Your name is Mudd

mudface

L’editoriale offre alcune suggestioni in vista dell’Officina di espressioni creative di BombaCarta, l’appuntamento mensile dedicato alla riflessione su di un argomento che declina, attraverso opere artistiche (testi letterari, sequenze di film, canzoni, fotografie, ecc.) il tema della stagione 2013-2014 che è la materia – i materiali.

Dopo le riflessioni ispirate dalle caratteristiche del ferro (che è stato fuso e forgiato in diverse forme dai Bomber che hanno animato la precedente Officina), eccoci alla prese con l’argilla: “roccia sedimentaria, incoerente e d’aspetto terroso, è una materia malleabile quando idratata e può quindi essere facilmente lavorata con le mani. Quando è asciutta diventa rigida e quando è sottoposta a un intenso riscaldamento, subisce una trasformazione irreversibile diventando permanentemente solida e compatta”. Questa definizione tratta dell’Enciclopedia Italiana non solo stimola l’immaginazione, ma rivela immediatamente alcune qualità che questa sostanza minerale condivide con l’essere umano. L’argilla, come ognuno di noi, è malleabile, modellabile, forgiabile, plasmabile, deformabile. D’altronde “umano” viene da humus (terra) e nel racconto biblico della creazione Dio plasma l’uomo, a Sua immagine e somiglianza, con ciò che di più elementare, fragile e infimo si trova in natura: “Formò dunque Dio l’uomo dal fango della terra, e gli inspirò in faccia lo spirito della vita, e l’uomo divenne persona vivente” (Genesi, 2,7). La vita, dunque, viene dal fango e, se consideriamo le proprietà curative dell’argilla testimoniate dalle civiltà antiche (soprattutto l’Egitto dove si utilizzava l’argilla per curare ogni tipo di malattia, ferite, lesioni nonché per la mummificazione del corpo dei defunti), forse anche il ritorno alla vita. Sappiamo infatti, anche dalla psicologia, che nei momenti di crisi l’uomo può riprendere il filo della propria esistenza a partire dal riconoscimento della propria fragilità perché, come affermava Ava Gardner nello splendido film “La principessa scalza”, Chi è nel fango tende a guardare le stelle. Una frase che si addice anche alla vicenda di Samuel Mudd (in inglese, “mud” significa fango), il medico accusato di essere uno dei cospiratori nell’assassinio di Lincoln che ha ispirato il titolo di questo editoriale e che in prigione si riscattò per aver eroicamente circoscritto un’epidemia di febbre gialla nella prigione dove stava scontando la pena: un atto di eroismo che gli valse il perdono. (editoriale di Franco Esposito e Stas’ Gawronski)

Anche Papa Francesco ha recentemente messo in rilievo in un tweet questa condizione particolare dell’essere umano: Tutti noi siamo vasi d’argilla, fragili e poveri, ma nei quali c’è il tesoro immenso che portiamo. Il tesoro probabilmente sta in quello “spirito di vita” a cui fa riferimento il racconto biblico della creazione  e di cui l’uomo fa esperienza ogni volta che si esprime in modo libero e creativo, a partire dall’uso della parola orale e scritta per raccontare. La narrazione nasce insieme all’essere umano, è un suo bisogno insopprimibile e forse non è un caso che l’argilla abbia avuto un ruolo fondamentale nell’invenzione della scrittura. Alla fine del IV millennio a.C. i Sumeri scrivevano su tavolette d’argilla che venivano incise con uno stilo appuntito. Purtroppo gli orizzonti sempre nuovi dischiusi dai miti e dalle grandi narrazioni incise sulle tavolette d’argilla scompaiono nel momento in cui l’uomo si disinteressa alla novità rivelata dal racconto per cercare di piegare la realtà alla propria volontà ovvero a una sorta di racconto predeterminato. Un significativo emblema di questo atteggiamento è il Golem (dalla parola ebraica gelem che significa “materia grezza” o embrione, termine che nella Bibbia indica la “massa ancora priva di forma”, che gli ebrei accomunano ad Adamo prima che gli fosse infusa l’anima), il gigante di argilla forte e ubbidiente che, secondo il folklore ebraico medievale, poteva essere fabbricato per essere usato come servo da chi era a conoscenza della kabbalah, e dei poteri legati ai nomi di Dio. Si narra che nel XVI secolo un sapiente europeo, il rabbino e mago Jehuda Löw ben Bezalel di Praga, cominciò a creare golem per sfruttarli come suoi servi, plasmandoli nell’argilla e risvegliandoli scrivendo sulla loro fronte la parola “verità” (in ebraico אמת [emet]). C’era però un inconveniente: i golem crescevano e diventavano tanto grandi che era impossibile servirsene. Il mago se ne liberava, trasformando la parola sulla loro fronte in “morte” (in ebraico מת [met]). Un giorno però il mago perse il controllo di un gigante che cominciò a distruggere tutto ciò che incontrava. La leggenda del Golem descrive esattamente ciò che accade al personaggio di Goethe incarnato da Topolino in Fantasia, l’apprendista stregone che evoca delle forze che sfuggono al suo controllo, creando caos e distruzione. Questo indimenticabile personaggio di Walt Disney pecca di presunzione come il dottor Viktor Frankenstein, protagonista del romanzo di Mary Shelley, la cui “creatura” si ribella al suo creatore. Anche in questo caso l’uomo desidera essere il padrone della vita e della morte, ma le conseguenze sono devastanti, come accade nelle storie degli zombie di cui sono popolati tanti film horror. Gli zombie sono corpi defunti che attraverso la magia nera, pur essendo privi della scintilla vitale, si rianimano dalla morte e riprendono a camminare (pare che se ne vedano nell’isola di Haiti, patria del voodoo, dove la “zombificazione” è una fattispecie criminosa perseguita dalla Legge). Il movimento di questi golem di carne putrefatta è meccanico, sembra quello dei robot (golem in ebraico moderno), creature fatte di reti neurali artificiali che, se fuori controllo, rischiano di distruggere tutto ciò che incontrano, come era accaduto col Golem del mago Jehuda Löw. Per scongiurare questo pericolo, Isaac Asimov, noto divulgatore scientifico e scrittore di fantascienza, ha stilato tre leggi della robotica che rispondono alla necessità di sicurezza (la Prima Legge), servizio (la Seconda Legge) e prudenza (la Terza Legge): un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno; un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge; un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge. L’autore della celebre Trilogia della Galassia intuiva la necessità di inquadrare le conquiste del progresso tecnologico in una prospettiva etica e indirettamente di riaffermare la finitudine che caratterizza l’essere umano.

L’uomo che si dimentica di essere fatto d’argilla ovvero di essere fragile e fallace, è facilmente tentato di diventare principio primo di se stesso e di auto-crearsi, auto-generarsi, auto-liberarsi attraverso creature/creazioni prive di libertà a cui è difficile porre dei limiti. Golem, zombie, robot ricordano le tante tecnologie che rischiano di sfuggire al controllo dell’uomo e di distruggerlo (basta considerare cosa accade quando una petroliera va a picco o le conseguenze degli incidenti alle centrali nucleari). Non è un’illusione pensare che l’argilla possa auto-modellarsi, auto-plasmarsi, auto-confererirsi una forma? Non è giunto il momento di voltarsi indietro e riprendere coscienza della nostra finitudine? Un’urgenza che già nel 1870 Arthur Rimbaud sentiva fortemente: Se solo tornassero i tempi, i tempi ormai perduti!
/ Perché l’Uomo è finito! L’Uomo ha recitato ogni ruolo!
/ Nel gran giorno, stanco di distruggere idoli
/risorgerà, libero da tutti i suoi dei, /
e, poiché appartiene ai cieli, scruterà i cieli! /
L’Ideale, l’invincibile pensiero, eterno, /
dio che vive nella sua carnale argilla, /
salirà, salirà, arderà nella sua mente! In un certo senso, è una questione di consapevolezza e di direzione dello sguardo, similmente a quanto affermato da Ava Gardner, lo aveva capito molto bene anche Oscar Wilde: Siamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano verso le stelle. (Il ventaglio di lady Windermere, 1892).