Bimbi d'Africa

Quando Antonio Spadaro accenna ad un libro da leggere, io mi affretto ad acquistarlo, perché so che non sarò delusa, ( se mai turbata, se non sconvolta), perché il suo punto d’osservazione sul mondo è di ampio spettro e il suo giudizio letterario sicuro. Così è stato anche per Di’ che sei una di loro di Uwem Akpan (Mondadori, 2009), opera di un gesuita di origine nigeriana che attualmente insegna nello Zimbabwe. In copertina il libro viene indicato come “romanzo”, anche se la definizione può considerarsi impropria, in quanto si tratta di cinque racconti, accomunati da parecchie caratteristiche, ma con personaggi diversi e senza collegamenti di trama tra di loro. Questo comunque nulla toglie alla suggestione e alla potenza narrativa del testo, che ha come filo conduttore il guardare e descrivere gli angoli peggiori e le situazioni di vita più brutali dell’Africa nera dal punto di vista dei bambini, quei bambini che tante volte abbiamo visto in TV con la desolazione negli occhi e i segni della sofferenza materiale sul corpo, sempre muti e in attesa. Qui a farsi sentire è proprio la loro voce, sempre turbata e impaurita. Le situazioni che sfilano sotto i nostri occhi nei diversi racconti vanno oltre le immaginazioni che possiamo concepire noi, comodi e sicuri nella nostra realtà di vita.

Protagonista del primo racconto (Cena di Natale) è una poverissima famiglia di Nairobi, che nella sua abitazione precaria e fatiscente, non ha altri proventi per vivere se non quelli che possono derivare dall’attività di prostituta di una figlia appena dodicenne, la quale si preoccupa anche di garantire la possibilità di frequentare la scuola al fratellino più piccolo e si rallegra per aver ricevuto in dono un barattolo di colla da sniffare per alleviare i morsi della fame. Il secondo racconto (Ingrassare per il Gabon) vede come protagonisti due fratellini che, affidati dai genitori malati di AIDS ad uno zio, dopo l’illusoria felicità di avere a disposizione una motocicletta e di godere delle attenzioni di apparenti volontari della cooperazione internazionale, scoprono poco per volta, fino ad una cruda rivelazione che li costringe ad una decisione estrema e pericolosa, di essere in procinto di finire venduti come schiavi. Del terzo racconto (Che modo è di parlare?) sono protagoniste due bambine, felici della loro reciproca amicizia, la quale però viene infranta di colpo quando i rispettivi genitori smettono di parlarsi ed impediscono anche a loro di frequentarsi, in quanto divisi dalla crescente ostilità che nella loro città oppone cristiani e musulmani. Questa contrapposizione religiosa è anche lo sfondo e il clima che contraddistingue il quarto racconto (Carri funebri di lusso), in cui è protagonista un ragazzino nigeriano, vissuto durante l’infanzia nell’ambiguità tra cristianesimo ed islamismo, ma inequivocabilmente segnato dall’amputazione della mano destra come punizione per un furto, secondo la legge musulmana. Egli cerca di fuggire dagli orrori della guerra civile tra i fedeli delle due diverse religioni, sperando di trovare rifugio in un’altra parte del paese presso i parenti cristiani del padre. Purtroppo, però, nel pullman che dovrebbe portarlo fuori dal suo inferno trova lo stesso odio religioso da cui vorrebbe sfuggire, finché sconvolto e non più capace di fingere sulla sua religione, si tradisce e si perde. Nell’ultimo racconto (La camera dei miei genitori) l’attenzione si sposta sugli episodi di violenza fanatica e primordiale che hanno sconvolto la convivenza tra tutsi e hutu in Ruanda: tutto questo è visto attraverso gli occhi di una bambina che ha genitori di entrambe le etnie e che, insieme al fratellino più piccolo, assiste a scene di inaudita ferocia tra componenti dei due nuclei familiari.
Quando si arriva alla fine della lettura di questo testo, in cui la realtà brutale dell’Africa ci appare in tutta la sua crudezza fatta di violenze, odi, soprusi, sopraffazioni e contraddizioni che però lasciano ancora aperti spiragli di riscatto e di speranza, ci rendiamo conto non solo di questa situazione, ma soprattutto della forza della letteratura. Questo testo, in cui non ci sono mai argomentazioni, giudizi o prese di posizione, va a fondo nel nostro cuore, fa vibrare corde profonde della nostra sensibilità proprio perché non è uno dei tanti reportage giornalistici, confezionati per la carta stampata o la televisione, ma è un testo letterario che sa metterci in contatto in modo umano e profondo con questo mondo attraverso la violenza provocatoria dei fatti narrati nella loro cruda essenzialità. Le parole dell’autore ci fanno entrare nell’animo dei protagonisti, ci fanno partecipare alla loro visione del mondo, da quel punto di osservazione molto particolare che sono gli occhi dei bambini, coinvolti nella realtà in cui vivono, ma ancora capaci di non esserne del tutto parte e quindi in grado di guardarla con una possibilità di meraviglia e di stupore, quindi lasciando aperto un adito alla speranza: è quello “sguardo fresco” di cui sovente ha parlato Antonio Spadaro che qui si realizza nel bruciante contrasto con la realtà e diventa l’unico elemento che potrebbe iniziare a sovvertirla. Ma proprio per questa forza della letteratura gli interrogativi che ci assalgono, alla fine della lettura, ci portano fuori dal terreno letterario stesso, in quanto sono di tipo umano e morale: ci sentiamo in colpa, ci chiediamo come, dove e perché noi occidentali abbiamo sbagliato nei confronti dell’Africa e che cosa potremmo ancora fare per limitare e progressivamente annullare i danni in futuro. Forse si può aprire un dibattito.