L'altro fuoco (Il Regno)

Con L’altro fuoco Antonio Spadaro, critico letterario di Civiltà Cattolica e docente di Introduzione all’esperienza della letteratura alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, chiude un lavoro che in Abitare nella possibilità. L’esperienza della letteratura (Jaca Book, 2008) aveva il suo presupposto e al tempo stesso il suo “trampolino di lancio”. Una ricerca – quella composta dai due volumi – “sinfonica”, perché continuamente e sapientemente intrecciata a voci di critici e scrittori, tesa a risalire verso quel luogo – insondabile perché custodito nel mistero – che è la scaturigine della parola poetica.

Evaporata la stagione dell’ideologizzazione della letteratura, svanite le tentazioni strutturaliste che tendevano a ridurre la parola a mero gioco combinatorio, consumatasi in fretta la stagione dei cosiddetti cannibali, resta aperta – e abissale – la domanda sull’essenza della letteratura. O come, scrive Spadaro, sulla “verità” della letteratura. Cosa rende la parola letteraria autenticamente creativa? Come distinguere, come scegliere tra una parola che sia viva e rigenerante da quella invece solo caduca e anestetizzante? Spadaro offre subito una chiave di lettura: la parola “poetica”  “brucia ma non si consuma, rivelando una presenza permanente che la abita. Quando la parola è davvero “poetica” – cioè creativa – diviene come un biblico roveto ardente. Quando è letta, diventa attiva nel lettore, comunica la sua potenza espressiva, ma non si disperde, non si infiacchisce nella lettura: è un fuoco che il suo ardore rigenera (Mario Luzi).”

L’itinerario proposto dal critico di Civiltà cattolica prende dunque le mosse da interrogativi cruciali: che cosa è la letteratura? Quali territori esplora? In quali campi essa dispiega il suo “potere”: quello della finzione, della menzogna, dell’oblio del reale, dell’intrattenimento? La risposta di Spadaro è radicale, netta: la letteratura è vita, esperienza. Sulla scia di Carlo Bo, il grande critico scomparso nel 2001 per il quale la letteratura “sale dalle origini centrali dell’uomo” portandosi dietro un appello alla verità, Spadaro colloca al centro del lavoro letterario “l’imperativo della verità”. Ma se la letteratura è vita, essa non può che calarsi nel reale. La letteratura che cerca, la letteratura in attesa, la letteratura che si lancia sulle orme della verità, non può ammettere facili scorciatoie, non può ripiegare nell’illusorio o nella banalità del sentimentalismo. Essa deve calarsi nel reale, sporcarsi, farsi agone, “lotta con l’angelo”, consapevole che “l’azione della Grazia” si svolge “in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo” (Flannery O’Connor). Non a caso una figura sulla quale Spadaro indaga è quella del ring sul quale si affrontano i pugili, come metafora del corpo a corpo che lo scrittore ingaggia con la parola. Qui Spadaro introduce un altro punto fermo della sua ricerca: Flannery O’Connor. Scrive l’autrice cattolica  americana: “il mondo dello scrittore di narrativa è colmo di materia. La caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella d’affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare. E’ questa una cosa che non si può imparare solo con la testa; va appresa come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose”. Sprofondare, saggiare la consistenza delle cose, del reale non significa chiudersi in uno sterile naturalismo. Spadaro, riprendendo ancora la O’Connor, è chiaro: solo nella compromissione radicale con il reale è possibile rintracciare l’ala della Grazia. E’ nelle cose, nella loro matericità, che è possibile afferrare il mistero. Scrive Spadaro: “L’esperienza della letteratura è un modo di esperire e interpretare il mondo e coglierne al suo interno il mistero. E questo è un dono: chi ha l’abilità di creare vita con le parole è chiamato alla presenza di un dono”.

Sulla scia del domenicano Jean-Pierre Jossua che – scrive Spadaro – “riconosce nel limite la dimensione più propria della letteratura”, l’autore di L’altro fuoco dispiega una ontologia del limite, della soglia, del margine. Proprio intrattenendosi sul confine, su questa “terra di mezzo” tra il qui e l’altrove, la parola poetica custodisce le tracce della trascendenza. Le cose – sorprese da queste figure dell’attesa – lasciano intravedere il mistero che al tempo stesso le accoglie e le supera. Ecco dunque la potenza della parola poetica: quella di essere “poesia del difetto, cioè dell’indigenza e della penuria, della fragilità, dell’abisso, della notte, del fondo” ma, al tempo stesso, essere capace di fare “appello ora allo stupore del mondo, ora a un’ostinata speranza, ora al capovolgimento delle apparenze, ora alla ricerca di una strada praticabile, ora all’intuizione di un significato”. La poesia è per Spadaro sempre scaturigine: essa permette di “abitare nella possibilità”, secondo l’immagine che il critico trae dalla poesia di Emily Dickinson.

Se la letteratura è “incandescente”, resta da tracciare una mappa delle “pagine accese”, per usare la splendida figura di Spadaro. Il critico ne stila una personale quanto originale, collezionando in L’altro fuoco sguardi “ustionanti” sul reale. Lo fa interrogando, tra le altre, figure diverse, da Mario Luzi a Alda Merini, da Cesare Pavese a Giorgio Bassani fino a Oscar Wilde. Cosa accomuna questi autori, diversi per sensibilità, cultura, produzione? L’attesa, scrive Spadaro. L’attesa indica uno spazio di apertura, una disponibilità ad accogliere, un’attitudine a farsi invadere da qualcosa di inaspettato. E’ impossibile richiamare qui l’intera galleria dei ritratti stilati da Spadaro. Ci soffermiamo su uno di essi, perché in qualche modo esemplificativo dell’intera ricerca. E’ l’interrogazione dell’opera di Rowan Williams, attuale arcivescovo di Canterbury e primate della chiesa anglicana. La poesia di Williams è spesso ostica, ispida, richiede una lettura attenta e ripetuta. La sua è una continua “violazione”, a cominciare dalla lingua: il poeta “tormenta la sintassi, sfigura il lessico, imprigiona il suono in una rete di allitterazioni folgoranti”. Come mostra Spadaro, la poesia di Williams vive di un contrasto radicale tra ciò che è duro e ciò che non conosce consistenza, come tra “olio” e “pietra”. “La vita – scrive Spadaro – vince solo se spacca la pietra arida: l’aggettivo dry, secco, asciutto, è ricorrente molto spesso nella poesia di Williams. La spaccatura, il solco, la fessura che si apre nel terreno martoriato, nei tronchi degli alberi, nella pelle, diviene lo spazio disponibile, la condizione per l’avvento dell’inaspettato. Il divino irrompe violentemente, come sangue, come rottura, squassa e fa ribollire un paesaggio raggrinzito e congelato, destinato altrimenti a marcire e soffocare”. Le immagini adoperate dal poeta “evocano il contesto dell’avvento di Cristo, descrivono l’ostile e inospitale condizione umana che viene spaccata da questa venuta”. Un avvento che “è e resta sempre frutto di pianto, sangue, rottura, scossa, secondo l’immagine paolina della creazione che “geme e soffre” nelle doglie del parto (Rm 8,19)”.

Se la letteratura è esperienza, se il campo che le è proprio è il bordo lungo il quale il reale si spacca per lasciarsi afferrare dal mistero, cosa chiedere allora oggi a chi scrive? Quali libri leggere? Quali pagine urgono secondo Spadaro?

“Ecco che cosa occorre chiedere – scrive il critico – a un libro:  pagine libere dalla stanchezza del rancore e del fallimento necessario, dal torpore del sentimentalismo, dalla banalità del puro gioco delle forme; pagine che conoscono la perdizione del naufragio, ma anche la grazia della salvezza; pagine che sappiano guardare la realtà così com’è, senza rimedi e senza l’airbag della militanza indignata o colta”.

Luca Miele, Il Regno – n.18 ottobre