Futuro anteriore

Dalla Treccani: Il futuro anteriore (o futuro composto) è un tempo verbale dell’indicativo che esprime fatti proiettati nel futuro ma avvenuti prima di altri.

Il futuro anteriore… sarò stato, avrò fatto, saremo andati, avranno visto… esprime un’azione che ne precede un’altra, quindi colloca nel futuro un’azione già passata, conclusa; potremmo dire di avere il passato “dentro” il futuro… perché questo futuro anteriore è una sorta di lasciapassare grammaticale per viaggi nel tempo, una coniugazione con le gambe lunghe che riesce a saltare e scavalcare le linee della continuità ed arrivare dove vuole e far accadere ciò che serve per frasi come “quando leggerete queste righe, io le avrò già riscritte”.

Il futuro anteriore è l’Eta Beta dei tempi verbali! Sì proprio lui! Perché se prendiamo la sua versione originale del 1947 in Mickey Mouse and the man of tomorrow (testi di Bill Walsh e disegni di Floyd Gottfredson) Eega Beeva (in originale) notiamo che non è esattamente un personaggio proveniente dal futuro in senso stretto (come riformulato soprattutto nelle storie italiane).

Vediamo meglio la trama: Topolino e Pippo, dopo una gita fuori città sono sorpresi da una tempesta e si rifugiano in una misteriosa caverna da cui nessuno, si dice, sembra aver fatto mai ritorno. Nel giro di poco si smarriscono e finiscono sempre più in basso, nel buio profondo ed è qui che Topolino incontra Eta Beta. A dispetto del suo outfit preistorico (l’intramontabile gonnellino nero) Eta Beta mostra a Topolino il suo orologio con una data apparentemente in avanti di ben 500 anni – 3 Oct 2447! Walsh e Gottfredson, però, non inscenano alcun viaggio temporale, tant’è che Eta Beta aiuta Topolino ad uscire dalla caverna semplicemente indicandogli la strada… per poi andare poi tutti insieme a Topolinia. Eta Beta, dunque, almeno in questa prima versione, è un abitante di un mondo sotterraneo dove il tempo scorre più velocemente, anzi dove il presente è trascorso più velocemente – diventando futuro – ed in cui l’umanità si è (già) evoluta nello strambo modo di cui Eta Beta è fulgido rappresentante, capace sì di straordinarie invenzioni ma anche di stranezze “primitive” e poco logiche. Un presente che diventa futuro, che si avvera e che sembra anche un po’ un passato (preistorico).

F. Spadini, “La strada di Tetsuya”

Sempre nell’ambito delle arti creative è sorprendente la raccolta del pittore lombardo Fabrizio SpadiniFuturo Anteriore Oilrobots“, una raccolta di quadri in cui Spadini, alle tecnica ed ai soggetti dei grandi pittori italiani (ad es i Macchiaioli o i Futuristi) innesta i grandi Robots e gli eroi giapponesi degli anni Settanta ed Ottanta – insieme ad altre icone pop fantascientifiche, come Star Wars o Star Trek – creando un tempo nuovo: Mazinga, Afrodite A, Venus Alfa, Goldrake e persino il Danguard che per anni hanno simboleggiato il progresso scientifico, la tecnica, quelle magnifiche sorti e progressive a colpi di magli perforanti, raggi gamma e tuoni spaziali, ora sono carcasse in disuso, abbandonate nelle campagne toscane, vestigia di un’era ormai conclusa, gusci vuoti spogliati di quell’alone bellico ed al tempo stesso salvifico. Con Spadini il futuro (anteriore, trascorso) è ormai un passato immobile e suggestivo, caldo e crepuscolare. In questo senso, esemplare è Il colore delle radici dove una Minerva X inginocchiata sovrasta silenziosamente un campo d’erba oppure La strada di Tetsuya dove l’androide Kyashan sembra incontrare gli stessi uomini a cavallo di Giovanni Fattori nel suo In vedetta. Due esempi tra i tanti in cui al godimento di un quadro si aggiunge quello della sua scomposizione per cogliere e riconoscere più riferimenti possibili tra i due ambiti tematici. 

G. Fattori, “In vedetta”

Domanda: in queste immagini vediamo più passato o più futuro?

Se pensiamo, allora, al futuro anteriore come ad un momento ormai compiutosi ed in attesa di un evento successivo, risulta più radicale il tempo immaginato (ed esplicitato) da Jorge Luis Borges nel racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano. Cuore del testoè l’omonimo e fittizio antico romanzo del cinese Ts’ui Pen: qui il tempo è concepito come simultaneo, le realtà si moltiplicano, si intrecciano e coesistono in infinite varianti, in un labirintico ramificarsi di futuri possibili: 

… il giardino dei sentieri che si biforcano era il romanzo caotico; le parole ai diversi futuri (non a tutti) mi suggerirono l’immagine della biforcazione nel tempo, non nello spazio. Una nuova lettura di tutta l’opera mi confermò in quest’idea. In tutte le opere narrative, ogni volta che s’è di fronte a diverse alternative ci si decide per una e si eliminano le altre; in quella del quasi inestricabile Ts’ui Pên, ci si decide – simultaneamente – per tutte. Si creano, così, diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano. 

[…]

Nella maggior parte di questi tempi noi non esistiamo; in alcuni esiste lei e io no; in: altri io, e non lei; in altri, entrambi. In questo, che un caso favorevole mi concede, lei è venuto a casa mia; in un altro, traversando il giardino, lei mi ha trovato cadavere; in un altro io dico queste medesime parole, ma sono un errore, un fantasma.

– In tutti, – articolai non senza un tremito, – io gradisco e venero la sua ricostruzione del giardino di Ts’ui Pên

– Non in tutti, – mormorò con un sorriso. – Il tempo si biforca perpetuamente verso innumerevoli futuri. In uno di questi io sono suo nemico.

(Finzioni, traduzione di Franco Lucentini, Einaudi)

Diversamente suggestiva, ma più aderente all’idea di “anteriore”, è l’interpretazione che troviamo in L’uccellino azzurro (L’oiseau bleu) di Maurice Maeterlinck (1908). Il testo teatrale racconta la ricerca dell’uccellino azzurro della felicità da parte dei due giovanissimi fratello e sorella, Tyltyl e Mytyl. L’uccellino azzurro è l’unica speranza (metaforica e non) di riportare la gioia ad una bambina malata e nipote della fata Berylune. Nel loro viaggio attraverso i vari regni fantastici immaginati da Maeterlinck, Tyltyl e Mytyl vengono accompagnati da altre creature magiche (animali ed oggetti antropomorfizzati, come il Cane, il Pane, il Gatto o lo Zucchero e soprattutto la Luce, vero e proprio personaggio guida per i protagonisti) 

Nel quinto atto Tytlyl e Mytyl, assieme alla Luce, giungono nel Regno dell’Avvenire dove incontrano i Bambini Azzurri, i bambini che devono ancora nascere e che là attendono il momento di partire per la Terra. Ognuno di loro sta preparando qualcosa, una “invenzione” che porteranno con sé, una rappresentazione fisica di ciò che saranno destinati a fare ed essere una volta diventati persone vere. In questo regno tutte le vite che saranno, tutte le storie, sono già conosciute e note a tutti: anche se debbono ancora espletarsi nel futuro (iniziare e finire), questo è già lì, compiuto e concluso e tutte quelle vite è come se fossero già state vissute! La più drammatica, quella del futuro fratellino di Tyltyl e Mytyl:

Un Bambino (accorrendo dal fondo della sala fendendo la folla.) — Buongiorno. Tyltyl!… 

Tyltyl  – Guarda… Come sa il mio nome?… 

Il Bambino (che è giunto ed abbraccia Tyltyl e Mytyl con effusione) — Buongiorno !… Va bene?… Andiamo, abbracciami, e anche tu, Mytyl… Non c’è da meravigliarsi ch’io sappia il tuo nome, poiché sarò tuo fratello.. Mi hanno detto appena adesso che eri qui… Ero in fondo alla sala ad imballare le mie idee… Di’ alla mamma che sono pronto… 

Tyltyl – Come?… Conti di venire a casa nostra ?… Il Bambino — Certo, l’anno prossimo, la domenica delle Palme… 

[…]

Tyltyl — Che hai in questo sacco?… 

Il Bambino (fieramente) — Porto tre malattie: la febbre scarlattina, la tosse convulsa e la rosolia… 

Tyltyl — Se è tutto qui !… E dopo, che farai ?… 

Il Bambino — Dopo?… Me ne andrò… 

Tyltyl — Non vale la pena di venire !…

Il Bambino —- Ho io forse la scelta?… 

(L’uccellino azzurro, traduzione di E.C. Fedel, Casa Editrice Carlo Voghera, 1921)

Infine c’è un poesia di Salvatore Quasimodo:

«Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.» 

Questa poesia è una storia universale dell’umanità, il primo verso riesce a sollevare un’immagine simile ad una scultura, un granitico essere umano, inginocchiato su un terreno brullo, vulcanico, illuminato solo dai bagliori lavici… ovviamente questa è una “immaginazione” libera e del tutto soggettiva e perfettamente non condivisibile, ciò che è innegabile è che quello “sta”, pur essendo un tempo presente, ha la forza di un infinito, di un “per sempre”, esattamente come quel “trafitto” e quel “raggio di sole”: la luce che può scaldare e che qui diventa anche una lancia che inchioda l’uomo al terreno, in una tragica antitesi.

È nell’ultimo verso, invece, che si nasconde il nostro futuro anteriore. Quel tempo dove tutto può avere un inizio ed una fine è là, dentro quelle quattro parole. Tutta la storia universale dell’umanità si è svolta, è tutto finito: era, fu, sarà stato, è stato… fino alla sera del mondo, quando i soli si sono spenti e l’uomo trafitto può finalmente essere libero.

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