Il “touch” dell’artista

Le evoluzioni tecniche e stilistiche in qualsiasi linguaggio artistico sono sempre state accompagnate da critiche, dubbi e discussioni sulla natura dei nuovi strumenti. Mi vengono in mente gli impressionisti e la terribile stroncatura dei critici del tempo (famoso l’articolo di Louis Leroy ne Le Chiarivari, 25 aprile 1874) o l’avvento della fotografia, visto da molti come uno snaturamento del senso dell’arte.

Recentemente si è parlato in rete del lavoro realizzato da Kyle Lambert (illustratore inglese), che – tramite un’applicazione per iPad (Procreate) – ha ricreato una foto di Morgan Freeman utilizzando la tecnica del finger painting, una riproduzione delle pennellate realizzata con le dita sullo schermo capacitivo di un tablet, supportato da software di riconoscimento e regolazione del raggio di “pennellata”, marcatura e sfocatura. Il lavoro, che ha richiesto oltre 200 ore per la realizzazione, ha suscitato diverse reazioni. Oltre alle critiche sulla tecnica utilizzata, molti ritengono che la diffusione del video e dunque l’attenzione sull’artista non sia da ricercarsi nella bellezza dell’opera ma sia solamente frutto del marketing dell’azienda produttrice del tablet e della società di produzione della app.

Se scansassimo quest’ultima considerazione (d’altronde anche molti dei meravigliosi lavori che hanno fatto la storia dell’arte erano commissionati da questa o quella famiglia, che puntavano anche sulle opere per mostrare la loro potenza, e così anche le major discografiche “benedicono” gli album delle loro teste di serie) e ci focalizzassimo sul lavoro, potremmo chiamarlo arte?