Oracoli ed enigmi

Interrogato l’Oracolo per conoscere i propri natali, Omero si sentì rispondere in tal modo:

l’isola di Io è patria di tua madre, ed essa ti accoglierà da morto;
ma tu guardati dall’enigma di giovani uomini”.

Quando giunse sull’isola, vide dei pescatori e domandò loro cosa avessero con sé. I giovani, che non avevano pescato nulla, risposero “quanto abbiamo preso lo abbiamo lasciato, quanto non abbiamo preso lo portiamo”, alludendo ai pidocchi, presi e uccisi, oppure rimasti sulle vesti e portati con sé. Omero, non riuscendo a risolvere l’enigma, morì a causa dello scoramento.

Dall’aneddoto, tratto da un frammento di Aristotele e riportato da Giorgio Colli in Nascita della filosofia, emergono due differenti concezioni dell’enigma, inteso sia come profezia che come sfida. Nel primo caso il rinvio è a un mistero di origine divina, oscuro perché, come dicevano le Upanishad indiane, “gli dei amano l’enigma, e a essi ripugna ciò che è manifesto”. Nel secondo esempio l’enigma “si presenta ulteriormente separato dalla sfera divina da cui proviene, tende a diventare oggetto di una lotta umana per la sapienza”.

Il processo che si viene così dipanando indica, secondo Colli, il passaggio verso la sfera razionale dell’uomo che conduce, in estrema sintesi, dai profeti ai filosofi. Ma che, al contempo, svilisce il mistero in indovinello.

Nel capitolo Indovinelli nell’oscurità, contenuto ne Lo Hobbit, si assiste a una gara di enigmi che, di fatto, segna l’origine delle vicende narrate ne Il signore degli anelli. Sperso nei cunicoli sotterranei e oscuri delle Montagne Nebbiose, Bilbo Baggins incontra la creatura chiamata Gollum, un essere “piccolo e viscido (…) scuro come l’oscurità stessa”, e viene da lui sfidato a porsi reciprocamente degli indovinelli. In caso di sconfitta, Bilbo rischierebbe di essere mangiato da Gollum; qualora dovesse vincere, invece, gli sarebbe indicata la via d’uscita dalle caverne. L’agone intellettuale, dunque, ha in palio un premio incredibilmente elevato, quale la vita stessa del protagonista, esattamente come avvenuto nel caso di Omero.

Gli indovinelli sono espressi sotto forma di elaborate filastrocche e la gara procede con più fortuna che merito per Bilbo, il quale indovina le soluzioni in modo quasi sempre casuale. Talvolta perché già sentite, talaltra perché affini agli elementi circostanti (“il buio”, “il pesce”), fino addirittura ad esprimere la risposta giusta a un enigma (“il tempo”) volendo semplicemente chiedere più tempo per ragionare. Infine, dopo numerosi scambi, con la fantasia ormai prosciugata, Bilbo domanda a se stesso cosa abbia in tasca (“l’anello”). Gollum, credendo di dover rispondere, tenta di trovare una soluzione ma fallisce e perde la gara.

Dalla lettura di questa sfida, in fondo non propriamente giocosa, possono derivare alcune considerazioni intorno alla natura degli indovinelli posti dai due contendenti e, forse, degli enigmi in generale. Innanzitutto, appare interessante soffermarsi sulle soluzioni, ossia su quelli che sono propriamente gli oggetti degli indovinelli, che assumono una portata rivelatrice circa personalità e caratteristiche dei propri autori. Non a caso Gollum, che da anni si ritrova solo e circondato dall’umida oscurità delle Montagne Nebbiose, riesce con difficoltà a intuire le soluzioni agli indovinelli di Bilbo, verso i quali prova un naturale fastidio.

Ma questo tipo di enigmi che riguardavano le cose normali e comuni della vita terrena lo stancavano molto. Inoltre gli ricordavano giorni in cui era stato meno solo, spregevole e meschino, e questo gli fece perdere le staffe”.

Al contrario, gli oggetti degli enigmi proposti da Gollum sono tutti legati alla propria esistenza derelitta (“la montagna” che lo ospita, “il vento” che spira nei cunicoli, “il buio” che lo circonda, “il pesce” come unico cibo) e contraddistinti da rime, a sua somiglianza, lugubri:

Vive senza respirare
freddo come morte pare
beve ma non è assetato
non tintinna corazzato”.

Questa cosa ogni cosa divora
ciò che ha vita, la fauna, la flora
i re abbatte e così le città
rode il ferro, la calce già dura
e dei monti pianure farà”.

Gli indovinelli di Bilbo appaiono, invece, legati all’esistenza terrena (“il sole sulle pratoline”, “l’uovo”) e caratterizzati da una natura più giocosa:

Senza-gambe sta su Una-gamba,
Due-gambe vi siede accanto su Tre-gambe,
Quattro-gambe ne prende un po’”,

ossia “un pesce su un tavolinetto, un uomo a tavola seduto su uno sgabello, il gatto mangia le lische”.

Tuttavia, oltre agli elementi rivelatori che risultano dagli enigmi posti, degno di maggiore interesse è l’andamento della sfida. Di fatti, appare singolare come, pur nell’ambito di una gara di intelligenze, il vincitore si contraddistingua come tale solo in virtù di fortuna e caso. È solo grazie alla propria buona sorte (o provvidenza) che Bilbo riesce a risolvere i difficili indovinelli di Gollum e a trarsi d’impaccio. Non solo, l’enigma con cui riesce ad assicurarsi la vittoria definitiva (“che cos’ho in tasca?”) non è tecnicamente un indovinello vero e proprio. Scrive in proposito Tolkien nel prologo de Il signore degli anelli:

I pareri dei Commentatori sono discordi, se considerare veramente, cioè in base alle regole del gioco, l’ultima domanda di Bilbo come un vero e proprio “enigma” oppure come una semplice “domanda”; ma tutti sono d’accordo nel dire che Gollum, avendo accettato la sfida e tentato di risolvere l’ultimo quesito, era irrevocabilmente tenuto a rispettare la promessa”.

Pertanto Bilbo avrebbe vinto la sfida di enigmi non affidandosi alla propria sapienza, quanto alla fortuna e a un inganno finale. Eppure, avendo Gollum legittimato l’ultima domanda con delle risposte, la vittoria di Bilbo non può essere messa in discussione.

L’operazione compiuta da Tolkien con la gara de Lo Hobbit rappresenta quasi un percorso a ritroso rispetto a quello descritto da Colli.

Se infatti nella Grecia antica l’enigma ha progressivamente mutato funzione da misterica conoscenza del futuro a razionale manifestazione di sapienza, la sfida tra Bilbo e Gollum celebra il trionfo della fortuna, del caso, dell’irrazionalità. Bilbo non risolve gli indovinelli posti da Gollum grazie a una superiore sapienza, ma facendo ricorso alle proprie pregresse esperienze e a una realtà il cui mistero si sottrae costantemente alle briglie del calcolo logico.

Il mistero del mondo, tuttavia, proprio perché non sempre riducibile a razionale ricostruzione di causa ed effetto risulta spesso indigesto. D’altronde, la sapienza consente ad Edipo di risolvere l’indovinello della Sfinge, ma lo lascia cieco di fronte agli enigmi posti dalla propria esistenza.

Sarebbe più semplice poter vincere i misteri della vita solo in virtù della propria volontà o della potenza calcolatrice del proprio cervello e ricondurre tutto a una e una sola soluzione. E gli enigmi procurano fastidio, proprio perché oscuri, complessi, di difficile soluzione o privi di soluzione o con più possibili soluzioni.

Chi parla per enigmi non è più un saggio da ammirare, come gli oracoli della Grecia antica, ma qualcuno di cui diffidare, poiché sta nascondendo qualcosa al nostro sguardo, come il padre guardiano de I promessi sposi, in tal modo ripreso da Gertrude:

Di grazia, padre guardiano, non mi dica la cosa così in enimma”.

Di fronte a un mondo sempre più complesso, che continuamente propone enigmi, la tentazione può essere quella di agire alla maniera di un novello Alessandro Magno e, anziché dedicarsi con pazienza allo scioglimento dei nodi dell’esistenza, agire con la spada, tagliando in un sol colpo il problema. Il taglio divide il mondo secondo una concezione binaria, creando due opposti fronti pronti a scannarsi su qualsiasi questione. Verità qui, menzogna là. Luce qui, tenebre là.

Un mondo fatto di “uomini tutti di un pezzo” che hanno gustato il giusto e se ne fanno alfieri. E si rischia di rimanere prigionieri di immagini irraggiungibili, come avviene a Tony Soprano, il mafioso colmo di dubbi esistenziali e di contraddizioni, che di fronte alla complessità del reale riesce solo a invocare sconsolatamente i propri miti, uomini in grado di discernere sempre il bene dal male:

What happened to Gary Cooper? The strong silent type”.

Ma l’unica risposta possibile giunge dal suo amico Silvio Dante:

That was a movie”.

Quello era un film, la realtà è “un po’ più complessa”.

Ma anche i film e i libri ci possono restituire tale complessità. E dunque occorre tornare a Gollum, vero enigma dell’epopea di Tolkien. Una creatura il cui cuore “dopo anni di buio (…) era diventato nero”, costantemente in lotta con se stessa, con i propri chiaroscuri, che si rivela però quale autentico deus ex machina del romanzo. Un riscatto privo di pentimento o di redenzione, eppure indispensabile per sconfiggere il male di Sauron. Come affermava Gandalf:

il cuore mi dice che prima della fine di questa storia l’aspetta un’ultima parte da recitare, malvagia o benigna che sia; e quando l’ora giungerà, la pietà di Bilbo potrebbe cambiare il corso di molti destini”.

Gertrude, forse, lo avrebbe liquidato come un vecchio che parlava per enigmi.

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