Brunori Sas ha forgiato una lama affilatissima. A doppio taglio.

Te ne sei accorto sì, che parti per scalare le montagne, e poi ti fermi al primo ristorante e non ci pensi più.

La verità è che ti fa paura l’idea di scomparire e che non vuoi cambiare. Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non credi neanche più.

Sono superficiale. In fondo sai lo sai anche tu che siamo figli delle stelle e della tv.

Ma tu mi parli ancora di pensione e di barconi pieni di africani come se fossero problemi tuoi, come se non c’avessi già i problemi miei.

Don Abbondio sono io affacciato alla finestra a guardare le macerie a contare quel che resta.

Certo non è bello quando guardo il mio castello in aria e penso che un castello sulla terra così bello non ci sta.

Hai notato l’uomo nero spesso dice che noi siamo troppo buoni e che a esser tolleranti poi si passa per coglioni.

Ma non ti sembra un miracolo che in mezzo a questo dolore e tutto questo rumore, a volte basta una canzone, anche una stupida canzone a ricordarti chi sei.

Quello che ho riportato è un collage di versi pescati da “A casa tutto bene”, l’ultimo album del cantautore calabrese Brunori Sas.

È un album che mi ha spaccato in due, perché dentro ci ho trovato la voce del grillo parlante perfetta per me (e per quelli come me).

Chi sono io? Un bravo ragazzo nato negli anni settanta, che ha trovato un posto al riparo dalla bufera che spazza il paese. Che coltiva la propria buona coscienza affacciato alla finestra a guardare le macerie a contare quel che resta e che non sa rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non crede neanche più.Le mie serie tv, un’interazione virtuosa con i social media, un giochino sul cellulare, i miei libri (quelli scritti e quelli letti), l’ultimo album di Brunori Sas.

Finché arriva “La verità”, una canzone, solo una stupida canzone a ricordarmi chi sono.

E poi?

Sopra ho scritto che “A casa tutto bene” mi ha spaccato in due. È sbagliato. È più corretto dire che mi ha punto. Ascoltando, mentre correvo, il primo pezzo dell’album mi sono guardato allo specchio, ho provato un pizzico di vergogna e avvertito distintamente la puntura del dolore, così forte da farmi luccicare gli occhi. Ho contemplato quel dolore, l’ho assaporato, ho persino provato una senso di orgoglio per il coraggio che dimostravo nel guardare in faccia i miei scheletri. Quindi sono passato alla canzone successiva, correndo fino a casa.

Dove voglio arrivare?

Ascoltare canzoni – o leggere una pagina o guardare un film – che ci mettono a nudo non basta. Può, persino, ridursi ad un rituale autoconsolatorio che lascia intatto il guscio in cui siamo chiusi.

Un’opera d’arte più darci il dono di uno sguardo esterno che ci rende consapevoli del nostro stato, ci può prendere per mano e portarci fino alla soglia di un cambiamento. Ma, per abbandonare il nostro castello costruito in aria, bisogna lasciare quella mano, che è una creatura del castello, ed entrare nel  castello sulla terra.

Che è meno bello, meno sicuro. Dove ci sono le macerie, gli africani, i problemi degli altri, dove si può scomparire. Dove cercare di essere troppo buoni in un posto di cui non abbiamo alcun controllo.

E questo è il bello.