Ozio, negozio (e creatività)

Van-Gogh-La-sedia-1888La stagione di BombaCarta che si avvia alla conclusione è stata dedicata al tema dei mestieri e dei negozi. Può sorprendere che BombaCarta, un’associazione culturale, qualcosa quindi che si immagina imperniata sul concetto di “otium”, dedichi tanta attenzione al “negotium”, però chi conosce la storia di questo stravagante ed eteregeneo gruppo di persone che, continuamente rinnovandosi, sin dal 1998 si riuniscono mensilmente per confrontarsi sul vasto campo dell’arte e della bellezza, non si meraviglierà per l’attenzione data alla dimensione “fattiva” dell’uomo. Non è un caso nè uno scherzo linguistico che il cuore della vita sociale di BC sia da sempre l’incontro che è stato da sempre denominato “Officina” e che poi dopo qualche anno siano nati altre modalità di incontro definiti “laboratori”. Del resto l’otium latino non è pura assenza del “negozio”, ma tempo opportuno e fecondo per la (ri)creatività umana. E così anche se non dovesse essere il tema della nuova stagione, questa riflessione che abbiamo condotto in tutti questi mesi sul rapporto tra mestiere e mistero (per dirla con Flannery O’Connor) ancora sta lavorando dentro di noi e la semina porterà frutti duraturi, anche durante l’estate che sta esplodendo in questi giorni di giugno. Parlando di mestiere, di lavoro, di creatività, siamo al cuore dell’esperienza di BC: non saranno quindi fuori contesto i due seguenti spunti, più che altro due disordinate suggestioni, che offro all’attenzione del lettore.

Dunque: l’art. 4 della Costituzione italiana sancisce che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Nel dibattito durante l’Assemblea Costituente emerse per alcuni deputati che ciò che dà dignità al lavoratore è l’atto del creare. Creare e ricreare, esattamente come si racconta per il lavoro di Dio nel libro della Genesi. Lavorando si cresce e si diventa uomini, anche attraverso il sacrificio, gli scontri, le gelosie, le opportunità, le domande del mercato, gli interessi di parte ecc. ecc. Insomma il lavoro è un atto creatore ricordato nella famosa poesia di Charles Péguy in L’argent (1913).

Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano.

Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore.

La gamba di una sedia doveva essere ben fatta.

Era naturale, era inteso.  Era un primato.

Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario.

Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone.

Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura.

Una tradizione venuta, risalita da profondo della razza, una storia, un assoluto,

un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta.

E ogni parte della sedia fosse ben fatta.

E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali.

E sono solo io – io ormai così imbastardito – a farla adesso tanto lunga.

Per loro, in loro non c’era neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là.

Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti.

Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto.

Pietà-Rondanini

Il lavoro deve essere ben fatto ma il lavoro stesso in sè nasce dal dato della “incompiutezza” della realtà. Tolkien parla dell’uomo come di un sub-creatore che continua il lavoro lasciato volutamente incompiuto di Dio. E così ogni artista, volente o nolente, lascerà sempre il suo lavoro, la sua opera, come qualcosa di incompiuto che il fruitore porterà a compimento. Forse la Pietà Rondanini di Michelangelo è il paradigma di ogni opera d’arte.

Qui si apre un’altro fronte, relativo al tema della bellezza. Scrive Baudelaire: “Quel che non è leggermente difforme ha un aspetto insensibile − ne deriva che l’irregolarità, ossia l’imprevisto, la sorpresa, lo stupore sono una parte essenziale e la caratteristica della bellezza” e il gesuita François Varillon, aggiunge che «l’uomo non è qualcosa di “bell’e fatto”: il “bell’e fatto” è incompatibile con l’amore e con la libertà». E la storia è dunque un «cantiere» aperto, nel quale si gioca la grandezza della libertà umana. L’uomo è sempre in costruzione, incompiuto; meglio ancora: «pieno di promessa».

Torneremo a parlare di tutti questi temi, così caoticamente proposti in questo editoriale, e anche questa è una promessa. Buona estate a tutti!