Scelte

“O la borsa, o la vita!” minacciano il Gatto e la Volpe incappucciati, cercando di derubare il povero Pinocchio nella versione musical della fiaba. Il burattino, terrorizzato e preso alla sprovvista, risponde: “Quale borsa, quale vita!”

Di fronte ad un aut aut così improvviso e perentorio, l’unica risposta che Pinocchio ha è la confusione: in una situazione complicata in cui è in ballo la sua stessa vita, si ritrova senza scampo nell’impossibilità di scegliere. D’altronde, era giunto al “Campo dei Miracoli” con la cieca convinzione di essere sulla strada per cambiare definitivamente ogni cosa; poco prima che calassero le tenebre, nel crepuscolo della sera, cantava: “Questa notte è perfetta e cambia la vita mia”, sognando una vera e propria notte dei miracoli, per poi scontrarsi poco dopo con una realtà fatta di inganno, avarizia e crudeltà, in una situazione completamente estranea alla sua percezione del mondo.

Insomma, possiamo ben capire il suo totale spaesamento di fronte a una minaccia di morte; non è certo facile trovare la risposta giusta, la scelta migliore, sottoposti a una pressione del genere. Lo sa bene Sherlock Holmes quando, nella serie televisiva della BBC, si ritrova a dover scegliere tra la vita di John, il suo migliore amico e quella di suo fratello Mycroft: secondo le regole del gioco che i tre sono costretti a giocare, la scelta è e può essere solo binaria e per cinque lunghi minuti sembra non poter essere altro.

Eppure, con un gesto semplicissimo, Sherlock sbaraglia le carte in tavola e, invece di scegliere chi dei due sacrificare per poter andare avanti, invece di puntare la pistola verso Mycroft o John, la dirige verso di sé. In questo modo riesce a vincere la scelta binaria, a uscire dallo schema, rifiutando la semplificazione di una scelta tra due opzioni, salvando alla fine la vita di tutti e tre.

Questo finale però non era né previsto né prevedibile e il gesto appare subito come irrazionale e soprattutto incomprensibile per tutti i personaggi che si muovono sulla scena, tranne forse per la mente geniale di Sherlock. La sua genialità sta nel cogliere ciò che può cambiare totalmente la situazione nonostante all’apparenza sia il gesto più impensabile di tutti e, come scrive Paul Watzlawick nel libro Change:

il cambiamento è introdotto nel sistema dall’esterno e quindi non appare familiare né è comprensibile.

In questo caso però ciò che viene introdotto nel “sistema” non è completamente esterno; l’elemento incompreso risulta essere tale perché considerato folle, sposandosi in realtà perfettamente con la situazione fuori dal normale che costringe un uomo a scegliere di ucciderne un altro. Sherlock riesce ad agire nel mondo più folle possibile in virtù della sua caratteristica principale, la genialità.

Ma per i comuni mortali è molto più arduo ottenere un cambiamento da soli; spesso non lo si vuole neanche, non lo si attende, non lo si spera.

Nell’opera teatrale Sunset Limited, il “Bianco” è arrivato a un punto tale di disperazione da non poter più neanche vedere la possibilità di un cambiamento; il suo fermo proposito è quello di buttarsi sotto un treno, ma viene intercettato, forse casualmente o forse intenzionalmente, da un altro uomo, il “Nero”, che se lo porta a casa per parlare. E parleranno, a lungo, scavando fino al fondo l’uno dell’altro, in un gioco dialettico che sembra non poter essere vinto da nessuno dei due. C’è un momento in cui nel dialogo entra un particolare elemento, quello che più li separa e li rende estranei:

NERO: Vediamo quando passa il prossimo treno.
BIANCO: Non ci trovo niente da ridere.
NERO: Menomale che dici così, professore. Perché non ci trovo niente da ridere manco io. È solo che ogni minuto che passa mi meraviglio di più. Ma possibile che non ti vedi, zuccherino? Sei trasparente come il vetro. Vedo le rotelline che ti girano dentro la testa. Gli ingranaggi. E vedo anche una luce. Una luce buona. Una luce vera. Tu non la vedi?
BIANCO: No, non la vedo.
NERO: Be’, che Dio ti benedica, fratello. Che Dio ti benedica e t’assista. Perché la luce c’è.

Se siamo incapaci di vedere quando siamo consapevoli che la situazione richiede un cambiamento, lo siamo ancora di più quando crediamo che le cose vadano bene così come sono: ciò che è certo, già definito e cementato in noi può allora improvvisamente apparire nuovo e indefinito, o addirittura ignoto?

Sarebbe davvero una grande sorpresa, il cambiamento più incomprensibile di tutti, possibile solo e soltanto grazie all’intervento di qualcosa di “altro” rispetto a noi.

A Cesare Pavese, nella poesia Incontro, succede proprio questo:

Queste dure colline che han fatto il mio corpo
e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio
di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla.
L’ho incontrata, una sera: una macchia più chiara
sotto le stelle ambigue, nella foschia dell’estate.
Era intorno il sentore di queste colline
più profondo dell’ombra, e d’un tratto suonò
come uscisse da queste colline, una voce più netta
e aspra insieme, una voce di tempi perduti.
Qualche volta la vedo, e mi vive dinanzi
definita, immutabile, come un ricordo.
Io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà
ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.
Se sei bella, non so. Tra le donne è ben giovane:
mi sorprende, e pensarla, un ricordo remoto
dell’infanzia vissuta tra queste colline,
tanto è giovane. È come il mattino, mi accenna negli occhi
tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.
E ha negli occhi un proposito fermo: la luce più netta
che abbia avuto mai l’alba su queste colline.

L’ho creata dal fondo di tutte le cose
che mi sono più care, e non riesco a comprenderla.

Pavese evoca le sue colline, che gli hanno dato la vita e che conosce come può conoscere se stesso, e le evoca attraverso una donna: si sorprende a ritrovarle in lei, a ritrovarne ricordi perduti e lontanissimi, sebbene pur sempre suoi. C’è il tentativo di descrivere la donna, con la sua voce netta e aspra insieme, con la sua sola figura visibile, definita, immutabile, giovane e forse bella, gli occhi colmi di una luce netta, ma più di ogni altra cosa sfuggente e inafferrabile. Si può vivere qualcuno e non riuscire a comprenderlo? Questo è uno di quei misteri destinati a rimanere tali, possibili solo grazie a un incontro in cui, se ogni cosa appare non più comprensibile, non resta da far altro che fidarsi.

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