Emanuel Carnevali: “semino parole da un buco della tasca”

Parte del testo confluito negli Atti della giornata di studi «”Sono un vagabondo e semino parole da un buco della tasca”. Emanuel Carnevali (1897-1942)», Bazzano (BO) 11/10/08 (Flyer)

Emanuel Carnevali«Carnevali è una bomba che esplode entro la nostra cultura d’oggi» , così Maria Corti commentava nel 1978 la prima pubblicazione in Italia degli scritti di Emanuel Carnevali. Nel leggere l’opera poetica, narrativa e critica di questo autore italo-americano si ha l’impressione di avere tra le mani un tizzone ardente che si è consumato troppo in fretta, bruciato al tempo di una visione, di un lampo, di un grido.

Se in Italia non fosse stato pubblicato Il primo dio , una raccolta di suoi scritti narrativi, poetici e critici, forse negli anni la memoria di questo scrittore si sarebbe persa definitivamente, almeno per il pubblico dei lettori. Eppure Carnevali, oltre ad essere uno dei migliori poeti italo-americani in lingua inglese,  è stato tra di essi il primo a entrare in un confronto critico pieno e paritetico, schietto e per nulla diplomatico, con gli autori statunitensi più apprezzati del suo tempo, quali, ad esempio, Ezra Pound , William Carlos Williams , Sherwood Anderson e Carl Sandburg, divenendo persino condirettore per pochi mesi della prestigiosa rivista letteraria Poetry .

Carnevali fu dunque il primo tra i nostri poeti d’emigrazione a ben posizionarsi nei circoli dell’avanguardia letteraria statunitense. Egli fu anche in corrispondenza con autori e critici italiani quali Giovanni Papini, Benedetto Croce e Carlo Linati. In particolare, proprio Linati nel 1934 gli dedicò su Nuova Antologia un saggio comprendente anche varie traduzioni originali . In vita egli vide pubblicato solo un libro, dal titolo A Hurried Man («Un uomo che ha fretta»), una raccolta di poesie, racconti, saggi e recensioni . Il volume uscì nel 1925, stampato a Parigi da Robert McAlmon, editore dei fuoriusciti d’America quali, ad esempio, E. Hemingway.

Egli, «bruno, dal colorito olivastro, dagli occhi neri e ardenti» , considerato il «poeta maledetto» dell’immigrazione italiana negli Stati Uniti, accostato spesso ad Arthur Rimbaud e Dino Campana, nacque a Firenze il 4 dicembre 1897. La sua vicenda esistenziale è sin dall’inizio tormentata. Egli la descrive nel romanzo autobiografico  («Il Primo Dio»), volume di febbrile intensità, intrisa di amarezze, ribellioni, sogni e immaginazioni .

Una giovinezza tormentata

Leggendo The First God si rimane colpiti dalla forza visionaria espressa sin dalle prime battute: «Ricordo una stanza bianca, con bianca luce di sole che filtra da alte finestre: in essa mia madre e una vecchia signora tutta bianca, stanno chine su di me. Potevo avere dai due ai tre anni» (PD, 17). I ricordi dell’infanzia e del trasferimento dalla Toscana a Biella, la «Manchester italiana», nella mente di Carnevali si mescolano ai ricordi della vista del mare tra le gallerie che il treno attraversava, «il mare pulsante, il mare di Ulisse e di Herman Melville, un mare scherzoso di tante piccole onde, e gli spruzzi che ci sputava in faccia, tutto nello spettacolo del mare, nel grande spettacolo del mare, volubile mare che cambia vestito tante volte. Il mare di quel borghese di Conrad, e il mio proprio mare, fabbricato dalla mia immaginazione e dalla sua presenza» (PD, 19).

Carnevali fa l’esperienza di giorni e giorni di navigazione all’età di 16 anni, nel 1914, quando si imbarca per gli Stati Uniti su una «vecchia carcassa mezza marcia», facendo così «il grande balzo» (PD, 61 s). Il mare, prima maestosamente calmo e poi tempestoso di furia rabbiosa, capace di spruzzare acqua in forma di «milioni di brillanti» sulla nave che lo solcava inclinata, rappresenta il ponte di fuga da una situzione familiare insostenibile, riassunta dal poeta in poche battute di grande virulenza contro il padre, definito come «il più ignobile degli uomini» (PD, 20), uomo «che si porta in giro una faccia nera e nasconde un cuore nero» (PD, 32), «nero dentro e fuori» (PD, 36). La sorellastra Maria Pia ha messo in luce la drammatizzazione eccessiva dell’incompatibilità tra padre e figlio che emerge dalla pagine di The First God, anche se conferma la «concezione completamente opposta dell’esistenza tra i due; infatti, per un uomo d’ordine qual era lui [il padre] un figlio che scegliesse un genere di vita alla Rimbaud era un enigma che egli non voleva nemmeno tentare di risolvere» (PD, 11). Del tutto opposto l’atteggiamento verso la madre, vera «Mater dolorosa» (PD, 22), a cui va tutto l’affetto e la gratitudine dello scrittore per le sofferenze patite a causa della famiglia. Alla figura materna è da accostare quella della zia, a cui egli afferma di dovere l’educazione dell’anima: «Non avevo miglior confidente, miglior compagno, nessuna persona più cara di lei. Ho l’impressione che fu lei a fare di me un poeta, anche in quei lontani giorni dell’infanzia e dell’adolescenza» (PD, 28 s).
Se l’infanzia è coloristicamente definita da Carnevali come il periodo «bianco», l’adolescenza è il periodo «rosa», perché, a confronto col periodo successivo, essa appare «mite e lieve» (PD, 39). E’ il periodo degli studi in collegio a Correggio (Convitto «Rinaldo Corso») e poi a Venezia (Collegio «Marco Foscarini»). Ma soprattutto è il tempo dell’«esplosione» delle passioni dell’adolescenza. Carnevali, guardandosi allo specchio, si sente una pentola in ebollizione: «La mia faccia rivela voglia di esplodere e che l’esplosione avverrà presto. […] Nella mia faccia c’è tutta intera la lotta di idee, impressioni, sensazioni vecchie e superate» (PD, 45). La prima passione ad essere presentata è quella per la lettura: «Mi piaceva leggere. A casa avevo divorato tutto quello che c’era da leggere» (PD, 39). Ma presto è l’intensa affettività del poeta che emerge con prepotenza e sensualità: «l’amore comprende in sé ogni stato d’animo, ogni nuovo stato d’animo, ogni necessità e ogni passione» (PD, 49). Egli vive amori e amicizie con la medesima intensità emotiva e il medesimo trasporto. L’amata Isolda è «un poema di grazia e bellezza. […] Aprì il mio cuore e con le sue belle mani vi gettò dentro una manciata d’amore» (PD, 48); il compagno Giovanni è «un amore vero, fervido, appassionato, stupendo […]. Quando lo tenevo per mano ero felice» (PD, 51s). La vicenda scolastica di Carnevali, proseguita all’Istituto Tecnico «Pier Crescenzi di Bologna», dove è allievo di Adolfo Albertazzi, un discepolo di Carducci, si conclude con la decisione di partire per l’America. Il padre non oppone alcuna resistenza. Carnevali parte. Aveva solo sedici anni. Avrebbe fatto ritorno in Italia appena otto anni dopo, l’11 settembre del 1922 a causa di un’encefalite letargica. Da quel momento avrebbe trascorso il resto della sua vita negli ospedali, confortato dalle lettere dei suoi amici americani e persino da qualche loro visita. La morte sopraggiunse all’età di 44 anni in una clinica neuropsichiatrica di Bologna, provocata da un pezzo di pane andato di traverso.

Tra lavoro e poesia
Dopo il periodo bianco e il periodo rosa, si apre per Carnevali la vita oltreoceano. il periodo che egli definisce «nero». E’ il 5 aprile 1914 quando Carnevali mette piede a Manhattan: «Questa, dunque, era New York. Questa era la città, di cui avevamo tanto sognato e questi erano i favolosi grattacieli. Provai una delle più grandi delusioni di tutta la mia vita infelice. Quei famosi grattacieli altro non erano che enormi scatole che si ergevano davanti a noi, oppure di lato, terribilmente futili, spaventosamente poco importanti […]» (PD, 67). Si alternano permanenze in camere ammobiliate e lavori precari. Carnevali fa il lavapiatti in una trattoria della Grand Central Station, poi nel The Yale Club. Successivamente diventa cameriere, ma poi viene licenziato e conduce una vita sempre incerta, saltando da un posto di lavoro all’altro, senza certezze.
Tra le righe di questa vita instabile e misera si fa largo sempre più la passione per le parole. L’ispirazione poetica diviene un vero tormento irrefrenabile: «Trascinavo questo mio povero corpo da un ristorante all’altro, non come cliente, ma come servitore: lo portavo in miseria da un hotel all’altro. A volte erano le poesie che mi consumavano i pensieri, muovendosi come un esercito di formiche nel mio cervello oppure divorandomi come tanti vermi. Perché questa preoccupazione per le parole, pensavo, se non c’è nessuno che le ascolti?» (PD, 74) . L’America, «grande casa di lavoro coatto per uomini forti» (ivi), è una sfida continua, un continente da ferire con l’aggressività di cui Carnevali era capace: «America, tu eri un peso terribile sulle mie fragili spalle. A volte mi pareva di portarti, tutta intera, sulla schiena. Non sono mai stato capace di prenderti alla leggera, di scherzare con te» (PD, 80). Essa è la terra che raccoglie / i ribelli, gli infelici, i miserabili; / la terra delle imprese puerili e magnifiche: / gli ingenui grattacieli – candele votive / sulla punta della supina Manhattan / […] America tremendamente laboriosa, / costruttrice di città meccaniche. E’ la terra dal grido sgraziato di un’acerba gioventù (The Return).

Eppure – scrive Carnevali – «c’è sempre una piccola luce accesa, che mi guidava attraverso l’America, questo paese al buio. Sapevo di essere un poeta e covavo nel mio animo la voglia di scrivere» (PD, 74). Carnevali, in realtà, non racconta in modo compiuto e dettagliato l’evoluzione della sua vocazione alla scrittura letteraria. Nelle pagine di The First God egli allude a un «senso di silenziosa esaltazione». In altre pagine Carnevali si sofferma maggiormente su una forma di esperienza simile, ma più caotica: «I miei pensieri erano oscuri, chiusi in un buio mentale, perché non trovavo quasi mai le parole per esprimerli. E fu allora che avvertii questo terribile fuoco che è dentro di me, un fuoco che tenta continuamente di sfuggirmi di mano» (PD, 115). Dal sogno o dal buio l’ispirazione si staglia con un balzo improvviso e forse imprevedibile (cfr PD, 87), trovando poesia e ispirazione anche nella concreta realtà prosaica che aveva davanti a sé, persino nel lavoro quotidiano. «Una volta – racconta Carnevali – trovai da lavorare nel Lincoln park; dovevo tagliare i rami ammalati di alberi che per il resto erano ancora sani, e spruzzare dovunque arsenico e veleno al piombo, per uccidere i piccoli bruchi colorati. C’era in quel lavoro tutta la poesia di cui avevo bisogno» (PD, 116).
L’inizio pubblico della carriera letteraria di Carnevali è rappresentato dalla vittoria nel 1918 del primo premio For Young Poet indetto dalla prestigiosa rivista Poetry di Chicago, diretta allora da Harriet Monroe, che gli fu amica e sostenitrice. Carnevali per un breve periodo diviene anche associate editor del periodico. In quell’anno diviene segretario di Joel Elias Spingarn, amico di Benedetto Croce. Grazie a questo lavoro egli scopre riviste quali La Critica e La Voce, e desidera aprire una corrispondenza epistolare con Prezzolini, Papini, Soffici, Slataper e Palazzeschi e con lo stesso Croce, di cui divenne traduttore . Nel frattempo diviene amico di alcuni dei maggiori scrittori statunitensi del suo tempo. Non pochi si accorgono del soffio selvatico della sua poesia, che prescinde da raffinatezze formali e compositive: «A Emauel Carnevali, un emigrato italiano, – scrive il critico francese R. Michaud – venne riservato il compito di purgare la poesia nordamericana da ogni artificio. Sotto a ciascuno dei suoi versi c’è un uomo che soffre: in lui c’è un realismo non soltanto pittoresco ma umano e commosso. Mentre gli Imagisti saccheggiavano i musei e le biblioteche, Carnevali cercava la sua poesia nei ghetti e nelle taverne di New York e illuminava gli aspetti luridi e triviali della vita con una chiarità tutta sua, affascinante e buona» .

Robert McAlmon, suo editore, testimonia la «violenza dell’adolescenza» e la «grande vivacità di spirito» che traspare anche dal Carnevali critico letterario (PD, 409) . Lo stesso poeta scrive di sè: «I critici sono foglie morte che giacciono immobili mentre lassù, in alto, infuria l’uragano. Dire qualcosa mentre si è rapiti dall’uragano, ecco l’unico fatto che possa compensarmi di non essere io stesso l’uragano; e anche l’unico modo di scrivere criticamente su un poeta» (PD, 370 s). Le sue pagine critiche dunque sono un «tentativo di dire qualcosa sull’arte dal punto di vista dello scrittore» perché «non si può dire che cosa sia l’arte se non producendo un lavoro artistico» .

Il destino di un «American Poet»
In una lettera a Harriet Monroe, Carnevali afferma di voler diventare un «poeta americano» (I want to become an American Poet). Egli non sente vicini a sè i modelli italiani di buona letteratura: «Non mi piace Carducci, ancor meno D’Annunzio. Degli autori americani ho letto piuttosto bene Poe, Whitman, Twain, Harte, London, Oppenheim e Waldo Frank. Credo nel verso libero. Mi sforzo di non essere un imitatore». Il desiderio di essere un «poeta americano» ha innanzitutto un peso di carattere linguistico ed è confermata dal fatto che egli, pur costretto a tornare in Italia, continuò a scrivere fino alla fine in lingua inglese. Tuttavia basta scalfire la superficie linguistica dell’opera di Carnevali per coglierne quella che è stata definita la «clamorosa latinità» , che giunge alla traduzione letterale in inglese di parole ed espressioni italiane che in inglese perdono di smalto . Certo, il fatto di voler essere un American Poet è anche frutto della volontà di essere riconosciuto e considerato tale dal suo pubblico e dall’establishment letterario. Ma non crediamo affatto che si possa chiudere il discorso così rapidamente, come se Carnevali sia artefice di un semplice travestimento linguistico o vittima di una mera illusione presuntuosa. La questione della lingua letteraria per Carnevali è troppo vitale, come del resto testimoniano le parole di un’intervista che egli rilascerà molti anni dopo il suo ritorno in Italia: «In italiano non so scrivere. La lingua è una creatura, sangue nervi muscoli: bisogna conoscerla» .

In realtà si potrebbe parlare più correttamente, come ha fatto C. Linati, di «trapiantazione spirituale»: «poche cose m’incuriosiscono e mi piacciono di più nell’arte del Carnevali quanto questo sentir battere nell’onda della sua prosa inglese il polso della nostra razza, il ritmo inconfondibile del nostro sentimento» . E in effetti lo stesso Carnevali ammette: «l’inglese ha assunto per me l’aspetto di un dialetto italiano» . La sua potrebbe essere definita propriamente una «lingua esiliante», nel senso che è una lingua che vive una permanente situazione di esilio: la lingua materna è l’italiano, ma la lingua letteraria è sempre e solo l’inglese. L’incontro tra queste due lingue non dov’essere stato facile sia nel passaggio dall’Italia agli Stati Uniti sia, a maggior ragione, nel suo ritorno in Italia, dove si ritrova a parlare un italiano con incertezze sintattiche e lemmatiche, come dimostrano le sue lettere a Papini, Croce e altri intellettuali italiani, infarcite di anglismi . Questa contaminazione linguistica genera un inglese complesso, un po’ selvatico, «cantante e saporito» , che tende alla visionarietà dell’ispirazione ed è insieme estremamente sensibile alla musicalità di una lingua che è «danza vertiginosa e jazz impazzito» (a dizzy dance and a mad jazz) . Tutte le metafore esplosive e tempestose sono sempre adatte per descrivere la poetica carnevaliana.

La lingua si dispiega in maniera flessibile ed irruente ad esprimere con urgenza e clamore le immagini della vita ordinaria, quello che Carnevali definisce nel titolo della sua prima raccolta di versi liberi, composta a 21 anni, The Splendid Commonplace, «Lo splendido luogo ordinario». Ecco allora il desiderio esprimersi vigorosamente: Vorrei una tromba potente come il vento / per suonare al mondo / lo splendido luogo comune: / «Bella giornata, oggi!» (In this hotel). E nell’ordinario splendore si distinguono persone, oggetti, sentimenti e altro ancora: il postino, che con fierezza nella sua borsa sudicia porta la mia felicità:/ un bacio del mio dolce tesoro (His Majesty the Letter-carrier); il sole che fra le due tende abbassate entra nella mia stanza con l’allegra furia/ di un pugnale vittorioso brandito da un avventuroso fanciullo (Drôlatique-sérieux) e soprattutto l’amore, torrente che furioso fuggiva ruggendo e struggendo ogni cosa (ivi). Il poeta, con occhi pieni di lampi e scintille (Charles Lessing P., Seven), è chiamato a cogliere questo splendore ordinario, a cercare le ultime visioni di salvezza (Afternoon). In tal modo è possibile prefigurare una vera e propria resurrezione poetica: pensate al giorno, in cui dal sonno delle vostre tombe,/ vi desteranno il tuono delle vostre voci/ e il vento forte, fresco della vostra musica:/ e nella terra fertile degli anni/ le vostre voci fioriranno e diverranno tuono,/ la vostra musica diverrà vento che purifica e crea (To the poets). Un modello di questi poeti che colgono lo splendore rude dell’ordinario è certamente Walt Whitman a cui è dedicata una poesia: Mezzogiorno sulla montagna! – / E tutti i picchi sono facce rudi, potenti d’amore per il sole / Tutte le ombre / sussurrano del sole (Walt Whitman). In America, scriverà Carnevali, «la poesia che non segua la grande strada di Walt Whitman […] è destinata ad una vita breve» .

All’ispirazione turbinosa e senza requie si affiancherà la malattia che lo porterà al rientro in Italia per un lungo ricovero, durante il quale scriverà The First God, il suo romanzo autobiografico, che venne pubblicato in una prima edizione parziale nel 1932. L’Italia – egli scrive – riceve benigna / questo rottame – il mio corpo malato, / e questa fioca luce di candela – la mia anima (The return).

Alla ricerca di «visioni di salvezza»
Carnevali, ripensando alla sua esperienza americana, che coincide con gli anni della sua giovinezza più piena ed esuberante, si definisce «clown della sensualità» (PD, 89). C’è anche dell’ironia amara in quest’espressione che ben rivela il senso delle sue molteplici avventure con le ragazze compiacenti che affollavano locali e pensioni. Il poeta però, quando ricorda, si trova già degente in una clinica e, col senno di poi, si percepisce alla deriva e in maniera coscientemente impietosa descrive una lenta discesa agli inferi che lo muta in «una nube nera, pronta a trasformarsi in una fioritura di tuoni e di lampi, sempre sospesa, sempre incombente» (PD, 85). Tutto, anche il piacere, sembra essere assorbito da un maledettismo non di maniera, ma vissuto, reale, ruvido, capace di generare una miscela di forti emozioni e altrettanto vertiginosi sbandamenti.

In questa discesa agli inferi appare fondamentale la posizione religiosa di Carnevali. Dio è spesso nominato, ma sempre per essere negato. Egli, addirittura, protesta: «Non ho mai creduto in Dio, nemmeno da bambino, e quando pronuncio la parola “Dio”, si tratta solamente di un simbolo sentimentale. In un modo o nell’altro Dio non ha trovato posto nel mio spirito» (PD, 85; cfr anche 112). Emerge dalle pagine del poeta un palese disprezzo irritato e risentito per la religione, fino al grottesco. Si sarebbe tentati di dire che c’è tanta «devozione» nel nominare Dio, sebbene in funzione di una sua radicale cancellazione. Confessa Carnevali: «Cristo non ha mai cessato di essere immenso, per me, e penso che il Vangelo sia il libro più bello che sia mai stato scritto; tutto l’armamentario della divinità non ha fatto altro che danneggiare quell’uomo splendente che fu Cristo. La religione ha sempre torto, Cristo ha sempre ragione […]» (PD, 84). Il Cristo di Carnevali dunque è un uomo, romanticamente inteso come essere grandioso, persino wildianamente inteso come poeta, ma pur sempre uomo e solo uomo, fuori da ogni prospettiva religiosa trascendente.
Tuttavia, ereditando la lezione di Withman, Carnevali non abolisce affatto la religiosità, ma semplicemente la trasferisce sic et simpliciter nel campo dello sforzo umano. Nel quadro di un umanitarismo religioso è l’uomo stesso a farsi dio: Divino io sono dentro e fuori, e rendo santo tutto quello che tocco o che mi tocca. / […] Questa testa vale più delle chiese o delle bibbie o delle fedi, scriveva Whitman nel suo Canto di me stesso. Ecco l’esito di questa fiducia nell’umano: il poeta è il vero figlio di Dio, per cui egli può e anzi deve presentarsi con tratti messianici. Carnevali esprime pensieri simili, ma in una forma decisamente più allucinata, iniziatica e, come lo stesso poeta ammetterà, folle, malata di una «malattia enorme, primordiale» che avanzava in lui «con un remoto e graduale crescendo di suoni e di potenza» (PD, 135). Ecco come si esprime: «Ora credevo fermamente di essere l’Unico Dio. Ma nessun dio fu mai più umile di me, nessun dio face mai sbagli peggiori, nessun dio fu mai così brutto come me. Nessun Dio mi aveva mai soddisfatto come questo dio improvvisamente concepito, e nessun dio mai scaturì tanto spontaneamente alla vita, e nessun dio desiderò mai con tanta passione i colori del mondo. […] Urlavo a squarciagola la mia pazzesca formula della divinità, ripetendo che io ero, per me stesso e per tutti gli uomini, il Primo Dio, l’Unico Dio» (PD, 129). Per questo Carnevali afferma di credere «in tutte le distorte e strane e disperate tracce di divinità che i giovani, al loro passare, lasciano nel mondo» (PD, 374) e, per lo stesso motivo, afferma la sua passione per un poeta come Arthur Rimbaud, un vero «terremoto» (PD, 385), da Carnevali definito come «l’Avvento della Giovinezza» (PD, 370), cioè esattamente con la stessa espressione che egli utilizzò per definire la città di New York (PD, 71). La passione per Rimbaud giunge persino a trasformarsi in un’invocazione orante: Immergimi nella visione della mia giovinezza, comunicamela per sempre. / Fa’ ch’io non torni con il resto alla fornicazione e all’oblio. / Fa’ ch’io accetti la visione fino in fondo – fino, anche, alla follia. / Non uccidermi ubriacandomi di te, non soffocarmi con le parole della bellezza tua, quando son solo. / Fa’ ch’io accetti «l’atroce morte dei fedeli e degli amanti» (PD, 375).

In particolare, Carnevali avverte come propria una dimensione messianico-salvifica: «forse avrei potuto salvare questo mondo schifoso» (PD, 90). Da cosa? Dai desideri inutili, dal pensiero che l’amore sia un fatto secondario, dal sentimentalismo, dal bigottismo, dall’«essere troppo difficile perché possa essere capito, dall’esser troppo scomodo per viverci o per morirci. Salvare il mondo dall’essere senza fiori, dall’essere troppo pietoso» (PD, 90 s.). L’elenco potrebbe continuare, ma la sostanza è semplice da cogliere: Carnevali vive una ribellione esplosiva che cerca disperatamente e titanicamente traiettorie di fuga, di realizzazione, di salvezza dalla morte che, a suo giudizio, è la vita che vive ordinariamente la gente: «della letteratura si può parlare come qualcosa di diverso dalla vita solo quando essa è più vita della vita stessa, e tale è sempre, se chiamate vita la morte che il volgo vive» (PD, 365). La poesia è il luogo in cui si concentrano e si esprimono queste tensioni a volte fino al parossismo: il vero poeta è diverso dall’uomo perché «è più uomo della solita bestia» (ivi). Tutti gli altri sono rigettati quali «poeti delle vecchie forme, poeti passati» (PD, 362).
Carnevali è alla ricerca spasmodica di visioni di salvezza (Pomeriggio), ma senza riuscire a sfondare realmente il cerchio di un radicale riferimento a se stesso, alle proprie esigenze e alle proprie risorse: «Io ero il centro della terra; l’intero universo ruotava intorno a me» (PD, 133). Si tratta di uno slancio forte che proviene da un uomo che percepisce se stesso come «una cosa che corre» (PD, 368). E tuttavia il poeta che esprime questo dinamismo è destinato a ripiegarsi su se stesso, a starsene come una noce nel guscio, / senza né felicità né infelicità (Sketch of Self), però nella contemplazione di un fallimento inevitabile: la testa che ha l’intenzione / di volare in cielo (Queer Things), ormai purtroppo non lo tocca più e, anzi, non batte più contro le stelle (The Return IV). Dietro ogni sua poesia, Carnevali stesso ammette, «appare il disegno di un progetto più ampio, evasivo e, forse, irraggiungibile» . Ecco dunque l’amara constatazione: Ora io sono soltanto / frammenti (Shorties III). Dalla spinta di un ottimismo aggressivo all’abbandono in una «terra desolata» di eliotiana memoria il passaggio per lui fu troppo breve e ustionante: Notte, io brucio / come un pezzo di carta / dentro il tuo cuore (Night). Le parole che un tempo erano fiori, diventano microbi (Dead Books and their Authors).

Se la poesia del Carnevali americano è stata accostata a quella di Campana, quella del Carnevali del ritorno in Italia tende ad avere assonanze significative con quella di Guido Gozzano. A permettere questo accostamento è, tra l’altro, la sua poetica della malattia, metaforica ma anche reale, simbolo efficace della incapacità di vivere, per niente compiaciuta, dell’artista, che si riconosce ridotto in frantumi (cfr PD, 145) . Scrive, gelido, nel 1931: Ho imparato a non temere la morte, / io che muoio una volta al giorno. / Ho imparato a farmi beffe della vita, / io che vivo così poco./ Ho imparato a non provare amore – / il mio cuore di legno mi ha aiutato (Shorties VI). Anche la sua mancanza di fede lo fa soffrire. Scrive infatti nel luglio del ’34 a Linati: «Soffro molto e siccome non credo in Dio mi manca anche il conforto che  non lo nego – la religione mi potrebbe forse dare… Siamo esseri troppo piccini per avere una religione – uno sguardo la cielo ci fa pensare che siamo cenere e peggio» . L’unica consolazione sono le immagini della campagna italiana che suggeriscono una religiosità orante, almeno per un istante riconciliata: Dalla carne delle montagne vengono / quei fiori di ciliegio, gli alberi che alzano / le loro braccia fiorite in una dolce preghiera (The mountains).

«Il conseguimento della poesia è il conseguimento della vita»

I testi di Carnevali esprimono la consapevolezza che i commonplaces, i «luoghi comuni» della vita, della propria storia, per quanto essa sia piccola e irrisolta, possono contenere un sogno, un ideale, visioni di salvezza. Su questo si basa la fiducia nell’espressione artistica. Carnevali è efficace nell’indicare la necessità di una via d’uscita ma non nell’indicare quale essa sia, quale sia quella percorribile. Dopo aver chiuso le sue pagine si ha infatti l’impressione di un’ardente ma radicale incompiutezza: il sogno è appena sfiorato, il talento rimane una promessa, il coraggio senza obiettivo sicuro. Il Carnevali uomo sopravvive penosamente al Carnevali scrittore, che resta un artista dalle attese incompiute, dal grido smorzato, dal destino interrotto, dalla salvezza impossibile. Che la letteratura alla fine non «salvi», che essa non basti più per rispondere alla domanda «Perché dovrei vivere oggi?» , Carnevali lo comprese, vivendo con essa un rapporto sì di amore, ma anche di odio, che lo porta a scrivere del suo diario: «Se egli odia qualcosa, odia (hates) la letteratura, per la sua piccolezza: quello sono io» . La sua carriera e i suoi sogni furono stroncati dalla malattia, la quale appone l’aggettivo «incompiuta» su tutta l’opera e la vicenda artistica del poeta.

Carnevali amava Rimbaud per il suo dérèglement. Ma occorre chiarire che con questo termine non è da intendersi la «sregolatezza», col suo significato etico . Sesso e droga, quest’ultima assunta per ragioni mediche, non sono per lui espressioni edonistiche di un maledettismo estetico: sono le tappe di una deriva inarrestabile, di un’oggettiva discesa agli inferi. Il maledettismo di Carnevali è una circostanza reale, non una scelta di vita. Il suo dérèglement artistico ed esistenziale, come quello di Rimbaud, è a suo modo una «mistica allo stato selvaggio», per usare l’espressione che Paul Claudel utilizzava a proposito del poeta francese. E’ uno «sregolamento» tutto teso a superare le «regole» di un’esistenza chiusa tra luoghi comuni senza splendore. Per Carnevali «le strade per il sole sono aperte e presto saranno affollate di poeti che si aspettano un messaggio del sole» . Il dérèglement di Carnevali è dunque un movimento di conoscenza che non teme di essere «rapito dall’uragano» e che porta sia Rimbaud sia Carnevali a dire: «Voglio la libertà nella salvezza» (PD, 371).

«Il conseguimento della poesia è il conseguimento della vita» (ivi): l’arte e l’ispirazione per il poeta italo-americano costituiscono il ring di un corpo a corpo con l’esistenza reale: ciò che precisamente voglio/ è prendere la vita di petto (to take life very hard), scrive in Letter to Harriet Monroe. Da questa lotta egli però esce sconfitto, consegnandoci, se lo accettiamo, un compito impegnativo: la ricerca di una visione di salvezza che sia forza e speranza di una vita degna di essere vissuta.