia alla fine trovato. Un posto dove le sue parole e quelle che più aveva amato senza riuscire ad afferrare, finalmente coincidano.